Parigi. C’è un filo rosso, anzi arancione, che quest’anno unisce idealmente il Foro Italico a Porte d’Auteuil. Un filo che attraversa cinquant’anni di tennis italiano, passa tra le righe di un romanzo sportivo che sembrava irripetibile e arriva fino a noi, in questa primavera in cui la storia non si è limitata a bussare alla porta: l’ha spalancata con la delicatezza di un rovescio lungolinea e la forza brutale di un dritto sulla riga.
Nel 1976 Adriano Panatta firmò l’impresa che per mezzo secolo abbiamo raccontato come si raccontano le leggende: Roma e Parigi nello stesso anno, il Foro Italico e il Roland Garros conquistati da un italiano con il talento, il coraggio e quella meravigliosa incoscienza che appartiene soltanto ai grandi. Per decenni è sembrato un affresco appeso troppo in alto, qualcosa da guardare con rispetto ma senza pensare davvero di poterci tornare dentro. Poi è arrivato Jannik Sinner, e improvvisamente il passato ha smesso di essere nostalgia per diventare possibilità.
Pochi giorni fa, a Roma, Sinner ha spezzato un incantesimo lungo cinquant’anni, battendo Casper Ruud nella finale degli Internazionali d’Italia e riportando un italiano sul trono del Foro Italico. Non una semplice vittoria, ma una scena quasi cinematografica: il numero uno del mondo che chiude il cerchio nella città eterna, mentre l’ombra nobile di Panatta osserva il passaggio del testimone. Ora il circo del tennis si sposta a Parigi, sulla terra più famosa del mondo, dove ogni passo pesa il doppio e ogni scivolata sembra lasciare un segno nella memoria.
Il Roland Garros 2026 comincia domenica 24 maggio e si chiuderà il 7 giugno, giorno della finale maschile. Non una data qualsiasi, perché proprio quel giorno Adriano Panatta è stato invitato dagli organizzatori a consegnare la Coupe des Mousquetaires al vincitore. Cinquant’anni dopo il suo trionfo parigino, l’ultimo italiano capace di conquistare quel torneo potrebbe trovarsi davanti un altro italiano pronto a completare un disegno che ha il sapore della predestinazione. Dire che il copione è suggestivo sarebbe poco. Sembra scritto da uno sceneggiatore romantico, di quelli che non hanno paura di esagerare.
Sinner arriva a Parigi con uno status che ormai va oltre la semplice condizione tecnica. È il favorito, il punto di riferimento, l’uomo che tutti guardano e che tutti vorrebbero evitare. Il sorteggio lo ha collocato nella parte opposta rispetto a Novak Djokovic, e il suo cammino inizierà contro la wild card francese Clément Tabur. Sulla carta è un ingresso morbido, ma il Roland Garros non è mai davvero morbido. È un torneo che ti consuma lentamente, che ti chiede pazienza, gambe, testa, resistenza emotiva. Non basta essere il più forte per due ore: bisogna esserlo per due settimane.
La grande missione di Jannik ha un nome preciso: Career Grand Slam. Dopo aver già conquistato gli altri Major, Parigi è l’ultimo tempio che manca alla sua collezione. E proprio per questo il torneo pesa più di tutti. Non è soltanto un trofeo, non è soltanto un altro tassello nella bacheca: è la chiave che apre la porta dei pochissimi eletti, quella stanza riservata ai campioni capaci di vincere almeno una volta tutti e quattro gli Slam.
Vincendolo, Sinner diventerebbe il settimo uomo nell’Era Open a completare questa impresa. Per un giocatore normale sarebbe una pressione insopportabile. Per Sinner, forse, è semplicemente un altro problema da risolvere con metodo, lucidità e quella calma quasi irreale che a volte fa sembrare il tennis una scienza esatta.
Ma attenzione a trasformare il Roland Garros in una processione già scritta. Parigi è un luogo magnifico e crudele, dove i favoriti spesso entrano con il mantello del re e finiscono per scoprire che la terra rossa non concede inginocchiamenti preventivi. La finale dello scorso anno, persa da Sinner contro Carlos Alcaraz dopo aver avuto tre championship point, è ancora lì, come una cicatrice e come un richiamo. Non una ferita da nascondere, ma una spinta. Perché certe sconfitte non ti diminuiscono: ti costruiscono.
