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Salazzari è un cognome molto diffuso in quel di Lugagnano. Curiosando nel registro dei battesimi sia dell’800 sia del 900 si scopre che molte erano le famiglie che portavano questo cognome, di numerosa prole che, per vari motivi, alla fine del 900 lasciarono il paese per altri lidi. Oggi vi è una sola famiglia Salazzari: quella di Giovanni, classe 1942, parente di Mario, unica testimonianza di quel grande scultore ed artista che ha lasciato un’impronta così importante nel panorama artistico veronese. Abbiamo voluto incontrarlo e abbiamo scoperto importanti informazioni che vi raccontiamo in queste pagine di intervista.

Dove è nato Mario Salazzari?

Mario è nato proprio a Lugagnano. Sommacampagna, in passato, tentò più volte, visto lo spessore dell’artista, di “farlo suo”. Questo non è vero e ciò lo conferma l’atto di nascita presente nella nostra parrocchia (vedi foto). E’ pur vero che la famiglia si trasferì già negli anni 20 a Sommacampagna e negli anni 30 in quel di Borgo Roma, dove sono tuttora presenti famiglie di cognome Salazzari. Devo premettere che non ho tutte le informazioni in quanto il mio grado di parentela è molto lontano, seppur tra noi c’è sempre stato un legame, soprattutto negli ultimi anni di vita dell’artista. Era con mio padre Ferruccio che Mario si incontrava. Erano indicativamente coetanei. Mario restò lontano dal suo paese natio per molti anni e ci ritorno perché, oltre alla parentela, aveva amici e conoscenti, che spesso incontrava al Jolly Club Tennis.

Mario Salazzari. Sopra, una sua scultura presente su Ponte della Vittoria a Verona.

Quali ricordi ha di Mario Salazzari?

Il suo studio era all’inizio della salita di via Torricelle, se non sbaglio in Via Caboto. Viveva molto la comunità, frequentava spesso locali cittadini e delle provincia (specie Sant’Ambrogio); era un buon bevitore e una tappa fissa del suo errare era la Bottega del Vino, in centro. Ricordo che viveva con quella che inizialmente era stata una sua modella, Giovanna Rossi, che diventò poi anch’essa un importante artista (pittrice) del panorama veronese. Non ricordo invece il nome della moglie da cui si era separato.

Un carattere forte?

Mario era una persona colta, di grandi discussioni, anche accese. Era per esempio entrato in forte polemica, tra il gruppo di artisti, con lo scultore Bogoni, per la paternità del concetto “dei vuoti e pieni” (vedi foto, la famosa Mucca), dove entrambi definivano di propria ispirazione. Essa rappresentava lo “svuotamento dell’opera”, lo scavare parti della scultura senza intaccarne il significato e la rappresentazione. Era molto geloso delle sue opere, quasi maniacale, e certi suoi pezzi non li prestava neppure. Le opere in fonderia le seguiva personalmente, per evitare che le copie fossero molteplici. Forse anche per questo non fece mai fortuna: si pensi che alcune opere rimasero per sempre in gesso, nel bozzetto originale in quanto non vi erano i costi per fare la fusione. Viveva soprattutto con le commissioni affidate dagli Enti Pubblici e, oltre a queste, “inventava” piccole opere per il pubblico soprattutto veronese che poco apprezzava il genere. Negli ultimi anni faceva opere per se stesso, per il piacere di vedere una propria “creatura”, senza finalità di vendita. Si lamentava moltissimo del fatto che non veniva pagato bene, che le sue “creature” valevano molto di più di quello che gli veniva offerto: aveva però la fortuna che i soldi per lui non contavano e questo lo portò a vivere sempre in modo dignitoso.

Come familiare ha qualche opera, qualcosa di ricordo di Mario Salazzari?

Certo ma, sottolineo, tutte acquistate! Ne ho una molto bella. Si chiama Opera allegorica degli Alpini (vedi foto) dove si nota il sergente che per portare a casa gli alpini ubriachi li lega tutti ad una corda e li fa tirare da un mulo che avanza, “ispirato” dal lardo salato presente sul manico del piccone. E’ degli anni Settanta. Ho anche la Mucca, quella che prima accennavo nel contrasto con l’artista Bogoni. Poi possiedo il bozzetto di una delle due opere poste sulle colonne del Ponte della Vittoria; un’altra dal titolo “L’alpino con mulo sotto la tormenta” (opera alla quale era molto legato per ricordi personali); un’altra ancora detta “Caduta da Cavallo” (una delle ultime produzioni, datata 1985); una molto simile alle formelle del Portale di San Zeno, dove viene raffigurato in bassorilievo San Rocco con il cane.

Ci sono altri notizie importanti che è giusto evidenziare ai nostri lettori?

