Ci sono quei luoghi dove il paese si ferma, abbassa la voce e guarda dentro se stesso. Uno di questi luoghi è sicuramente l’agenzia Onoranze Funebri Anselmi di Lugagnano. Entrare in questo ufficio significa misurarsi con uno dei momenti più delicati della vita, il momento in cui una persona, o una famiglia, si trova sospesa tra l’emozione del lutto e delle decisioni tecniche da prendere nell’immediato.
Mi sono seduta di fronte al titolare, Luciano Anselmi, con un taccuino in mano e un elenco di domande scomode. Quelle che ci portiamo dentro tutti, ma che quasi mai abbiamo il coraggio di pronunciare a voce alta, domande che sembrano persino inopportune mentre c’è qualcuno da piangere. Quanto costa davvero? Cosa succede a quel corpo dopo? Stiamo facendo la cosa giusta o stiamo solo pensando a “cosa dirà la gente”?
Sono andata da chi questo mestiere lo fa tutti i giorni senza retorica, e ne è uscito un racconto essenziale, asciutto, che parte dalla burocrazia dei moduli per toccare da vicino il modo in cui stiamo cambiando il nostro modo di dire addio.
Quando la porta si apre e si siede davanti a lei una famiglia stordita dal lutto, qual è il suo primo gesto? Come ci si avvicina a quel momento senza sembrare invadenti?
Si entra in punta di piedi. La gente arriva smarrita, ma sa cosa l’aspetta. Il segreto è la delicatezza unita ad un rigore quasi tecnico. Io mi tengo sulle cose concrete, sui dettagli pratici del lavoro, proprio per evitare di alimentare la disperazione. Il distacco serve, almeno fino ad un certo punto, ma non è freddezza: è una forma di rispetto. Il primo passaggio reale per queste persone è capire cosa succederà da lì in avanti. Bisogna spiegare l’iter del funerale passo dopo passo, dare qualcosa di materiale a cui aggrapparsi mentre tutto il resto sembra crollare.
Qual è la prima domanda che le rivolgono? Prevale la preoccupazione per gli aspetti pratici ed economici o la paura di sbagliare verso chi non c’è più?
Il lato economico fa meno paura di quanto si pensi, perché oggi ci sono diverse soluzioni ed è nostro compito consigliare quella più adatta, sia nei costi che nella resa estetica. La vera paura è non sapere cosa fare, soprattutto per chi affronta un lutto per la prima volta. Chi non conosce la materia ha timore della burocrazia, chi invece sa come funziona, ha la paura di non rispettare le volontà del defunto. Dalla scelta dell’abito ai fiori, la preoccupazione è assecondare la personalità di chi se n’è andato, orientandosi su come ha davvero vissuto la sua vita.

Quali sono le ansie più ricorrenti oggi rispetto a vent’anni fa?
Un tempo c’era l’ossessione di “far bella figura”, il peso di ciò che avrebbe detto la gente in paese. Oggi quel condizionamento si è affievolito. Le nuove generazioni non organizzano un funerale per il giudizio del vicinato, ma per dare un omaggio autentico al defunto. C’è una concentrazione quasi intima nel fare cose che avrebbero fatto felice chi non c’è più.
Com’è cambiato il rapporto fisico con il corpo del defunto? C’è ancora il desiderio di vegliarlo, oppure si tende a delegare?
Si delega quasi sempre. Gestire un corpo è un passaggio delicatissimo. Per chi non è del mestiere, trovarsi davanti al proprio caro senza vita genera imbarazzo, oltre a un dolore acuto. Per i familiari diventa quasi un supplizio doversene occupare fisicamente, ed è naturale che preferiscano affidarsi a noi.
Come reagiscono le diverse generazioni quando si trovano davanti a questo passaggio?
C’è una differenza profonda. Le persone mature, che magari hanno accompagnato un parente al termine di una lunga malattia, arrivano da noi con una forma di serenità. Per loro il funerale è la fine di un percorso doloroso, quasi un sollievo per sofferenze che finalmente cessano. Nelle famiglie anziane si avverte l’unione, non ci sono rimpianti. Di fronte alla scomparsa di un giovane, invece, la reazione è opposta: c’è l’amaro, la sfiducia, una rabbia sorda. Si cerca una giustificazione che non arriva, semplicemente perché non esiste.
Questo cambia il vostro modo di lavorare?
Sì, richiede una cura diversa. Con chi piange un ragazzo devi misurare ogni singola parola, cercare i termini esatti, muoverti tra le macerie di famiglie che spesso sono comprensibilmente arrabbiate con il mondo.
Un tempo il lutto aveva regole rigide: il nero d’ordinanza, la veglia in casa, il corteo a piedi per il paese. Cosa resta di quel mondo?
Il Covid ha dato una spallata definitiva a vecchi schemi che già stavano cambiando. Il corteo a piedi verso il cimitero, ad esempio, ormai si fa solo in casi particolari, molte famiglie preferiscono lo spostamento in auto. Anche l’obbligo del vestito nero si è ammorbidito: si mantiene la sobrietà il giorno delle esequie per rispetto, ma senza il rigore di un tempo.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insieme
Negli ultimi anni la richiesta di cremazione è aumentata notevolmente. Com’è cambiata la percezione della memoria a Sona, anche da quando la Chiesa ne ha spalancato le porte? Si avverte questa trasformazione anche rispetto al resto d’Italia?
Qui da noi la risposta è netta: siamo arrivati a sfiorare il 70% delle richieste. Prima della pandemia eravamo a metà e metà, poi c’è stata un’accelerazione fortissima. Ha pesato senz’altro il via libera definitivo della Chiesa Cattolica. La gente l’ha vista come una scelta più sobria e ordinata. Ma queste abitudini variano da regione a regione, persino da Comune a Comune. Nel meridione d’Italia la cremazione fatica ancora a superare il 10-15%; da noi al Nord, e in Provincia di Verona in particolare, la società si muove con un passo diverso: ci si apre con molta più rapidità ai cambiamenti pratici e culturali. Molti cercano la semplicità, o magari l’idea di conservare le ceneri a casa o in un luogo caro per mantenere una vicinanza intima. Per chi sceglie la dispersione in natura, però, la regola è rigida: serve una volontà precisa espressa in vita tramite l’iscrizione alle associazioni preposte e l’uso di aree autorizzate. Nel nostro Comune gli unici spazi dedicati sono all’interno dei cimiteri, quindi spesso si opta per il lago, a Peschiera o a Torri del Benaco, per lasciare le ceneri nelle acque con urne idrosolubili.
Le carte finiscono negli schedari, i conti si chiudono, eppure qualcosa rimane nell’aria. Possiamo cambiare i tempi, abbandonare i vecchi cortei a piedi, lasciarci alle spalle il peso delle convenzioni o scegliere la strada della cremazione. Ma alla fine la sostanza non cambia. Rimangono pochi gesti asciutti, essenziali. Perché il modo in cui una comunità sceglie di accompagnare i propri morti, quando si spengono le luci e si chiudono i registri, continua a dire tutto, senza sconti, su quello che siamo capaci di darci da vivi.
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