Il grande assente sarà proprio Carlos Alcaraz. Il due volte campione in carica ha dovuto rinunciare al torneo per il problema al polso destro, lasciando un vuoto enorme nel tabellone e nell’immaginario. Senza lo spagnolo, manca il duello più atteso, quello che ormai il pubblico mondiale percepisce come il grande romanzo generazionale del tennis moderno. Sinner contro Alcaraz non è più soltanto una partita: è una promessa di futuro, un codice narrativo, una rivalità che accende anche chi guarda il tennis solo nei giorni di festa. Parigi, quest’anno, dovrà farne a meno.
E proprio dentro questo vuoto si staglia la sagoma eterna di Novak Djokovic. Oggi, 22 maggio 2026, Novak compie trentanove anni. Buon compleanno, Nole. Non è un dettaglio da annotare a margine: è una di quelle coincidenze che il tennis sembra costruirsi apposta, come se il calendario avesse deciso di regalargli un altro Roland Garros come torta di compleanno. Trentanove anni, 24 Slam in bacheca, un record di presenze nei Major che non ha precedenti nella storia del tennis, e ancora lì, in campo, a giocarsi tutto con una fame che molti ventenni si sognano.
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaDjokovic è l’uomo che ha ridefinito i confini del possibile in questo sport. Il più vincente di sempre, per titoli, per settimane in vetta al ranking, per longevità ai vertici assoluti. Ma ridurlo a una collezione di numeri sarebbe un torto: Nole è anche uno showman, un personaggio, uno di quegli atleti che dividono il pubblico ma non lasciano indifferente nessuno. Puoi non essere un suo tifoso, legittimo, ci sono ottime compagnie in entrambi i campi, ma se ami il tennis, se senti davvero questo sport, non puoi non fermarti un secondo a riconoscere quello che ha fatto. La grandezza non si tifa, si rispetta. E la sua è fuori discussione.
Il serbo non ha più bisogno di dimostrare nulla a nessuno, e forse proprio per questo continua a essere pericolosissimo. Non gioca per la gloria ordinaria, perché quella l’ha già accumulata in quantità quasi indecente. Gioca per l’immortalità. Il suo obiettivo è il 25° titolo Slam, un numero che avrebbe il peso del marmo e la freddezza delle statue. Djokovic è dall’altra parte del tabellone rispetto a Sinner, debutta contro Giovanni Mpetshi Perricard e potrebbe trovare ostacoli durissimi lungo la strada, compreso Alexander Zverev, testa di serie numero 2, nella sua stessa metà di tabellone. Auguri, campione. Che sia un buon torneo.
Zverev resta uno dei nomi più pesanti del torneo. Finalista a Parigi nel 2024, ha il tennis, il fisico e l’esperienza per spingersi fino in fondo, anche se nei momenti decisivi il suo rapporto con gli Slam continua ad assomigliare a una porta che si apre e si richiude appena prima del passaggio. Casper Ruud, due volte finalista al Roland Garros, non può mai essere ignorato sulla terra, anche se la sconfitta di Roma contro Sinner ha confermato quanto il norvegese debba trovare qualcosa di speciale per ribaltare certi equilibri. Felix Auger-Aliassime, quarta testa di serie, si trova nella metà di tabellone di Sinner e rappresenta il principale ostacolo dell’altoatesino prima di una eventuale finale: un avversario di lusso, uno di quelli che sui grandi palcoscenici non si sbriga mai con facilità.
E poi c’è l’Italia, mai così presente, mai così orgogliosa, mai così autorizzata a sognare senza sentirsi ridicola. Sinner è la punta della lancia, ma dietro di lui il movimento azzurro non è più una comparsa. Flavio Cobolli è ormai testa di serie numero 10, segnale concreto di una crescita che non può più essere liquidata come fiammata.
