L’errore del giudicare la musica solo con il gusto personale, senza conoscenza e disponibilità all’ascolto

Un paio d’anni fa ho avuto l’onore di avere una conversazione telefonica con Vittorio Nocenzi, fondatore e cuore pulsante del Banco del Mutuo Soccorso, storica prog/band romana. In quel periodo mi stavo cimentando in un tributo al loro lavoro discografico “Di Terra”, cercando di riportare in vita, quello che ho sempre considerato un piccolo capolavoro di Rock Sinfonico di casa nostra.

E’ andata così: avevo scritto una mail al management del Banco per informarli della nostra impresa, lasciando come di consueto i miei contatti e sperando in una cortese risposta. Il risultato è stato che il giorno dopo, verso le 10 di mattina, mi arriva una telefonata proprio dal maestro Nocenzi che, incuriosito dalla cosa, decide di telefonarmi personalmente.

Quando si dice che la fama precede qualcuno, è proprio il suo caso. Un tastierista/pianista, visionario e dal talento incontestabile, un uomo spesso impegnato politicamente e che è riuscito a dare un’impronta fortissima a tutta la sua lunga produzione musicale.

Potete dunque immaginare come mi sia sentito, colto alla sprovvista mentre bevevo un caffè, e una botta di adrenalina per la sorpresa mi ha completamente elettrizzato: ero al telefono con un mito vivente. Con la semplicità tipica dei grandi, però, mi ha messo subito a mio agio, e abbiamo iniziato a parlare di musica.

E’ stata una telefonata che porto con me, e ad un certo punto, mentre Vittorio mi spiegava la genesi del loro lavoro discografico, mi ha detto una frase semplice quanto efficace: “Sai, non bisogna mai dimenticare che la musica è sempre uno specchio dei suoi tempi”.

Ho riflettuto molto sul senso di questa affermazione, che ho scoperto potrebbe essere una regola fissa per giudicare e collocare sempre ciò che ascoltiamo e viviamo.

Quando sento o leggo giudizi sprezzanti e denigratori nei confronti di svariati artisti, la mia mente vola a quella frase, e capisco quanto sia inutile un giudizio, senza una reale contestualizzazione temporale, ma aggiungo geografica, culturale e stilistica.

Il problema di giudicare (ammesso il fatto che sia poi così indispensabile farlo…), richiede di calarsi nel contesto da cui nasce il lavoro artistico (di quello si parla), ed è evidente a quel punto constatare quanto sia sconveniente ed inadeguato utilizzare, come unico metro di giudizio, il proprio gusto personale, che è inevitabilmente limitato dalla realtà del vissuto di ognuno di noi.

Infatti, ciò che funziona per una soggettività, potrebbe non essere valido per un’altra, e il barricarsi dietro il proprio sentire, alla fine, porta a trovarsi inevitabilmente coinvolti personalmente dal giudizio altrui, come da un’offesa personale.

Insegnando mi trovo quotidianamente a dover combattere con i gusti dei ragazzi, che non sono assolutamente in condizione di aprirsi a ciò che non conoscono, e questo mi è successo anche con alcuni stimati colleghi, che fanno del loro punto di vista l’unico.

Questa cosa che ha il potere di inibire non solo una sana e bella condivisione, ma anche una crescita e il formarsi di un gruppo unito dalla comune passione. Io stesso ho scoperto negli anni molte “resistenze culturali” interiori, che mi inibivano ad avere un giudizio obiettivo, portandomi a non capire quello che stavo ascoltando. Il risultato di un’apertura è che gli orizzonti si allargano, e senza perderci, iniziamo ad espanderci.

Capire una realtà musicale e sociale che si sta evolvendo velocissima, dalla prospettiva presente, non è mai stata una cosa facile, e si sprecano gli aneddoti di critici che hanno decretato la fine di artisti con giudizi lapidari, salvo poi vederli diventare iconici.

Ascoltiamo dunque quello che ci piace, ma impariamo anche a non giudicare le altre culture, i gusti di chi ha un’altra età, le musiche del passato e quelle del presente, le musiche e tutte le cose che sono lontane dal nostro sentire. Se invece proprio vogliamo giudicare, allora prepariamoci ad abbandonare ogni forma di preconcetto.

L’unico vero nemico della musica e dell’arte in generale, e forse dell’uomo stesso, non è dunque la diversità, bensì, semmai, l’attuale processo di forte disumanizzazione, legato alla cultura consumistica. Questo è un altro tema però da non prendere sottogamba, e che va sviluppato parallelamente e con le dovute premesse.

Salutandovi, ho pensato di lasciarvi con la sfida di quattro ascolti “orticanti”. Ho scelto volutamente musiche quanto mai lontane fra loro, ma tutte di egual incontestabile importanza.

Sta a voi, se volete, cercare di scoprire qual è il loro valore, esercitando la vostra obiettività di giudizio, scoprendo chi sono i protagonisti, collocandoli nel tempo, nel genere musicale, e valutando di conseguenza il loro valore. L’unica cosa da non fare è un paragone diretto tra loro e con ciò che vi è familiare.

Preparatevi ad mettere sul comodino i vostri gusti. Noi ci vede alla prossima su queste pagine.

Wynton MarsalisSecond Line (Joe Avery’s Blues)

Antony & The JonsonGhost

Ronnie James DioHoly Diver

D’AngeloUntitled (How Does It Feel)

Erik Spedicato
Batterista veronese classe 1976, suono e insegno musica con passione da molti anni. Amo la filosofia e la bellezza che sta in tutte le cose semplici.