L’abbiamo chiamato Osvaldo, negli ultimi anni. Solo il nome, come si fa con gli amici, quelli veri. Quelli che magari non vedi da tempo, eppure è come se non fossero mai andati via. Era tanto che non si vedeva più in giro, Osvaldo. Aveva perso i ricordi, senza sapere che quelli come lui nei ricordi ci saranno per sempre.
Ogni tanto lo andavano a trovare “i suoi giocatori”. Il Fanna, Sacchetti, il Volpe. Gli facevano una carezza, c’era dentro tutto quello che potevano metterci, “perché il mister è stato molto più di un allenatore”.
Non l’aveva scelta, quella zona d’ombra, l’Osvaldo. Ma se avesse potuto farlo, sicuro, non l’avrebbe pensata diversa la sua uscita di scena. Silenzio. In punta di piedi, per non disturbare una città che gli era entrata nel cuore quand’era ragazzo. D’accordo il Milan, il debutto, i sogni, Liedholm e Schiaffino. Ma era Verona la città che l’aveva fatto diventare uomo. Verona era il Verona, òstrega.
Tutto questo gli ripassò per la testa quel giorno, era l’estate dell’81. “Viene ad allenare il Verona?” gli chiesero. Mai stato uno da frasi ad effetto, l’Osvaldo. Niente tuffi al cuore. Ma se gli avessero chiesto quel giorno di raccontare che cosa aveva avvertito, avrebbe detto proprio questo. Sospirò. Aveva appena portato in A il Cesena, gli volevano fare un monumento. “Resti qua, gli dissero, le compriamo chi vuole”. Lui sorrise, un sorriso mite, leggero, un sorriso “alla Bagnoli”. “Grazie, ma devo tornare a casa”.
Disse proprio così, “a casa”. Verona era casa sua. La città di Rosanna, sua moglie. La squadra in cui aveva vissuto due anni molto belli, i primi lontano da Milano. La città dove cresceva Monica, la figlia che aveva bisogno di cure e di affetto. Verona era il “posto del cuore”, gli sembrava fatta apposta per lui. Semplice, riservata, schiva quanto basta. “Si, rispose, vengo al Verona”. Gli sembrava naturale, come quando si riannodano fili spezzati, perché la vita è fatta di arrivi e partenze, di incroci e ritorni che sembrano casuali e casuali invece non sono.
Lo scudetto nacque quel giorno, anche se nessuno poteva immaginarlo. La notte più bella di Verona, lui rientrò a casa alla solita ora e alla solita maniera. “Allora?” gli chiese Rosanna. “Bene” rispose lui con un cenno del capo. Così, semplicemente. Perché non gli sono mai piaciute troppe parole, soprattutto quelle inutili. Lui non cambiò, non l’avrebbe mai fatto. Continuò a viaggiare in bicicletta, ad andare in braghe corte, come si fa quando ti senti a casa.
E continuò a stare nel cuore della gente. Umile, semplice, vero, l’Osvaldo. C’era sempre quando glielo chiedevi. Diventammo (quasi) amici e un giorno mi prese da parte e mi disse. “Senti, ma ti te devi darme del tu…”, in quel dialetto ch’era un misto di veronese/milanese.
Lo chiamai perché venisse a Lugagnano alla festa di Giancarlo Apostoli, che aveva lasciato la panchina. Avevamo organizzato una sfida tra “vecchie glorie”. “Certo, vengo”, rispose. “Però, non so dove sia il campo, dove ci vediamo?”. Lo aspettai davanti alla Chiesa. Era una sera di pioggia, arrivò col suo solito cappotto e il berretto, anche questo “alla Bagnoli”.
Lui e Apostoli, in panchina. E poi a cena. Divennero amici, parlavano lo stesso linguaggio, perché il calcio, ha sempre detto l’Osvaldo, “…è sempre uguale, non importa dove lo giochi. Gli schemi? Li facevano i miei giocatori, in campo… Ci sono altre cose che vengono prima degli schemi, anche se qualcuno non lo capirà mai”.
Era lo stesso calcio di Apostoli. Il calcio dei sentimenti, dell’anima, il calcio dal volto umano. E quando Giancarlo si arrese alla malattia, l’Osvaldo prese la macchina, passò a prendere il Ciccio (Mascetti) e si accomodò in fondo alla Chiesa. E poi lo accompagnò al cimitero, come si fa con gli amici. Strinse decine di mani, salutò tutti, non si stupì mai se nessuno lo chiamò “signor Bagnoli”. Ma solo Osvaldo, per tutti e per sempre.
L’EDITORIALE DEL BACOLa trappola della denatalità: quando fare un figlio diventa un lusso© 2026 Riproduzione riservata
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