L’indegna rissa al centro tamponi e la responsabilità personale di ciascuno di noi

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Una notizia che riguarda un ospedale della nostra provincia comparsa in questo 30 dicembre mi fa sobbalzare sulla sedia: “Cena di Natale in 16, poi creano scompiglio al centro tamponi per fare i test: denunciati”.

Non voglio farmi trascinare nel giudizio personale eccessivo su un simile fatto di cronaca, derubricandolo ad atto di insensatezza collettiva che parte dalla sua origine per arrivare alle conseguenze finali. Mi limito a constatare, nonché ad esserne soddisfatto, che la cosa verrà presa in carico dalla magistratura per le conseguenze penali e civili sui responsabili.

Riflettendo sul caso ho fatto un pensiero: ho provato ad immaginare, per un istante,  che nessuna autorità statale, regionale, provinciale o comunale abbia mai emanato alcuna ordinanza di limitazione alla circolazione delle persone. In piena pandemia Covid-19 tutti possono recarsi ovunque.

Nella piena libertà di agire, come proteggersi dal possibile contagio che è vivo e presente e la cui pericolosità è testimoniata in tutto il mondo? I tentativi di immunità di gregge operati in alcuni paesi europei come la Svezia non hanno dato i risultati sperati. E’ abbastanza noto, testimoniato da organi di informazione di ogni tendenza politica e di livello anche internazionale, che queste realtà si trovano ora alle prese con gravi problemi a carico del sistema sanitario e sociale. Con pesanti tributi lasciati sul campo in termini di perdite di vite umane.

Apparentemente quindi non ci si protegge dal virus ammalandoci tutti e sviluppando, in autonomia, gli anticorpi che servono. Non credo nemmeno che ci siano file interminabili di persone disposte a provare questo rischio sulla propria pelle ed attendere il risultato. Molto più facile percepire una forma mentis che porta ad esprimere considerazioni e giudizi sul tema senza aver veramente provato, sulla propria pelle, cosa significa trovarsi su un letto di ospedale per giorni e giorni alle prese con l’incertezza di riuscire a spuntarla o meno sulla morte.

O magari vivere tutto ciò di riflesso alle sorti di una persona a cui teniamo sopra ogni cosa. Quindi: in una situazione ipotetica in cui non ci sono limitazioni di alcun genere, cosa dovrebbe portare il singolo a trovare gli strumenti per combattere il Covid?

Badate bene, non è che tocca sempre agli altri, non è che tutti sono superuomini o superdonne e se la cavano con qualche linea di febbre e un po’ di tosse, non è che tutti sono dei single e quindi rispondono, in teoria (sottolineo in teoria…), solo a se stessi delle azioni che compiono. Ma è proprio essenziale che sia un’autorità a dettare delle linee guida di comportamento arrivando anche ad imporle? In una collettività integrata e complessa alle prese con un problema mai vissuto prima con gravi ripercussioni sociali ed economiche direi che assolutamente sì, è essenziale.

Sposto il tiro: se non ci fossero delle regole imposte all’alto a chi va la responsabilità collettiva verso la pandemia? Al singolo. Ai suoi atteggiamenti, alla sua correttezza, al suo senso di responsabilità, all’amor proprio per sé e per gli altri, alle azioni intraprese per seguire e rispettare le semplici regole di protezione suggerite, all’avere un minimo di rispetto del contesto sociale in cui si vive, alla minima serenità d’animo da cercare dentro di sé per non cadere nella critica aspra e sterile e nella acredine verso tutto e tutti. Nessuna autorità si potrà mai prendere questa responsabilità per nostro conto, l’agire con giustezza è una responsabilità del singolo.

Leggo oggi di feroci, ingiuriose e reiterate critiche verso l’infermiera dello Spallanzani che, per prima, si è vaccinata contro il Covid. Ho letto nei giorni scorsi le affermazioni di pseudo-possessori-di-verità che filmano le ambulanze vuote in arrivo e uscita dagli ospedali additando il procurato allarme pubblico, altri che criticano i mezzi di soccorso perché usano i segnalatori acustici e luminosi additando l’alimentazione di psicosi collettive. Speriamo che, in questo caso come quello di cui sopra, sia la magistratura a dare le risposte. Da cittadino per mio conto non riesco a pensarle.

Ma soprattutto: è mai possibile che non si possa confrontarsi su un argomento di interesse pubblico senza scadere in verità assolute ognuno per sé, in prese di posizione alimentate dall’astio e dalla acredine gratuita, trincerarsi nella difesa a spada tratta di quello che si pensa sopra ogni logica legata all’osservazione della vita di tutti i giorni?

Ne verremo fuori dal Covid-19 quando saremo stati in grado di sviluppare una migliore coscienza collettiva che trova le sue fondamenta in una migliore coscienza del singolo.