L’Italia davanti al nucleare, il ritorno di una scelta rimossa

Nuclear power plant with two cooling towers, a dome containment, and a tall smokestack, set in a rural landscape under a blue sky

Dopo anni di silenzio, in Italia si torna a parlare della possibile realizzazione di centrali nucleari. Il motivo è legato soprattutto all’aumento del costo dell’energia, che a causa dei conflitti armati internazionali è diventato sempre più pesante per famiglie e imprese, in modo particolare nel nostro Paese.

In passato, due referendum abrogativi bloccarono ogni iniziativa nazionale orientata alla produzione di energia nucleare, considerata da molti una fonte pulita e una possibile alternativa, almeno parziale, all’energia ottenuta da combustibili fossili come carbone e petrolio.

Il primo referendum si tenne l’8 e 9 novembre del 1987, all’indomani del drammatico disastro di Černobyl’, avvenuto l’anno precedente nell’allora Unione Sovietica. Secondo i dati ufficiali furono dichiarati 65 morti e oltre 4mila casi di tumore alla tiroide, con 15 decessi registrati al 2002. Gli sfollati dalle zone colpite furono 116mila.

Quei numeri, tuttavia, furono contestati dalle associazioni antinucleariste, che ipotizzarono conseguenze molto più gravi, arrivando a stimare fino a 6 milioni di decessi su scala mondiale nell’arco di 70 anni, considerando tutte le tipologie di tumore. Il rapporto ufficiale dell’ONU stimò comunque tra 30mila e 60mila i decessi al 2002.

Il referendum fu promosso dal Partito Radicale, dai Verdi e da Democrazia Proletaria. Gli elettori furono chiamati a esprimersi su tre quesiti distinti: la localizzazione da parte del CIPE delle centrali elettronucleari, i contributi agli enti locali che ospitavano centrali alimentate con combustibili diversi dagli idrocarburi, e il divieto per ENEL di partecipare alla costruzione o gestione di centrali elettronucleari all’estero.

L’affluenza raggiunse il 65%. I sì, che in quel caso significavano il rifiuto delle norme sottoposte a referendum, ottennero rispettivamente l’80,57%, il 79,71% e il 71,86%. Anche nel Comune di Sona l’affluenza superò ampiamente il quorum richiesto del 50% più uno. Nei diversi seggi il sì si collocò tra il 78% e il 76% per i primi due quesiti, mentre risultò di alcuni punti inferiore per il terzo.

Il secondo referendum abrogativo si svolse il 12 e 13 giugno del 2011. In quel caso il quesito chiedeva di cancellare le disposizioni introdotte dal Governo tra il 2009 e il 2010, con le quali si puntava a reintrodurre la produzione di energia nucleare in Italia, dopo lo stop sancito dal voto del 1987. Il quesito referendario recitava: “Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare”.

La campagna elettorale, sostenuta dal comitato Vota SÌ per fermare il nucleare, fu fortemente influenzata dall’ondata di mobilitazione internazionale seguita al tragico incidente della centrale di Fukushima, in Giappone, avvenuto nel marzo dello stesso anno. In quell’evento si registrò un solo decesso diretto e 16 persone riportarono lesioni fisiche, mentre gli sfollati furono 184mila.

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Con un’affluenza del 54,83%, il sì all’abolizione di quelle norme ottenne, a livello nazionale, il 94,05% dei voti. Nel Comune di Sona il risultato fu ugualmente molto netto, anche se leggermente inferiore alla media nazionale: i sì furono il 92,13% dei 7.301 votanti.

Se il Governo decidesse oggi di riproporre l’avvio di un programma nucleare e la costruzione di nuove centrali, dovrebbe passare attraverso un voto parlamentare e ottenere un parere favorevole da parte della Corte costituzionale, considerando che sono trascorsi appena 15 anni dal no al nucleare espresso dai cittadini italiani.

Dalle dichiarazioni rilasciate negli ultimi tempi da esponenti politici di diversi schieramenti e da organi di stampa di orientamenti differenti, sembra emergere un’ampia disponibilità a riaprire il confronto sul nucleare. Un cambio di clima che colpisce, soprattutto se si considera quanto l’opinione pubblica possa essere condizionata dai momenti storici e dalle paure collettive.

In passato fu il forte allarme generato dagli incidenti nucleari, amplificato da una comunicazione spesso catastrofista, a spingere l’Italia verso l’abbandono di questa tecnologia. Oggi, invece, il peso crescente delle bollette e le difficoltà economiche legate all’approvvigionamento energetico sembrano riportare il tema al centro del dibattito.

Resta però una domanda di fondo: l’Italia sta cambiando opinione per una valutazione serena e strategica del proprio futuro energetico, oppure perché l’emergenza dei costi sta modificando rapidamente la percezione del rischio? È un interrogativo non secondario, soprattutto in un Paese che ha rinunciato al nucleare mentre gran parte dell’Europa continuava a produrlo, vendendo poi anche a noi quell’energia che per decenni abbiamo scelto di non generare sul nostro territorio.

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Renato Salvetti
Nato a Rovereto (Trento) il 24 maggio 1940, ha conseguito il diploma di ragioneria a Verona. Sposato, con tre figli, ha svolto l’attività di dirigente d’azienda. È stato per quindici anni un amministratore comunale come assessore e sindaco di Sona. È storico delle vicende del Comune ed è autore di pubblicazioni sulla storia recente e dei secoli passati del territorio di Sona e dell’area veronese.