L’estimità in cui siamo immersi e la necessità di ritrovare una dimensione privata dei rapporti

Negli scorsi giorni mi sono imbattuta nella parola “estimità”, che mi ha incuriosita. Treccani la definisce così: “Manifestazione esteriore di aspetti criticabili della propria intimità, al fine di raccogliere consenso e accrescere la stima di sé”. Il contrario di intimità.

Con l’avvento dei social ed ancora di più con gli smartphone è diventato sempre più facile immortalare e postare ogni momento della nostra vita, dal più banale al più intimo, nella gioia e nel dolore. Le pagine “private” sui social sono diventate quello che una volta era il diario personale nel quale si sfogavano i pensieri, le rabbie, le delusioni, si immortalavano i ricordi appiccicando biglietti di concerti, bigliettini d’amore, cartoline.

Il diario era rigorosamente segreto, tenuto ben nascosto e guai a chi osava profanarlo leggendolo di nascosto. Off limits per tutti. Adesso, al contrario, si urla al mondo intero che siamo furibondi (uso un eufemismo) perché siamo in coda in posta, sbandieriamo i nuovi amori, dove siamo o cosa stiamo mangiando.

Ma mi chiedo se sia veramente come quando ci confidavamo con il nostro diario o se questo mostrarsi “senza filtri” sia effettivamente solo una recita. Mostriamo quello che vogliamo per dare una rappresentazione di noi stessi che ci gratifica, a caccia di like. Postiamo solo quello che ci pare bello, magari anche invidiabile o abbelliamo la nostra realtà. Vediamo le vite degli altri tutte rose e fiori mentre le nostre sono spine e broccoli. Perché mai dovremmo ammetterlo?

Ci sfiora l’idea che anche gli altri stiano, non dico mentendo, ma quanto meno omettendo le parti meno “postabili” o “instagrammabili” della loro vita? Io sono ancora convinta che Facebook, Instagram, TikTok possano essere strumenti utili, ma sono diventati anche una giungla la cui unica salvezza a mio giudizio è quella di autolimitarsi, sfrondando e selezionando.

Tante informazioni, notizie di eventi, gruppi di condivisione di esperienze, di attività sono facilmente reperibili, spesso ormai sono l’unico canale dal quale venire a sapere cose. Forse anche troppo. C’è chi si affida ai social, chiedendo in buona sostanza a degli sconosciuti, il nome di uno specialista, una cura, un consiglio per l’iscrizione a scuola…

Non abbiamo nessun amico o conoscente in carne ed ossa a cui chiedere consiglio? Ci fidiamo del primo sconosciuto che ci risponde? O facciamo una specie di sondaggio senza averne però gli strumenti? Il campione è rappresentativo e competente a rispondere? Ci fidiamo della maggioranza?

Ci siamo fatti prendere un po’ la mano e mi accorgo che sono soprattutto le persone di una certa età. Ci sono quelli che non ne vogliono nemmeno sapere (e forse ci hanno visto più lungo) e quelli che condividono compulsivamente post su post commentando a tutto spiano, dando la loro opinione o il loro incoraggiamento al “vip” di turno.

Un altro lato, infatti, del fenomeno dell’estimità è che i cosiddetti “vip”, o meglio “influencer”, pubblicano sui social la loro vita dando l’impressione di diventare qualcuno di famiglia. Ma veramente pensiamo che se mettiamo un commento ad un post della Ferragni e dopo un attimo riceviamo il like al nostro commento, sia stata veramente lei a leggerlo e trovarlo bello? Crediamo sul serio che la richiesta di amicizia ricevuta dal tal personaggio provenga personalmente da lui perché ha visto che ci siamo interessati ai suoi post?

Cosa porta centinaia, migliaia di persone a scrivere “auguri” per il compleanno, il matrimonio e chissà che altro a dei perfetti sconosciuti? Pensiamo di essere così più vicini al nostro cantante preferito?

Magari poi gli auguri al nostro vicino di casa o di scrivania non li facciamo nemmeno, non sappiamo se stiano bene o male. Se lo domandiamo il più delle volte è per pura cortesia ma preghiamo che non ci rispondano con la sequela dei loro malanni. Mentre siamo interessatissimi all’unghia rotta di Belen (si fa per dire).

Nel momento che ci rendiamo conto che le vite dei nostri prossimi ci interessano meno di quella di personaggi pubblici è arrivato il momento di fermarsi. Spegnere quel cavolo di smartphone ed uscire a parlare con le persone vere, andare a mangiare un gelato, una pizza, bere un caffè con quel vicino di cui non mi ricordiamo nemmeno il nome. È facile mettere like e cuoricini seduti sul divano (quando va bene, più spesso forse il water).

Finché gli strumenti servono a tenere uniti, a facilitare le relazioni, ben vengano. È una gran cosa poter inviare foto, messaggi o parlarsi con facilità da una parte all’altra del mondo, tenersi aggiornati su amici o parenti lontani.

Ricordiamo però anche che viviamo qui ed ora, approfittiamo delle relazioni umane che abbiamo intorno senza vivere nel rimpianto di chi potremmo o vorremmo avere vicino. Troviamo l’equilibrio per gestire al meglio le relazioni vicine e lontane.

Manuela Taietta
Nata a Verona risiede a Lugagnano dal 1996. Sposata con Alessandro ha due figli, Matteo e Michele. Collabora nella gestione dello Studio Tecnico del marito. Amante della montagna, della vita all'aria aperta e della lettura.