Mancalacqua, una storia che si perde nei secoli. Se ne parla già nell’anno 880

Fino agli Anni Sessanta Mancalacqua era ancora un centro ben distinto da Lugagano: un grumo di case con il contorno di qualche corte, che iniziava là dove la strada per Sona si divide, piegando un ramo verso la Bellona.

Per noi, a quel tempo bambini abitanti nel “centro” di Lugagnano, Mancalacqua era l’ultimo avamposto di civiltà, prima della misteriosa distesa di verde in cui affioravano avventurosamente Betlemme, la Bellona, le Siberie e, infine, le Canove e la Merla.

Ma quelli erano già territori foresti, ci si arrivava solo per attraversarli ed affrontare una delle “prove” che segnavano il riconosciuto passaggio dalla condizione di bambini a quella di ragazzi: la scalata ciclistica della leggendaria pontàra de Sona, che solo pochi fortunati potevano tentare con la bici coi cambi. Poi, la spinta demografica degli anni Settanta ha progressivamente avvicinato Mancalacqua e Lugagnano, finchè il Piano Regolatore Generale comunale del 1980 non ha individuato proprio qui una notevole area di edilizia popolare, così che i due centri si sono ormai fusi in un unico abitato.

Fino a pochi decenni or sono, comunque, quelli di Lugagnano consideravano Mancalacqua come una sorta di comunità affiliata cui, da buoni fratelli maggiori, fornivano tutti quei comodi (la chiesa, le botteghe, il campo di calcio…) che quella certo non poteva permettersi.

Questa condizione di dipendenza si era realizzata lentamente, nel corso dei secoli. Anche la piccola Mancalacqua, infatti, non è certo nata ieri e, come Lugagnano, ha umilmente ma tenacemente accumulato una sua storia.

Partendo dall’incerto per arrivare al certo, iniziamo riportando l’ipotesi che Mancalacqua possa identificarsi addirittura con l’antica località di Vico Secco. Di questo abitato sappiamo solo che si trovava in territorio di Sommacampagna: peraltro, prima della fondazione di Villafranca (1185), i confini di questo Comune spaziavano molto a sud, così da arrivare anche al Mincio e non lontano da Sanguinetto.

Il cartello di Mancalcqua. Sopra, l'ingresso di Mancalacqua provenendo da Sona negli anni ottanta
Il cartello di Mancalcqua. Sopra, l’ingresso di Mancalacqua provenendo da Sona negli anni ottanta

La vastità del territorio allora dipendente da Sommacampagna aggiunge chiaramente incertezza all’individuazione del luogo chiamato Vico Secco. Luogo, comunque, già documentato addirittura nell’anno 880. Nel remoto 28 dicembre di più di undici secoli or sono, infatti, una controversia fra il Monastero di San Zeno ed un nobile di nome Rotkerio vide assistere al giudizio, fra gli altri, un uomo di nome Leone Landeberto, de vico Sico.

Si può citare poi un altro documento, stavolta del 1041. Si tratta di un atto di vendita con cui, il 28 febbraio di quel lontano anno, Oficia, vedova di Odelberto, ed i loro figli Pedreverto, Ingelberto e Vuido, tutti abitanti a Sommacampagna, vendono ad un mercante veronese di nome Martino tutta una serie di loro beni, posti in varie località del territorio di Sommacampagna, fra le quali, appunto, il misterioso Vico Secco.

Ma, anche rinunciando alla suggestiva ipotesi di un’origine addirittura più che millenaria, la modesta storia di Mancalacqua risale comunque in maniera certa almeno alla metà del Quattrocento. Sono infatti datati 19 zugno 1466 gli atti del processo in cui lo spettabile conte signor Francesco de Bevilacquis sostiene con successo le proprie ragioni circa il Vicariato della Campanea e la Presa de la Mancalacqua, nelle pertinenze della Ca’ di Capri.

Vale la pena spiegare che la “presa” indicava, nel linguaggio del tempo, un possedimento privato all’interno del grande pascolo pubblico della Campagna grande, che si estendeva ad ovest della città fino ai piedi delle colline moreniche del Garda. Non sappiamo in che anno preciso e in che modo i conti Bevilacqua siano entrati in possesso della presa di Mancalacqua: peraltro, un volume settecentesco su tale nobile famiglia veronese, ipotizza che il nome della contrada sia nato come ironico contrappunto fra l’aridità del suolo di questo luogo ed il nome dei suoi proprietari.

Il Vicariato, invece, rappresentava un’eredità del mondo feudale, per cui un privato o un ente ecclesiastico potevano amministrare la giustizia civile su un determinato territorio di loro proprietà. Sul finire del Quattrocento, il “signore”, nobile o religioso che sia, delega spesso le sue prerogative ad una persona di fiducia, il Vicario, appunto: è il caso anche del piccolo vicariato di Ca’ di Capri e Mancalacqua. Un documento dell’11 gennaio 1479 riporta infatti il contratto stipulato fra lo “Spettabile e Generoso Conte signor Giovanni Bevilacqua e ser Antonio quondam Bertolini de Sancto Thoma” (del fu Bertolino di San Tommaso), il quale riceve in affitto e si impegna a condurre di persona il Vicariatum Campaneae Mancalacquae.

Pochi anni dopo il Vicario è “Ser Gallo fiollo di Bonaventura de’ doreginis”: lo apprendiamo da un registro pergamenato, conservato presso l’Archivio di Stato di Verona, relativo agli anni 1485 e 1486. Il libro raccoglie denunce per casi di pascolo abusivo, senza o con custode, circostanza quest’ultima era considerata come aggravante.

Si tratta per lo più di capi bovini e anche di qualche cavallo, mentre minori sono i casi in cui i “famuli”, ossia gli aiutanti del Vicario, scoprono l’indebita presenza di qualche “sclapo” di pecore o di porci. Vale la pena segnalare che “sclapo” è termine di misura, ad indicare un insieme di animali da un minimo di sei ad un massimo di quaranta: da questo vocabolo deriva il termine dialettale s-ciàpo.

Interessante ancora è notare che i fatti contestati sono bollati come contrari agli Statuti del Comune di Sona. Anche se alla fine del Quattrocento ai Comuni rurali restano ben poche prerogative e la maggior parte dei poteri ormai è nelle mani del Comune cittadino, nel registro di cui parliamo resta dunque traccia per Sona di una più antica ed ampia autonomia.

Per quanto riguarda tempi più recenti, merita segnalare la visita pastorale del vescovo di Verona, Avogadro, che il 15 settembre 1794 si reca a Sona e, nel suo resoconto, riporta analiticamente tutti i nuclei familiari della parrocchia, che contava 764 anime, ivi comprese le 50 residenti a Mancalacqua.

Pochi anni dopo, nel 1797, interviene l’erezione a parrocchia autonoma di Lugagnano, fino allora soggetta a San Massimo: comincia qui anche il processo di avvicinamento di Mancalacqua al nostro paese, le cui funzioni religiose risultano ovviamente molto più accessibili, piuttosto che continuare a salire a Sona.

Tuttavia, l’annessione della contrada tarda non poco e il connubio di fatto con Lugagnano riceve veste ufficiale solo con il 1° gennaio 1913. In ricordo della cessione di Mancalacqua, tra la parrocchia di Lugagnano e quella di Sona si pattuisce che ogni anno, la vigilia di Natale, la prima doni alla seconda due libbre di cera.