Mario Zocca da Lugagnano al Giro d’Italia del 1959

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«Giro d’Italia, 1959: nella Roma-Napoli, sesta tappa, credevo di morire, è stato un calvario». Mario Zocca, neo professionista di 26 anni, veste la maglia della Legnano. «Sono arrivato – dice – tra mille sofferenze. Il giorno dopo c’è la cronoscalata del Vesuvio. Bartali mi vede e mi dice: com’è che sei così serio; Gino, rispondo, se uno non sta bene deve andare a casa. Lui mi sprona a proseguire. Allora non c’era l’antidoping, non presi pastiglie, ma solo caffè. C’era la Faema e chiesi un piacere: fatemi sei caffè, li ho bevuti e sul Vesuvio mi sembrava di essere un’aquila. Ho persino preso sei corridori che mi erano partiti davanti. Feci bene anche il giorno dopo, sul circuito di Ischia a cronometro: ero un bel passista, non un grande scalatore, ma in salita mi difendevo».

 

La sfortuna colpisce Zocca nella Vasto-Teramo «dove buco per ben sei volte una gomma». «Ma intanto – racconta – avevo ripreso a mangiare e cominciavo ad andare bene. Ma a Verona sono caduto: si arrivava al ponte Catena, ero con Poblet, Bobet, Zamboni, avrò lasciato per terra… mezzo chilo di carne. E’ stato uno di Rovigo a buttarmi giù, a 200 metri dal traguardo. Vinse Miguel».

 

Zocca finisce in crescendo il Giro che vede il duello tra Anquetil e Gaul, col successo finale del lussemburghese. «Anquetil – ricorda il veronese cresciuto nella Borgo Trento – fece il suo massimo sforzo nella crono Valle Susa. la vinse nettamente, ma poi pagò lo sforzo sulle Alpi. Ebbene, io in quella cronometro, sino a metà percorso avevo lo stesso tempo di Anquetil. Poi ho raggiunto Pintarelli, quello si è messo a ruota, mi sono innervosito ed è stata la fine. Nell’Aosta-Courmayeur, due giorni dopo, ho dato una mano a Battistini e Massignan, i miei capitani, sino al Piccolo San Bernardo. Poi, quando Gaul ha cominciato a scattare, non avevo più fiato. Learco Guerra, suo direttore sportivo, me l’aveva detto che avrebbe attaccato lì».

 

Mario Zocca, da quel Giro, si porta a casa circa un milione 200 mila lire, «all’epoca erano soldi, un operaio per prenderli ne aveva da lavorare». «E poi – aggiunge – la Legnano raddoppiava il compenso quando uno di noi vinceva».