Una tazza, una frase e una redazione che tiene insieme generazioni lontane, dai 18 agli 86 anni. Venerdì 18 settembre, alla baita degli alpini di Lugagnano, il Baco si è ritrovato a cena per condividere una serata e ritrovare, anche fuori dal lavoro quotidiano, le ragioni di un’avventura giornalistica cominciata nel 2000. A ciascun componente è stata donata una tazza con la scritta “Baco da Seta, informazione che unisce”: poche parole che racchiudono il senso di ventisei anni dedicati a raccontare il territorio e le persone che lo abitano.
Dietro un giornale ci sono articoli, fotografie, interviste, notizie da controllare e storie da cercare. Ma prima ancora ci sono persone che mettono a disposizione tempo, capacità e attenzione. La cena è stata un’occasione per guardare anche a questo: a ciò che permette al Baco di esserci ogni giorno, grazie a giornalisti e collaboratori con età, esperienze e sensibilità differenti, accomunati dalla scelta di fare qualcosa di utile per la propria comunità.



Proprio su questa scelta si è soffermata la vicedirettrice Federica Valbusa, mettendo al centro del suo intervento la generosità disinteressata come motore della crescita e della riuscita del gruppo. La disponibilità a dare senza cercare un tornaconto personale è ciò che ha consentito a questa esperienza di svilupparsi, di accogliere nuove energie e di durare nel tempo. Un richiamo al valore delle persone e a quello che ciascuna porta, spesso con discrezione, nel lavoro comune.
È una riflessione che aiuta a leggere la storia del Baco. Un progetto collettivo cresce quando qualcuno se ne prende cura, quando il tempo e le competenze dei singoli diventano una risorsa condivisa. La generosità trova così una forma concreta nel giornale: nella disponibilità a seguire una vicenda, nell’attenzione dedicata a una testimonianza, nel contributo che permette a una storia di arrivare ai lettori. Il risultato porta la firma di chi scrive, ma nasce dentro una rete di impegni e di relazioni.




Il richiamo di Valbusa al valore alto ed etico del servizio giornalistico riguarda anche questa responsabilità. Donare il proprio tempo all’informazione significa metterlo al servizio di chi legge e trattare con rispetto le persone di cui si racconta la vita. La gratuità dell’impegno si accompagna alla serietà con cui lo si svolge: essere volontari richiede comunque cura, preparazione e consapevolezza del peso delle parole.
In una redazione che va dai 18 agli 86 anni, la generosità è anche disponibilità a imparare gli uni dagli altri. Chi ha più esperienza può condividerla, chi arriva può portare domande e linguaggi nuovi. È uno scambio che arricchisce il giornale e rende possibile il suo futuro, perché un gruppo continua a crescere quando sa fare spazio.
A questo tema si è collegato l’intervento del direttore Mario Salvetti, che ha ripercorso la figura di Alfio Russo, grande direttore del Corriere della Sera, per ricordare alcuni valori del mestiere validi anche per il Baco. Al centro, questioni molto concrete: come scegliere le notizie, come far crescere i giornalisti, come costruire e meritare la fiducia dei lettori.




La prima lezione riguarda la chiarezza del linguaggio. Salvetti ha ricordato l’importanza di scrivere per rendere comprensibili i fatti, sintetizzandola con queste parole: “Non cercare di apparire intelligenti: cercare di essere capiti”. Per un giornale locale è un impegno quotidiano: spiegare una decisione amministrativa, ricostruire una vicenda, raccontare un problema in modo che chi legge abbia gli elementi per comprenderlo e formarsi un’opinione.
Poi c’è la fiducia nei giovani, che deve tradursi in responsabilità vere. Nel ricordare la scelta di Russo di affidare ad Alberto Cavallari l’intervista a Paolo VI, pur avendo a disposizione firme già affermatissime, Salvetti ha sottolineato: “Dare fiducia ai giovani non significa farli scrivere quando avanza uno spazio. Significa dare loro, quando sono pronti, anche la notizia più importante”. Un’indicazione che parla direttamente a una redazione nella quale il dialogo tra generazioni è parte dell’esperienza di ogni giorno.
Un altro passaggio ha riguardato l’indipendenza nella scelta delle notizie. Gli interessi di un amministratore, di un inserzionista, di un’associazione o della stessa redazione possono essere diversi da quelli della comunità. Il lavoro giornalistico richiede di distinguere questi piani, interrogandosi su ciò che serve sapere ai lettori e sulle domande che meritano una risposta.




A tenere insieme tutto sono la verifica dei fatti e lo scrupolo nell’informazione. Strumenti, piattaforme e linguaggi cambiano; resta la responsabilità di controllare ciò che si pubblica. Vale per un grande quotidiano e vale per chi racconta i nostri paesi, dove nomi e volti sono spesso familiari e dove proprio questa vicinanza chiede ancora più precisione e attenzione.
La serata ha avuto anche il piacere dell’ottima cena preparata da Casa Molon, partner del Baco, con i superbi vini della cantina Venciu, sempre partner del Baco, e dell’ospitalità degli alpini di Lugagnano, guidati dal capogruppo Alfredo Cottini. A loro va un grazie affettuoso ha sottolineato la vicedirettrice Valbusa: “fanno dell’accoglienza uno stile, con una disponibilità che negli anni ha reso la baita anche casa nostra. Un luogo nel quale ritrovarsi e sentirsi parte di una relazione che continua”.
È anche attraverso legami come questi che la frase sulla tazza acquista significato. Un’informazione che unisce aiuta le persone a conoscere ciò che accade attorno a loro, a comprendere esperienze diverse, a partecipare alla vita del territorio. Può far emergere difficoltà e contrasti, dare spazio a domande scomode, raccontare ciò che rischia di restare ai margini. Il servizio alla comunità passa anche da qui.




Dopo ventisei anni di attività, il Baco guarda avanti con tanti progetti editoriali in programma. L’obiettivo è raccontare sempre meglio chi vive e lavora nel territorio, il volontariato, lo sport, la politica, la cronaca e la storia locale. Un impegno che chiede curiosità e nuove idee, sostenuto da quella generosità disinteressata richiamata dalla vicedirettrice: la scelta di mettere qualcosa di sé a disposizione di tutti.
Le bellissime fotografie di Mario Pachera e Marco Bonfichi restituiscono il ricordo di questa serata. Restano le persone che rendono possibile il giornale e il piacere di ritrovarsi attorno alla stessa tavola. E resta quella tazza, da portare nella quotidianità di ciascuno, con una frase che è insieme un segno di appartenenza e un impegno da rinnovare: “Baco da Seta, informazione che unisce”.
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