Zamperini Giovanni: L’odissea di un Alpino in Russia

Zamperini Giovanni è un arzillo novantenne di Lugagnano, che ancora si commuove nel raccontarci la sua odissea negli anni della guerra. Nato il 7 novembre 1920 a Negrar e trasferito a Lugagnano nel 1937 venne chiamato alle armi il 7 gennaio 1941 per tornare dopo la prigionia il 4 ottobre 1945, dopo quasi 5 anni.

 

Dopo l’addestramento come recluta venne inviato ad Asti per fare un corso di segnalatore con bandiera. Nel frattempo gli si prospettò la possibilità di fare la scuola armaioli a Terni e Giovanni, incapace di starsene con le mani in mano, partì con entusiasmo.

 

La scuola armaiolo si basava sul vecchio moschetto del 1891, che tanto inefficace si sarebbe dimostrato da lì a poco, da smontare e rimontare un’infinità di volte. Terminata la scuola, ai primi di giugno del 1942 fu assegnato al 5° reggimento Alpini, battaglione Edolo, Divisione Tridentina.

 

Erano i mesi in cui si stava costituendo l’Armir, per la volontà del Duce di dare un forte apporto all’alleato nazista in Russia e su un’infinita tradotta anche la Tridentina partì per il fronte orientale.

 

Come racconta Zamperini “dove finiva il treno a Woroscilovgrad cominciava un’autocolonna e dopo un giorno e una notte il battaglione Edolo, essendo un battaglione punitivo per aver gettato un ufficiale dalla finestra durante la Prima Guerra Mondiale, era già in prima linea sul Don nella zona di Bassowka.”

 

La compagnia di Zamperini teneva una balka, un avvallamento tra due colline dove erano posizionate due postazioni di mitragliatrici, una delle quali asserragliate in una piccola chiesetta. Proprio di fronte a loro il Don, che è molto largo in quel punto, aveva un isoletta dove si erano da poco posizionati i russi che però rimanevano costantemente sotto il tiro incrociato delle mitragliatrici.

 

Una notte i russi attuarono un potente bombardamento e l’indomani Zamperini vide che della chiesetta non rimaneva più traccia. L’armaiolo Zamperini era dispensato dallo stare in prima linea, ma doveva passare costantemente a verificare le armi tra i vari appostamenti. Ebbe anche modo di verificare la straordinaria efficacia del fucile russo, il parabellum con un serbatoio di almeno 60 colpi, al quale i nostri contrapponevano il vecchio moschetto da 6 colpi.

 

Tra il 10 e 12 dicembre 1942, con la temperatura vicina ai 40° sotto zero i russi iniziarono la loro offensiva sul Don. Gli Alpini resistettero sino a metà gennaio del ’43 e nella convulsa lotta, fra tanti reparti italiani, tedeschi, ungheresi, croati e romeni gli Alpini furono gli ultimi ad iniziare la ritirata. L’improvviso crollo dei tedeschi causò la formazione di un immenso accerchiamento in cui era finito tutto il corpo d’armata alpino.

 

Il 17 gennaio arrivò l’ordine di ritirata anche per gli Alpini e anche l’Edolo, che aveva appena perso l’ufficiale comandante, arrivato solo due giorni prima, dovette affrontare la prima tappa nel gelo della steppa. Arrivati a Podgornoje, Zamperini vide come bruciava tutto, viveri e vestiti, mentre loro pativano la fame e il freddo.

 

Zamperini ancora ricorda la fortuna, ma soprattutto la bontà delle donne russe che lo aiutarono, consentendogli di dormire sempre al riparo di qualche isba e mangiando quel po’ che avevano da mangiare in quelle case. Ciononostante, la bassa temperatura gli causò un principio di congelamento ai piedi che lo rallentò fortemente.

 

Comunque fu tra i primi a passare vivo dal sotto passo ferroviario di Nikolajevka, tra una moltitudine di silenziosi morti e feriti dei quali Zamperini risente ancora il lamento commuovendosi. Nikolajevka rappresentava la rottura dell’accerchiamento, ma ancora molta strada bisognava fare per arrivare ai caposaldi tedeschi sul Donetz, dove arrivò il 3 febbraio, dopo 17 giorni di cammino. A causa del congelamento venne ricoverato a Leopoli.

 

Appena ristabilito fu rimpatriato, dove dopo una convalescenza di qualche mese rientrò al reparto pochi giorni prima dell’8 settembre, giusto in tempo per essere catturato dai tedeschi e spedito prima ad Innsbruck e poi in un campo di concentramento in Prussia orientale. In quel campo, ci ricorda, morirono 11.070 prigionieri di guerra, tra i quali molti italiani. Là, Zamperini si offrì come volontario per il taglio degli alberi e questo gli garantì un sufficiente sostentamento in termini di patate bollite. Il 20 gennaio 1945 arrivarono i russi e Zamperini passò sotto la loro custodia.

 

Fu trasferito nella Russia Bianca, sotto il controllo di alcuni vecchi soldati cosacchi. Il trattamento non fu particolarmente duro nei confronti degli italiani. I russi si sfogarono con i tedeschi. Solo che la guerra era finita, venivano rimpatriati americani, inglesi, francesi, ma non gli italiani. Il 10 settembre arrivarono degli ufficiali russi e diedero l’ordine di prepararsi. Nel giro di alcune ore Zamperini era di nuovo sul treno.

 

Il treno era diretto verso Trieste, la via più breve, ma fortunatamente venne deviato verso Vienna, sfuggendo alle mani dei titini, in quel giorni particolarmente assetati di vendetta verso gli italiani. Consegnato assieme ai suoi compagni agli americani in cambio di un treno di prigionieri ungheresi, Zamperini arrivò alla stazione di Balconi, dove un conoscente di San Massimo lo trasportò sul carro sino al capitello delle Beccarie. Era il 4 ottobre 1945 e l’odissea di Giovanni Zamperini era terminata.

 

La Redazione
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