Luciano Darderi, numero 14 del seeding, arriva con credenziali da vero specialista del rosso e potrebbe incrociare proprio Sinner negli ottavi se il tabellone rispettasse le gerarchie. Matteo Arnaldi rimane uno di quei giocatori che nessuno ama trovarsi davanti nei primi turni, perché ha coraggio, braccio e la faccia di chi non entra mai in campo per chiedere permesso.
C’è poi Matteo Berrettini, che arriva a Parigi in un momento difficile della sua carriera: il romano non sta attraversando una delle sue stagioni migliori, e Parigi potrebbe essere l’occasione giusta per ritrovare qualcosa di sé. Gli si augura, sinceramente, di tornare a competere ai livelli che gli appartengono.
Il capitolo “mine vaganti” è forse il più affascinante. Stefanos Tsitsipas non è testa di serie e non vive il momento più brillante della carriera, ma sulla terra parigina il suo tennis può ancora accendersi come una lanterna greca in mezzo alla notte. Arthur Fils sarà spinto dal pubblico di casa e aprirà contro Stan Wawrinka, in una sfida dal sapore quasi simbolico: il giovane francese contro il vecchio campione che a Parigi ha già lasciato una firma gigantesca, e che porta con sé il peso dolceamaro di un addio. Joao Fonseca resta uno dei nomi più elettrici della nuova generazione, uno di quei giocatori che possono trasformare un terzo turno in una piccola rivoluzione.
E poi, sì, occhio a Rafael Jodar. Non perché si debba cercare per forza un “nuovo Alcaraz”, esercizio spesso ingiusto e un po’ pigro, ma perché il ragazzo spagnolo porta con sé una scintilla interessante. Ha costruito un ottimo 15-3 sulla terra in questa stagione e debutta contro Aleksandar Kovacevic. Nel suo orizzonte potrebbe comparire Taylor Fritz al terzo turno, prova già severissima per capire se siamo davanti soltanto a una bella promessa o a una piccola mina pronta a fare rumore. Non è il sostituto di Carlos, perché i campioni non si sostituiscono con una targhetta. Ma in un Roland Garros orfano di Alcaraz, Jodar può diventare una delle storie da seguire con curiosità.
Il quadro, dunque, è chiaro ma non semplice. Sinner parte davanti a tutti. Djokovic resta l’ombra più lunga. Zverev, Ruud, Auger-Aliassime e gli specialisti del rosso presidiano le strade laterali. I giovani bussano, i francesi sognano, gli italiani arrivano con una profondità che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza. Sopra tutto, però, aleggia una domanda che nessuno può evitare: e se davvero il 2026 fosse l’anno in cui il tennis italiano chiude il cerchio aperto da Panatta nel 1976?
Il sipario sta per alzarsi. I campi sono pronti, il rosso è spianato, Parigi si prepara a giudicare senza pietà e senza favoritismi. Adriano Panatta può già mettere il completo buono in valigia. La Coupe des Mousquetaires lo aspetta. Resta solo da capire in quali mani finirà, e se il destino avrà davvero il coraggio di parlare ancora una volta italiano.
E mentre il mondo guarda verso Porte d’Auteuil, anche il Baco da Seta prepara la sua postazione più sacra, più temuta e più invidiata: la Tribuna Vip del Divano. Non una semplice seduta domestica, ma il salotto più famoso del circuito ATP, il luogo dove le partite vengono vissute, sofferte, commentate, gufate con prudenza e celebrate con moderazione, almeno fino al primo break. Per questo Roland Garros, però, si annuncia una novità clamorosa: sul Divano arriverà un ospite d’onore, una presenza destinata a cambiare gli equilibri emotivi della visione e forse persino quelli cosmici del torneo.
Il nome, per ora, resta coperto da un velo di rispettoso mistero. Ma una cosa possiamo anticiparla: se Parigi avrà la sua terra rossa, il Baco avrà il suo trono imbottito. E da lì, tra speranze, patemi, scaramanzie e improvvisi slanci di fede tennistica, seguiremo il cammino di Sinner e degli azzurri con il cuore in gola e il telecomando ben saldo in mano. Forza Sinner sempre!
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