Lugagnano. Le mamme di casa Iride e la maternità come esperienza oltre ogni confine

Sono davanti a Casa Iride a Lugagnano, un progetto innovativo, presente da molti anni nella frazione, indirizzato e rivolto a donne sole, in gravidanza o con minori a carico già seguite dal servizio di accoglienza per richiedenti protezione internazionale e beneficiari di protezione internazionale.

So che potrei entrare in contatto con qualcosa per cui non possiedo i codici di decodifica. Mi sento come quando viaggio: l’incontro con l’Altro e il suo Altrove, la percezione di un’universalità in cui dobbiamo essere umili, perché ognuno di noi è portatore di significati culturali che uniti tracciano il volto dell’umanità.

Voglio che le domande catturino la bellezza dei colori, il calore delle emozioni, la positività di uno sguardo. Forse dovrò lavorare in superficie, ascoltare più che chiedere. Ma è la mia scelta. Le persone sono portatrici di storie e a volte le storie rimangono dentro ai pensieri perché è difficile farle uscire, soprattutto in una lingua che non è quella natia. A volte nemmeno in quella esistono le parole per raccontarle.

Dei bambini vocianti mi accolgono, mentre una mamma sta facendo lezione con un’insegnante italiana. Mi mostrano un libro con una bellissima copertina gialla. Hanno voglia di essere tenuti in braccio, e così mentre mi siedo familiarmente vicino alla tavola, allungo le braccia in un gesto istintivo e d’istinto uno di loro si accoccola sulle mie gambe.

Guardo la stoffa della gonna della donna che ha interrotto lo studio al mio arrivo. Mi presento. Lei parla francese. Mi suggeriscono di usare Google traduttore. Sarebbe una soluzione efficace. Ma io in questo momento sono il lontano. Se interpongo anche il mezzo multimediale perdo il contatto o perlomeno ne perdo la possibilità. Un sorriso e spiego che quarant’anni fa ho studiato francese, recuperando nella memoria appannata frammenti di parole e di verbi. E’ sufficiente.

Mi sorride. Sento sotto la pelle riemergere la sensazione fisica di quando in un posto non mio incontro qualcuno e, anche se non ci capiamo, decido che comunico: questo fremito a Google traduttore lo devono ancora insegnare.

La stoffa della gonna che copre i leggins è multiuso. Parliamo di passeggini e di fasce. Tutto si trasforma in una dimensione giocosa. La donna ride insieme con un’altra ospite che parla inglese mentre i bambini vengono issati sulla schiena, avvolti in un abbraccio di cotone dai mille colori. Mi spiegano che i piccoli stanno sempre con le mamme, a casa, nei campi e che così sono felici.

Chiedo a una delle due se ha ricordi della sua di mamma. Colgo una nota di tristezza, mentre gli occhi si abbassano e le parole sfuggono. I ricordi sono pochi. Mi accenna il movimento del cullare un neonato tra le braccia. Come se solo quel lontano momento fosse esistito. Capisco che non devo oltrepassare la soglia.

L’altra donna si siede, deposto il bambino a terra, e apre il cellulare. Mi mostra una figura femminile in eleganti vesti tradizionali: “Maman”. “Merveilleuse” le rispondo. E provo una domanda: Come si festeggia il giorno della Festa della mamma?

Sono inondata da una descrizione in francese che la mimica arricchisce: si organizza una festa a sorpresa, aiutano tutti, si mangia, si balla, si va in chiesa a pregare per la mamma. E poi le si regala un vestito completo, tutto della stessa stoffa, con anche una fascia per il capo. E poi le scarpe e la borsa. E le donne della famiglia indossano anche loro un completo. Mi mostra tante foto per farmi capire i vari tipi di stoffe e di colori.

Ma è quando chiedo che cosa si mangia che le chiacchiere si animano nella stanza. E’ giunta anche una terza ospite. Mi dicono i nomi dei piatti: fufu, attièkè, egusi, uziza… Mi mostrano gli ingredienti e il tipo di preparazione. Le immagini e gli audio ci mettono insieme attorno alla tavola. Scopro un tipo nuovo di patata, l’igname, e dove la posso comperare a Verona.

Domando se è il caso che chieda che differenze notano rispetto alle mamme italiane. Colgo perplessità. Mi fermo, commentando che le risposte dipendono dal tipo di interazione e inclusione che le ospiti hanno nel territorio.  Una nuova arrivata porta delle brioches ai bambini che di fronte alle mie facce ingolosite cercano di infilarmi in bocca un pezzo della loro merenda appena conquistata. Cominciano i movimenti in cucina. E’arrivato il momento di andare e di lasciar proseguire la giornata secondo i ritmi abituali.

Sapevo che non sarebbe stato semplice. Per entrare in una dimensione di reale contatto ci vuole una preparazione emotiva.

I ricordi materni e l’essere mamma appartengono ai cardini basilari della vita: il nostro essere accolti e il nostro accogliere. Ci confrontiamo da bambini con il bisogno essenziale di sentirci protetti, amati e supportati e da adulti con un modello sociale, spesso enfatizzato ed edulcorato. Ma vivere non è semplice e cercare di incastrare due archetipi dei sentimenti nelle variabilità dell’esistenza, cercando la coincidenza con riferimenti fiabeschi, può determinare reazioni dolorose.

Cosa puoi raccontare a un’estranea che proviene da una dimensione privilegiata rispetto alla tua? Perché lo sai che lei sta in un mondo migliore. E’ il motivo per cui hai lasciato il tuo Paese. Allora parliamo di fasce, di feste di famiglia, di ricette. E sorridiamo. E non tocchiamo i ricordi profondi e le maternità vissute.

Un incontro così aiuta a capire il valore del rispetto umano, della diversità che può significare sofferenza, della necessità di strutture che non solo accolgano, ma che facciano progetti di integrazione e di inclusione sul territorio perché altrimenti il tuo vissuto che ti ha fatto attraversare il Mediterraneo resta una zavorra in fondo all’anima. Su questo interrogativo finale non ho posto domande perché l’oggetto del mio scrivere era un altro. Però, in un altro momento, mi piacerebbe sentire la risposta.

Luisa Fazzini
È docente di Lettere nella scuola secondaria di I grado dal 2001. Negli ultimi anni ha scelto di dedicarsi, prima prevalentemente e ora esclusivamente, all’insegnamento della Geografia. Si occupa di formazione, ha vinto due premi regionali scolastici ARPAV per progettazione ambientale in qualità, è membro del Consiglio Nazionale AIIG (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia), è referente per l’educazione per Slow Food Veneto, cura la rubrica on line “Geografica. La didattica della meraviglia” per la rivista Erodoto 108 e pubblica percorsi didattici con Erickson, Loescher e Rizzoli.