L’uomo e l’illusione della felicità: il peso dolce dell’infelicità consapevole

Nell’articolo “Il senso dell’uomo per l’infelicità” pubblicato da Galimberti su “La Repubblica” (2010), lo specialista tratta in maniera, a mio parere, affascinante e coinvolgente il tema della felicità umana, o meglio dell’infelicità, citando nel suo discorso lo scrittore Edoardo Boncinelli, autore di “Perché siamo fragili”.

L’infelicità, derivante in primis dalla limitatezza della condizione umana e quindi della consapevolezza della morte, “non è un accidente, è un destino”, scrive Boncinelli. Questo è essenzialmente ciò che ci differenzia dagli animali.

Leopardi nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” si domanda, rivolgendosi in un dialogo intimo alla luna, perché l’uomo, anche quando è privo di preoccupazioni materiali, non possa godere di quella serenità quasi “ignorante” e “indifferente” di cui godono gli animali.

Questo è un tratto fondamentale e costitutivo dell’essenza umana, intrinseco nella sua natura di uomo pensante, dotato di ragione; egli non può in alcun modo porre un rimedio definitivo a questo sconvolgimento eterno e incolmabile di base inevitabilmente biologica, al quale si aggiunge un motivo culturale e sociale.

Dalle palestre per un fisico ideale ai trattamenti estetici, dalla psicoterapia ad ogni forma di distrazione e intrattenimento: la società si nutre dell’infelicità dell’uomo, che ha portato a credere che solo con il raggiungimento di obiettivi possa godere della tanto bramata felicità.

E di fatto è così: noi tutti ci convinciamo erroneamente che il fine della vita sia avere un fine. Quella “molla” per l’ evoluzione, come la definisce Boncinelli, ci porta a pretendere sempre di più: prendere un bel voto, poi superare l’esame di maturità, entrare all’università, poi laurearsi, fare carriera, rendersi utili al mondo…

Da un lato è istintivo, giusto e ammirevole porsi obiettivi, lavorare tenacemente con impegno e determinazione per raggiungerli e lo è altrettanto riconoscere le proprie vittorie e propri successi, esserne gelosamente orgogliosi. A tal proposito, la riflessione leopardiana ci invita a non sprecare tempo vivendo superficialmente, “senza mai aversi posto uno scopo a cui mirare abitualmente”. Dall’altro, la società in cui viviamo, consumista e arrivista, ci induce, quasi inconsapevolmente, a desiderare sempre di più, in modo spesso ossessivo ed esasperato.

A questo punto dovremmo distinguere il senso di appagamento e di soddisfazione dalla felicità pura e autentica. È il percorso che ci porta alla realizzazione dei nostri desideri a renderci felici, non il desiderio in sé, che quasi sempre si rivelerà finito, vuoto, effimero in alcuni casi, facendo scaturire in noi un senso di sgomento ed insofferenza e alimentando la tendenza irraggiungibile a soddisfarne immediatamente un altro.

“Tali fini vaglion poco in sé, ma vogliono molto i mezzi, le occupazioni, la speranza, l’immaginarseli come gran beni a forza di assuefazione…”. E’ in questo spazio immaginifico, fantastico che risiede la felicità. L’uomo di fatto non aspira ad un piacere, finito e circoscritto, ma ambisce illusoriamente al piacere assoluto che si estende infinitamente nello spazio e nel tempo e che poi si scontra con i confini invalicabili dell’esistenza.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, dando il suo prezioso contributo al libro sopracitato, scrive: “L’uomo deve vivere fuori dalla realtà, deve essere dunque come i folli che se la dimenticano […] per poter vivere come uomini, uomini senza senso, perché di fatto la condizione umana non ne ha alcuno”. È proprio attraverso la facoltà dell’immaginazione che l’uomo può tendere la mente oltre la “siepe” e naufragare dolcemente nel mare delle illusioni.

Quante volte proviamo un’amara e nostalgica felicità nel ricordare un momento passato? Il ricordo riveste un ruolo significativo nell’ambito della felicità umana ed è intimamente legato al concetto di immaginazione. La “rimembranza” leopardiana ci permette di trarre piacere dalla memoria perché essa vive in una dimensione illusoria, trascendente, inafferrabile.

Ricordo affettuosamente l’ironico ed estremamente profondo capolavoro “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lindgreen, nel quale la protagonista, giovane e apparentemente ingenua, dice saggiamente: “Bisogna essere un po’ pazzi, altrimenti si impazzisce”.

A mio parere, quindi, l’immaginazione, l’illusione e il ricordo sono ingredienti essenziali per una vita felice.

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