Le visite pastorali a Sona nel ‘500

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Gian Matteo Giberti (1495-1543) fu uno dei più grandi vescovi della storia di Verona. Anticipando le norme del Concilio di Trento, era solito percorrere in lungo e in largo la sua diocesi per visitare ogni parrocchia, animato da zelo apostolico.

 

Un segretario aveva il compito di scrivere una relazione su tutto quello che il presule aveva visto e fatto in ogni tappa; questi scritti rappresentano oggi dei documenti di grande portata storica, perché ci forniscono interessanti informazioni sulla vita di quel tempo. Riportiamo una sintesi delle visite pastorali compiute nel paese di Sona. Ogni volta il vescovo, dopo aver impartito la cresima, faceva l’inventario di tutti gli oggetti sacri presenti nella chiesa, e dava disposizioni per eventuali migliorie e riparazioni dell’edificio: dettagli troppo lunghi per questo articolo che, più che delle cose, riferirà delle persone dell’epoca.

 

1526. La chiesa parrocchiale era quella di S. Salvatore presso il cimitero, la cui rendita ammontava a circa trenta ducati. Non vengono nominati altri luoghi sacri. Il titolare era don Giovanni Melchiori da Fumane. Il cappellano si chiamava don Giorgio da Correggio, il quale viveva con la madre che gli faceva da perpetua; era ben visto dalla gente, ma i superiori lo trovarono illetterato e mediocremente preparato sulle cose religiose. I cittadini di Sona erano tutti a posto con la religione, ma la condotta morale di alcuni era riprovevole, in quanto avevano le concubine; i loro nomi erano: Battista di Giovanni Antonio, Anastasio Franchi che conviveva con una che si chiamava Iacopa, Zeno Caliari che – benché sposato – aveva come concubina una vedova soprannominata “La Calabria”.

 

1529. Questa volta vengono nominate sia la chiesa di S. Salvatore che quella della Visitazione della Vergine Maria a S. Elisabetta, senza specificare quale delle due sia la parrocchiale. Titolare era ancora don Melchiori, mentre il cappellano era cambiato e si chiamava don Francesco Macone da Fagnano. Al vescovo furono segnalati i concubini del paese: Anastasio Franchi e Giovanni Caliari.

 

1530. La chiesa della Visitazione viene finalmente citata come parrocchiale, mentre quella del cimitero è declassata a chiesa campestre. Il rettore don Melchiori era assente, al suo posto operava don Marco Benasio da Mantova, percependo un salario di 18 ducati. A Sona le persone più in vista dal punto di vista amministrativo erano il massaro del comune Viganò, Leo Motta, Giovanni Motta, Antonio di Ottone. I nobili, che possedevano case e poderi, erano: Oliverio Spolverini, Francesco da Orzinuovi, un certo Bernardino, Anastasio Spagnolo, Bartolomeo Zappa. Prima di congedarsi, il vescovo esaminò la situazione matrimoniale poco chiara di una certa Iacopa Leonardi.

 

1532. Titolare della parrocchia era sempre don Melchiori, ma al suo posto operava don Bortolino Bartoli, che conduceva il beneficio in affitto per 8 ducati d’oro all’anno, con l’obbligo di mantenere accesa la lampada davanti al Corpo di Cristo e di preparare il cibo per la festa di S. Quirico; era una brava persona, ma anch’egli fu trovato poco istruito. Vi erano circa 600 anime, di cui 370 da comunione. Tutti erano confessati e comunicati, eccetto la solita pecora nera: Gaspare Fabbro. Il vescovo ordinò che in chiesa le donne stessero separate dagli uomini (altrimenti il prete poteva rifiutarsi di celebrare la messa), e che le armi fossero riposte al di fuori di essa. Monsignor Giberti visitò, dopo la parrocchiale, anche la chiesa di S. Salvatore, ormai trascurata, e di S. Quirico che, grazie alle pie elemosine dei fedeli, era tenuta in discrete condizioni. Infine volle vedere la chiesa campestre di S. Martino, alquanto mal tenuta, e diede ordine che, se non si fosse riparato il tetto al più presto, venisse demolita.

 

1541. Sona aveva un nuovo rettore, un certo don Michele da Peschiera, che amministrava la parrocchia personalmente, senza cappellano. In paese tutti erano confessati e comunicati, eccetto uno, Bartolomeo detto “Il Sona”, che teneva in casa una ragazza che aveva violentato; egli tuttavia negò, dicendo anzi che sua moglie la aveva accolta come una figlia.

 

In conclusione, possiamo dire che questi documenti, anche se parlano di piccole realtà locali, testimoniano la situazione della Chiesa in quegli anni. Era evidente l’inadeguatezza del servizio parrocchiale: la generalizzata scarsa preparazione religiosa e culturale dei parroci costituiva un serio ostacolo alla diffusione di un insegnamento che riflettesse l’ansia per una più ricca spiritualità. All’impreparazione dei sacerdoti si aggiungeva spesso la mancata residenza nelle loro chiese derivante in genere dalla contemporanea titolarità di più benefici, imposta dalla povertà di ciascuno di essi.

 

Scarsa preparazione religiosa e mancata residenza nelle loro sedi si ritrovavano, poi, frequentemente anche tra i vescovi; questo non fu il caso di Gian Matteo Giberti, che fu tra quelli profondamente consapevoli della loro missione e tenaci promotori di una riforma dei costumi e della spiritualità nelle loro diocesi. Pochi anni dopo i fatti che abbiamo narrato, fu indetto il Concilio di Trento, che si sforzò di risolvere questi problemi. Furono fondati i seminari per la formazione spirituale e la preparazione culturale dei nuovi sacerdoti, fu confermato l’istituto del beneficio ecclesiastico ma a condizione dell’obbligo della residenza e della predicazione da parte di chi ne era investito.