Ci sono parole che non bastano più. Si consumano nei convegni, rimbalzano nei titoli dei giornali, attraversano i social e poi rischiano di restare lì, sospese, incapaci di incidere davvero sulla pelle viva delle cose. La violenza di genere è una di queste ferite aperte: nominata spesso, compresa meno, temuta quando esplode nella tragedia e troppo facilmente ignorata quando prende la forma più minuta, quotidiana, quasi invisibile.
Da questo punto fragile e incandescente nasce “L’Urlo”, il nuovo spettacolo scritto, interpretato e diretto da Alessandro Albertin, che debutterà in prima nazionale venerdì 17 luglio, alle ore 21, nella Corte del Teatro Astra a San Giovanni Lupatoto. Un debutto che non ha il sapore della semplice presentazione teatrale, ma quello di un passaggio netto: portare in scena, davanti al pubblico, una domanda scomoda che riguarda prima di tutto gli uomini.
Il lavoro, prodotto dal Teatro de Gli Incamminati, è un monologo di 85 minuti, senza intervallo. La consulenza drammaturgica è di Michela Marelli, il disegno luci di Sofia Xella. Dopo questa prima nazionale, lo spettacolo sarà disponibile dal mese di agosto e affronterà una circuitazione nazionale a partire da marzo del prossimo anno.
Il cuore del testo è dichiarato con chiarezza: interrogare i punti d’origine, quei semi nascosti dai quali può cominciare una traiettoria fatta di parole, gesti, possesso, controllo, fino all’esito più estremo e irreparabile, il femminicidio. Albertin sceglie di non parlare da una distanza comoda. Lo fa da uomo, da padre, e soprattutto da padre di un figlio maschio. È lì che il tema smette di essere materia astratta e diventa responsabilità concreta: che cosa si trasmette, che cosa si lascia correre, che cosa si minimizza fino a renderlo normale.
Il titolo, “L’Urlo”, non cerca metafore gentili. Chiama in causa qualcosa che sale dal fondo, che rompe la misura del discorso ordinato. Perché davanti a un fenomeno così radicato, il semplice parlare può apparire insufficiente. Non perché le parole non servano, ma perché spesso arrivano troppo tardi, quando il rumore della cronaca ha già coperto tutto il resto.
Il testo attraversa fatti di cronaca e riflessioni personali, richiama filosofi e antropologi, arriva fino alle pagine più crude dell’Otello di Shakespeare. Ma il nodo più duro non sta soltanto nei grandi episodi, nelle tragedie che finiscono sulle prime pagine. Sta anche in ciò che passa sotto traccia: le battute scambiate per leggerezza, le insistenze mascherate da corteggiamento, i segnali che si preferisce non vedere, gli occhi lucidi di una donna incrociata per strada, i lividi che nemmeno una manica riesce a nascondere del tutto.
È qui che il teatro può diventare un luogo necessario. Non tribunale, non predica, non rito consolatorio. Piuttosto uno spazio in cui il pubblico è costretto a restare davanti alle cose, senza cambiare schermata, senza voltarsi subito dall’altra parte. Nella corte del Teatro Astra, in una sera di luglio, la parola scenica proverà a fare questo: trasformare un tema enorme in presenza, corpo, respiro, responsabilità.
Per Alessandro Albertin si tratta di una nuova tappa in un percorso artistico già segnato da figure morali forti e da storie capaci di scavare nel rapporto tra scelta individuale e coscienza civile. Nato nel 1972, diplomato attore alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 1999, Albertin ha interpretato Mercuzio in “Romeo e Giulietta” di Shakespeare con la regia di Gigi Proietti. È stato inoltre protagonista al Festival del Dramma Antico di Siracusa, nei ruoli di Prometeo nell’omonima tragedia di Eschilo e di Teseo in “Ippolito, portatore di corona” di Euripide.
Il grande pubblico lo conosce anche per “Perlasca. Il coraggio di dire no”, monologo di cui è autore e interprete, in tournée nazionale dal 2016 con quasi 350 repliche. Proprio grazie a quello spettacolo, dedicato alla vicenda drammatica e luminosa di Giorgio Perlasca, Albertin ha ottenuto a gennaio l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, conferita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Con “L’Urlo”, però, lo sguardo si sposta dal coraggio civile della memoria alla zona più vicina e più inquietante del presente. Non c’è l’eroe da riconoscere a distanza, ma un terreno comune da attraversare con attenzione. Il maschile chiamato in causa non è una categoria astratta: è educazione, linguaggio, abitudine, potere, fragilità, paura di perdere controllo.
L’EDITORIALE DEL BACOSona: Suona la campanella tra volti nuovi e l’entusiasmo di sempreLa sfida del monologo sta proprio qui. Non offrire una risposta facile, ma aprire una crepa. Non chiudere il discorso con una formula pronta, ma costringere chi ascolta a rimettere ordine dentro ciò che spesso viene archiviato troppo in fretta come dettaglio, scherzo, carattere, gelosia. Perché il teatro, quando riesce a essere davvero necessario, non consegna assoluzioni rapide. Accende una luce e lascia che ognuno veda.
Per maggiori informazioni si può chiamare lo 045 9250 825 | 392 7569 300 o scrivere a info@cinemateatroastra.it e alle pagine social dell’Astra.
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