Malattia mentale: le domande ancora senza risposta della Legge Basaglia

Le Comunità Alloggio (CA) come quella di Palazzolo sono, insieme alle Comunità Terapeutiche Riabilitative (CTR) e ai Gruppi Appartamento (GA), strutture residenziali che, oltre ai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), i Centri di Salute Mentale (CSM) e varie altre strutture semi-residenziali, dal 1978 in poi hanno sostituito i manicomi.

Ne è passata di acqua sotto i ponti infatti da quando, il 13 maggio 1978, venne approvata in Parlamento la Legge 180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. La Legge 180/1978, che confluì quasi per intero nella successiva Legge 833/1978 che istituì il Servizio Sanitario Nazionale, è meglio conosciuta oggi come “Legge Basaglia”, dal nome dello psichiatra Franco Basaglia (1924-1980) che promosse la riforma psichiatrica in Italia.

Con questa legge vennero stabiliti la chiusura dei manicomi, la regolazione dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) e l’istituzione dei centri di igiene mentale pubblici. Questa legge, che è tuttora al centro di un acceso dibattito, è una tappa fondamentale per chi è a contatto, a qualsiasi titolo, con i problemi che riguardano la salute mentale.

Prima di questa legge in Italia la situazione era sostanzialmente immobile dal 1904, anno in cui fu pubblicata la Legge 36/1904 il cui Articolo 1 recitava “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo”. I manicomi erano spesso semplicemente dei luoghi di costrizione, dove la funzione contenitiva era prioritaria rispetto alla funzione riabilitativa, il paziente era ricoverato nel manicomio a tempo indeterminato, e spettava solo al direttore decidere rispetto ad una eventuale dimissione.

È solo nel 1965 che l’allora Ministro della Salute Luigi Mariotti mette in discussione questa legge, provocando quel ribaltamento di prospettiva che porta infine alla Legge 180/1978. La Legge Basaglia afferma per la prima volta i principi di prevenzione e riabilitazione del malato, ed è quindi rivoluzionaria. Il ricovero dei pazienti finalmente non ha più una funzione di custodia, contenimento e costrizione, ma di trattamento, riabilitazione e reinserimento sociale dei pazienti.

La proposta illuminata di Basaglia ha però avuto, e ha tuttora, un prezzo elevato da pagare. Prima di tutto, uno dei problemi principali della Legge Basaglia fu che venne introdotta improvvisamente, e questo cambiamento repentino ha causato squilibri e disfunzioni che hanno richiesto anni per essere superati (gli ultimi manicomi sono stati chiusi solo nel 2010). Inoltre, le critiche alla Legge Basaglia sono sostanzialmente le stesse dal 1978 ad oggi, e cioè che le risorse sul territorio non sono sufficienti, e che, in particolare nelle situazioni in cui sarebbe necessaria o utile una degenza di medio o lungo termine, le famiglie sono lasciate a gestire il problema da sole.

Che fare nei casi in cui un trattamento o un reinserimento non sono possibili? Queste persone hanno certo diritto alla libertà, ma non hanno forse diritto ad avere un posto dove stare e qualcuno che si occupi di loro, se loro stessi non sono in grado di farlo? Queste sono le domande che Basaglia ha lasciato senza risposta.

Probabilmente non era questo il futuro che sognava quando diceva “non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione, anche senza la costrizione”.