L’infaticabile. Vita e opere di don Francesco Coltri, (secondo) parroco di Lugagnano ad inizio Ottocento

La cronologia strettamente intesa lo indica come il secondo parroco di Lugagnano però in realtà – per la brevità dell’incarico del suo predecessore ma soprattutto per quanto ha fatto per il paese – la primogenitura almeno morale gli deve essere abbondantemente riconosciuta.

Francesco Coltri nasce a Pazzon di Caprino Veronese, proprio in contrada Coltri. La famiglia, relativamente allo standard del tempo, è abbastanza agiata e rientra nella fascia dei “possidenti”.

Non è possibile sapere in che modo possa essere stato segnalato ai lugagnanesi, prematuramente orfani del loro primo parroco don Giacomo Mazzi, morto dopo appena tre anni dalla nomina. Di fatto, il 26 aprile 1801 “…premessi li soliti botti di campana, intervenivano in chiesa 52 capi famiglia” i quali, rappresentando la maggioranza qualificata (due terzi) degli aventi diritto al voto, in virtù del loro diritto di giuspatronato sceglievano come parroco don Francesco Coltri, “curato della Ferrara di Monte Baldo”, tributandogli 44 voti a favore ed 8 contrari, mentre “don Givanni Padoani”, già cappellano a Lugagnano fino ai recenti tempi della dipendenza da San Massimo (terminata nel 1797) e poi ancora cooperatore di don Giacomo Mazzi, malfermo di salute, ne riscuoteva 22 di favorevoli e 30 di contrari.

Inizia così fra il parroco montebaldino e la frazione di Lugagnano un sodalizio che durerà quasi mezzo secolo. Quella che don Coltri eredita è una parrocchia quasi solo di nome: pochissime strutture e niente sostanze, in un periodo turbolento ed incerto, per la fine del secolare Governo Veneto ed il conflitto tra Napoleone e gli Asburgo.

Ancora una volta è bene sottolineare come in questo momento storico il parroco non sia solo la guida spirituale di un paese ma, soprattutto là dove manchi la sede di una qualche autorità civile – come a Lugagnano – impersoni più in generale il referente ed il rappresentante della comunità. Don Coltri si assume in pieno questa responsabilità, esponendosi senza riserve per sostenere sempre e comunque le ragioni di Lugagnano.

La sua disputa con il parroco di San Massimo, che affronta freschissimo di nomina per definire da chi dipendesse la corte di Sant’Agata, non deve essere ridotta a meschina volontà di preminenza: almeno per la parrocchia di Lugagnano si tratta di giocarsi delle entrate che, per quanto modeste, potrebbero essere decisive in una stentata sopravvivenza.

In una lettera al vescovo, chiamato ad arbitro nella controversia, troviamo descritta la situazione in cui si trova ad operare don Coltri: “La Parrocchia di S. Anna Lugagnano qual novella sposa di Cristo, ignuda affidata al tuttora esistente Francesco Coltri creato parroco nel 1801, 20 maggio, (dissi ignuda) perché senza casa parrochiale, senza forza, onde percepire il suo benefizio, senza condotta per il buon regolamento in tempi di guerra…”.

Il “benefizio” era la rendita che il paese, chiedendo la separazione da San Massimo, si era obbligato a garantire al parroco. Eppure, nonostante queste difficoltà, don Francesco Coltri riesce già nel 1803 a completare la canonica, anche stavolta con le sole risorse dei parrocchiani. Adibita oggi ad abitazione privata, veniva iniziata nel 1801 e “…nel corso di due anni fu eretta e perfezionata colle semplice offerte de’ divoti e zelo indefesso del novello Parroco, il quale tosto ne portò la sua residenza in questa novella fabbrica, conservandone il popolo il suo diritto di jus patronato”.

