L’evoluzione dell’abbigliamento nelle campagne venete, che racconta la storia di una trasformazione sociale

“Niente passa tanto di moda come la moda”.
Bruno Munari

Dalla ruvida canapa pesante dei tempi passati ai leggerissimi tessuti hi-tech contemporanei, non solo il vestiario è stato ed è tuttora funzionale alla necessità di proteggersi dalle intemperie, ma risponde anche a un’estetica precisa ed è un modo per esprimere la propria personalità.

All’origine dell’evoluzione dell’abbigliamento c’è stato l’adattarsi alle esigenze di tipo pratico e sociale, emerse nel corso della storia, che hanno incentivato lo sviluppo di nuovi materiali tessili e di tagli più adatti a funzioni specifiche, soprattutto in seguito alle innovazioni tecnologiche del XIX secolo. In questo periodo storico ciascuna classe, ruolo, professione e mestiere, aveva oltremodo imposto un dress code ben delineato e se è vero che “l’abito non fa il monaco” di certo esso è, ed è stato specialmente allora, l’elemento distintivo di appartenenza per antonomasia.

Dai primi dell’Ottocento, mentre i sióri della campagna veneta stavano di pari passo con la moda del tempo (o quasi), lo stile del contado rimaneva pressoché invariato fino al secondo dopoguerra. Essere contadini significava appartenere a un mondo a sé stante, marginale ai grandi accadimenti storici, basato su un’economia di sussistenza fondata sulla famiglia e governata dalle leggi patriarcali, caratterizzate da un radicato spirito morale e religioso che si rifletteva nella modestia dell’abbigliamento.

In linea di massima, gli abiti maschili consistevano in camicia, gilet, giacca e pantalone, accessoriati di cappello a tesa larga (e tabarro fino agli anni ’20 del Novecento), vestito lungo, grembiule e scialle per le donne. Se d’estate si girava scalzi, con il freddo si indossavano scarpe di panno borchiate con la suola di legno (le sgàlmare) e gli zoccoli. Dettato fondamentalmente dal senso pratico, il modo di vestire metteva inoltre in evidenza la netta divisione dei ruoli e delle mansioni svolte da òmeni e dòne.

Chi si occupava di mantenere tali necessità della famiglia e, nel contempo, di preservarne l’immagine, secondo gli insegnamenti cristiani? Il confezionamento e la cura del vestiario e della biancheria, nonché la dote delle figlie, l’organizzazione del cambio stagione e delle lìssie, erano in consegna alla donna di casa.

Filare, tessere, cucire, ricamare, rammendare e lavorare a maglia, riadattare gli abiti dismessi degli adulti per i bambini, così come quelli donati dai sióri o le vecchie divise militari (in genere tinte nel paról con le bustine coloranti). La conoscenza di queste arti e il loro “saper fare” era di primaria importanza per l’economia domestica contadina. Se l’usura dei capi era tale da non consentire il loro reimpiego, venivano comunque sapientemente riciclati come strasse. Anche la consuetudine di prestarsi gli abiti tra famiglie, soprattutto quelli dei piccoli che si tramandavano da una generazione all’altra, era ampiamente diffusa.

Nel mondo contadino si distinguevano due stagioni, la bela e la bruta, ovvero il tempo del caldo e il tempo del freddo, perciò anche il modo di vestire seguiva la stessa linea. Il guardaroba era limitato, uguale per tutte le stagioni secondo il detto “quel che ripara dal caldo ripara anca dal frédo”, perciò la collezione estate-inverno consisteva sostanzialmente nell’avere qualcosa da meterse intorno, par l’inverno e par l’istà, par el dì de opera e par le feste.

Il vestiario di uso quotidiano era sostanzialmente funzionale al lavoro, differenziato da quello del dì di festa che si sfoggiava solo la domenica mattina par andar a la messa cantàda e nei giorni delle altre feste comandate. “L’abito buono” consentiva ai contadini di presentarsi da cristiani quando prendevano parte agli eventi sociali, e permetteva alle ragazze da marito di far figura dato che le occasioni per “mettersi in mostra” (sempre senza ostentazione) erano alquanto limitate.

Seguendo quest’ottica, anche l’abbigliamento, come forma di comunicazione socioculturale, racconta la natura e le tradizioni di un popolo e del suo territorio. In tal caso offre un ulteriore mezzo di indagine per conoscere le proprie origini, nonché un interessante spunto di riflessione sul fino a che punto le regole dettate dalle mode del momento (decise da qualcun altro) possano condizionare le scelte personali.

Nell’immagine sopra, “La paga dei mietitori”, Léon Lhermitte, 1882.

Emanuela Rigo
Passeggiare in aperta campagna, ispira la mia passione per la scrittura e la fotografia, e mi trasporta in una realtà dove percepire ancora le mezze stagioni. La mia personalità eclettica e la formazione multidisciplinare volta alla ricerca della bellezza, si esprime al meglio come consulente nell’ambito della fitocosmesi. Dopo mezzo secolo di città, il territorio di Sona mi sta ora offrendo una nuova dimensione di vita dove sperimentare altre tradizioni e antichi valori. Collaboro con il Baco con la rubrica “Il salotto di madre Natura".