Una parte delle sua vita di cui si parla poco è quella di Mario come protagonista della Scuola del Marmo di Sant’Ambrogio. Era molto legato a quel paese e se non ricordo male lo si poteva spesso incontrare all’osteria posta vicino all’ingresso della scuola. Ma a parte questo aspetto più “colorito” che artistico, va ricordato che fu reggente dal 1947 al 1950 e successivamente dal 1950 al 1972 (come pubblicato nel libro “I cento anni della scuola d’Arte P. Brenzoni” la cui copertina è riportata nella pagina precedente). Era in quella scuola Preside e anche insegnante, assieme all’architetto Libero Cecchini, Umberto Zorzi, Mario Savia, Novello Finotti, Leonardo Brunelli e Maurilio Manara. Ci sono alcune opere in marmo o pietra che si possono ammirare, come l’architrave dell’ingresso della chiesa di Ceraino o le opere collettive come la Formella della partenza degli Emigranti presente a New York. Per lui l'”incontro” con questa scuola fu importante, in quanto si cimentò con un materiale diverso nel quale non ci si può improvvisare (cosa che nel Bronzo era possibile). E’ una tappa importante della sua vita artistica perché permise di avvicinarsi ad altri autori, confrontandosi, creare importanti amicizie e legarsi alle persone, soprattutto sul territorio di Sant’Ambrogio.

E la poesia?

Fu anche poeta, musicista e pittore. Non era certo il modo espressivo più conosciuto dell’artista, ma recentemente sono state riscoperte certe sue pubblicazioni dialettali, spesso legate alle sue origini, al suo passato, al suo territorio. Io stesso ho un libro, forse raro, di alcune sue poesie (vedi foto). Ma non solo prosa visto che aveva anche la passione per la musica, soprattutto classica, con un cruccio sempre presente di legare la musica alla scultura e alla pittura che realizzava.

E nel 1993 la morte…

Purtroppo si. E’ morto di vecchiaia, seppur di mente lucidissima, alla soglia dei novant’anni; negli ultimi anni il tremore alla mano, causato nella guerra, prendeva il sopravvento e difficile era la realizzazione delle opere. Ricordo che nell’ultimo periodo ebbe vicino il pittore/restauratore Perin Giuseppe, grande amico, che fece compagnia a Mario Salazzari, sino alla morte. Fu un grande artista e solo ora lo si riscopre; se volete scrivere qualche altra notizia forse ve le possono dare anche i nostri compaesani Pasquetto Giuseppe e Giovanni Mazzi Giocarle, che hanno avuto la fortuna di conoscerlo.

Si conclude qui l’intervista, questo viaggio nel tempo, percorso con Salazzari Giovanni, lontano parente. Le opere di Mario sono tantissime, disseminate un po’ ovunque. Molte per esempio sono nella zona di Piacenza, dove ricevette parecchi incarichi pubblici di sculture, opere e monumenti. Il destino gli riservò grandi contrasti, visto che pur legando le sue opere spesso con scene militari o di guerra era di animo gran pacifista. Fece opere nel Ventennio per celebrare la grandezza del fascismo (Monumento al Pontiere realizzato nel 1928 nell’ampio piazzale Milano a Piacenza per esempio), nonostante il suo credo fosse più rivolto alla sinistra socialista. Celebrò il partigiano con un grande monumento in Piazza Brà e allo stesso tempo non dimenticò mai nelle sue opere quel passato di militare, che lo segnò sia nella sua ispirazione come artista sia nel fisico. Il Baco da Seta vuole lasciare a tutti voi questo ricordo, con queste pagine, concludendo però con una provocazione e contemporaneamente una proposta.

La provocazione: Possibile che non ci sia tempo per una serata celebrativa, per un’inaugurazione formale della via a lui dedicata, per una pubblicazione che consolidi e lasci alla cittadinanza il ricordo di questo compaesano? Possibile che le Istituzioni siano così “sorde” (o “cieche”) a questo personaggio che persino Sommacampagna ha tentato di trasformare in un proprio concittadino, cercando addirittura di “barare” sulla sua nascita e di farlo diventare a tutti gli effetti sommacampagnese?

La proposta: Perché non recuperare una sua opera e porla in un punto del paese di Lugagnano? All’inizio della Via a lui dedicata, da Via San Francesco, dove oggi c’è una nuova rotonda, con del verde e marciapiede grande: perché non porre qui un’opera dell’artista, originale o copia, che ricordi per sempre Mario Salazzari? Noi del Baco lanciamo questo appello, con la speranza che una volta tanto, ci si accorga che il bene più prezioso del nostro territorio non sta nel proprio terreno che diventa edificabile, ma sta nelle persone, gli uomini e le donne, che costituiscono questo piccolo ma grande paese, questo Lugagnano che come non mai ha oggi bisogno di una nuova identità.