Nello stesso anno, il 1803, don Coltri con i suoi entusiasti parrocchiani intraprende l’innalzamento di una nuova chiesa. La parrocchiale viene dotata di cinque altari, tutti in marmo, dedicati rispettivamente a S.Anna (il maggiore), Maria Santissima, Rosario, S. Bernardo (contitolare della prima chiesetta) e S. Maria Maddalena. Riuscirà a completare l’ambiziosa opera in dodici anni, aggiungendovi pure il campanile, che verrà subito dotato di tre campane.

ll carattere infaticabile del montanaro porta don Coltri ad intraprendere opere su opere, esortando i suoi parrocchiani non solo con facili parole ma anche con l’esempio, impegnandosi finanziariamente di persona, come nel caso dell’acquisto del terreno per dotare la chiesa di una piazza confacente. Siamo nell’agosto del 1808 e don Coltri finalmente riesce ad acquistare per la parrocchia da Luigi Mazzi di Alessio “ora abbitante in Verona, nella contrà del Duomo… due pezze di terra, una prativa ed una ad uso di corte” rispettivamente di “vaneze 5 e di vaneze 3 e tavole 6” (la “vaneza” è una misura veneziana, pari a 127 mq, suddivisa in 30 tavole di circa 4 mq). Il prezzo pattuito è di “90 crocioni, pari a lire italiane 500 e 80/100mi” ed un terzo della spesa se lo accolla generosamente lo stesso parroco.

Il contratto è vincolato peraltro dal venditore alla condizione che i fondi debbano restare “a beneficio comune”, con pena di nullità in caso di successiva vendita ai privati, “come anco che il prodoto delle morari debbano restare pro tempore a beneficio della Chiesa fino a che dureranno così convenuti”. Questa clausola, probabilmente ispirata dalle solite beghe familiari, costringerà di lì a poco don Coltri ad una lunga vicenda giudiziaria, che si conclude finalmente nel 1816 con un processo che conferma la validità della vendita, contro le pretese degli eredi dell’ormai fu Luigi Mazzi.

La parrocchia si dota così dei due appezzamenti confinanti con la chiesa e realizza “su quello a sera la piazza” (sull’area dell’attuale piazzetta Btg. Alpini Verona) e “su quello a mattina l’Oratorio della Compagnia del S.S. e un orticelo conveniente per il parroco”. Dall’esame delle sue carte si può comprendere, anche là dove non appare palese come nel caso dell’acquisto appena ricordato, che don Coltri non esita a subordinare i propri averi a beneficio del suo paese di elezione. Poco alla volta, infatti, liquida varie porzioni di eredità nei dintorni di Caprino ed usa il ricavato sia per acquistare beni nei dintorni di Lugagnano che per prestare denaro senza interessi a molti che si trovano nel bisogno.

Nel 1824 ricostruisce la Compagnia del Santissimo Sacramento, che era rimasta vittima delle generali soppressioni e confische napoleoniche. Durante il suo ministero viene edificata anche la cappella del cimitero, unica testimonianza oggi superstite del vecchio camposanto sulla strada per Caselle.

All’inizio del 1841 l’anziano parroco si ammala, senza riuscire più a riprendersi dall’infermità che lo inchioda a letto per più di quattro lunghi anni. Durante questo periodo viene sostituito prima dal curato Don Francesco Tomelleri e poi da don Giacomo Brazzoli, futuro parroco dal 1846.

Dopo ben 44 anni ininterrotti di apostolato a Lugagnano, don Francesco Coltri muore il 24 giugno 1845. La sua speciale attenzione per i più bisognosi ispira anche il suo testamento che, lasciate le sue ultime proprietà caprinesi a parenti ed alla chiesa di Pazzon, destina “ogni sostanza pei poveri del paese”. Il minuzioso inventario seguitone registra: “Suppellettili £ 1734:25, Vestiario £ 20, Crediti £ 10073, Immobili £ 9824:25, Libri £ 40”, per un totale di “£ 21691:50”. Da notare che il denaro prestato in giro dal sacerdote e non riscosso supera addirittura le sostanze immobili, mentre nemmeno una lira compare nella sua immediata disponibilità, a conferma di quanto accennato più sopra circa l’uso altruistico che fece dei propri beni.

Gli abitanti di Lugagnano onoreranno il loro benefattore tumulandolo al centro della chiesetta del cimitero, dove la grande lapide è ancora conservata. E’ quindi l’ultima tomba presente nel sito del vecchio camposanto, che ha accolto le sepolture dei lugagnanesi dal finire del Settecento fino al 1956 per poi cedere il passo al nuovo ed attuale cimitero.

Una sepoltura che funge quasi da ultimo monito perché questo luogo, a lungo sacro, quarant’anni dopo la sua demolizione trovi finalmente una sistemazione che ne ricomponga la memoria. Per questa ultima fatica, l’infaticabile don Coltri, pur grato della vicina via dedicatagli, di sicuro non smetterebbe di pungolare i pronipoti dei suoi parrocchiani ed i loro amministratori.