“Le storiche e complesse ragioni del conflitto israelo-palestinese”. Rama coinvolge un folto pubblico con la sua lezione a Lugagnano

L’Università Popolare di Sona ha organizzato una conferenza aperta a tutta la cittadinanza sul tema “Terra promessa, terra contesa. Le origini storiche della questione israelo-palestinese” con relatore il professor Marino Rama, docente di Storia e Filosofia, ben noto alla nostra comunità. Ha aperto i lavori il Rettore Nora Cinquetti, ricordando che la conferenza concludeva un ciclo di sette, iniziato tre anni orsono ad argomento “L’Eredità del Novecento”.

Rama ha esordito affermando che il problema israelo-palestinese, da lunga data e fino ai nostri giorni, ha sempre acceso scontri politici ed anche fisici e verbali durissimi. Il motivo è dovuto al fatto che nell’area medio- orientale sono stati egemoni con le loro religioni monoteiste in momenti diversi, gli Ebrei, i Cristiani ed i Musulmani e in quelle aree sono tuttora presenti i ricordi di tali multiple e prolungate presenze.

Gli Ebrei furono presenti nell’area fino al 70 d.C. quando, dopo ripetute rivolte, furono deportati dagli occupanti Romani. La “diaspora” che li portò in tutto il mondo non li divise però, perchè accumunati dalla fedeltà assoluta alla Torah che li portava a dire ogni anno in occasione della Pesach (Pasqua ebraica) “l’anno prossimo a Gerusalemme”, mantenendo così viva la speranza di un ritorno nella “terra promessa”. I Cristiani, giunti nell’area con le Crociate, possono tuttora visitare i luoghi sacri della loro religiosità come il Cenacolo, il Santo Sepolcro ed il Golgota. I Musulmani, regnanti nell’area per secoli, considerano Gerusalemme la terza loro città sacra, dopo Mecca e Medina.

L’oratore ha proseguito riportando il seguente detto Rabbinico: “Dio ha dato 9/10 della bellezza a Gerusalemme, il resto al mondo, 9/10 della saggezza a Gerusalemme, il resto al mondo e 9/10 del dolore a Gerusalemme, il resto al mondo”, affermando che il dolore in effetti è sempre stato il compagno di viaggio del popolo ebraico. Ha quindi affermato che i motivi dell’ostilità verso gli Ebrei vanno trovati nello scontro fra religioni, nell’economica e nella geopolitica.

E’ passato poi a presentare un percorso storico della questione. L’area del Medio Oriente, per la maggior parte desertica, dal Libano/Siria, all’attuale Israele, compresi Iraq ed Iran, anche dopo la diaspora, fu sempre abitata da piccole comunità di ebrei che convivevano pacificamente con i musulmani e popolazioni di diverse etnie. Una folta Comunità ebraica fu da secoli presente in Russia e in quello Stato, a cavallo tra il 18esimo ed il 19esimo secolo, si manifestarono i primi contrasti con le popolazioni locali, accentuatisi dopo che fu ucciso nel 1881 lo Zar Alessandro II da terroristi, fra i quali un ebreo, che non partecipò all’attentato per motivi religiosi. Nel 1912 i Servizi Segreti zaristi resero pubblico, con l’intento di diffondere l’odio verso gli ebrei un documento falso, i “Protocolli dei Savi di Sion”, attribuendolo ad una fantomatica organizzazione ebraica e massonica il cui obiettivo sarebbe stato impadronirsi del mondo.

Il professor Marino Rama.

Il documento, pur riconosciuto dopo pochi anni come falso, scatenò ripetute sommosse popolari antisemite (Pogrom), tra il 1929 ed il 1939, e per questa ragione iniziarono gli esodi degli ebrei dalla Russia. Molte famiglie ebree benestanti riuscirono a trasferirsi negli USA. La maggior parte invece tentò, con mezzi di fortuna, di raggiungere la Palestina. Dopo un periodo iniziale di accoglienza da parte degli Inglesi, che avevano il Protettorato della zona, furono chiusi i porti, molte navi furono respinte e si verificarono tragiche vicende simili a quelle odierne nel Mediterraneo.

Altre vicende, che coinvolgevano negativamente gli ebrei, furono costruite ad arte in varie parte d’Europa, incrementando così la diffidenza e l’odio verso di loro. Hitler ed il nazismo ebbero quindi buon gioco ad emarginarli e colpirli quando andarono al potere. In periodi diversi si iniziò però anche a parlare della necessità di fornire un “focolare domestico” agli “ebrei erranti”.

Nel 1896 un ebreo non osservante, tale Teodor Ertzl, giornalista e scrittore ungherese di lingua tedesca, in concomitanza con i primi pogrom in Russia, pubblicò un testo Der Judenstaat (Lo Stato ebraico) che segnalava ai governi europei l’urgente necessità di creare uno stato ebraico, “in una qualsiasi colonia delle potenze europee”.

Con lo scoppio delle due guerre mondiali la questione ebraica si complicò, soprattutto per il cinismo dei governi europei. Infatti, in particolare Inghilterra, Francia e Germania, in momenti diversi cercarono appoggi presso gli Ebrei ed i Musulmani, promettendo ad entrambi i due popoli che avrebbero loro concesso, a guerre vittoriose ultimate, uno Stato indipendente.

A ridosso della Seconda Guerra Mondiale al problema religioso si affiancò quello economico, per alcuni ragioni che l’oratore ha illustrato. L’inglese Winston Churchill, che all’epoca era Ministro della Guerra, riuscì a far approvare dal Parlamento il cambio nell’utilizzo del carburante di propulsione per la flotta dal carbone, molto ingombrante, alla nafta. Molte altre nazioni copiarono la scelta inglese e l’area medio- orientale, ricca di giacimenti petroliferi, diventò in breve di particolare interesse. Inoltre, gli ebrei si erano trasferiti dalla Russia iniziarono a comprare appezzamenti di terra, dedicandosi all’agricoltura, pur provenendo da esperienze lavorative differenti. Queste iniziative tolsero lavoro non solo a chi aveva venduto i terreni, ma anche a molte famiglie palestinesi che vivevano di bracciantato agricolo.

La vicenda ebbe una svolta importante quando, al termine della Seconda Guerra Mondiale, USA ed URSS “scoprirono” la tragedia dei campi di concentramento nazisti e questo fece maturare nell’opinione pubblica mondiale il convincimento che gli ebrei avrebbero dovuto avere una terra ove rifugiarsi a fronte di eventuali analoghi eventi tragici.

Si arrivò così nel novembre del 1947 alla risoluzione dell’ONU n.181, “Piano di ripartizione della Palestina”, approvato con 33 voti a favore, 10 astensioni (fra cui l’Inghilterra) e 14 contrari che definì due territori distinti per Ebrei e Palestinesi e approvò uno Statuto autonomo per Gerusalemme. Nel frattempo, nell’area palestinese, ancora sotto Protettorato inglese, iniziarono attacchi terroristici da parte dell’Irgun (gruppo di resistenza sionista di destra) organizzati da Wolfovich Begin, un esule dalla Russia, che nel 1978 diventerà Primo ministro d’Israele e riceverà il premio Nobel per la Pace.

Nel 1948 gli Inglesi se ne andarono dal territorio, gli Ebrei proclamarono lo Stato d’Israele, i Palestinesi ed i Paesi Arabi non accettarono la risoluzione dell’ONU e scoppiò la prima guerra arabo-israeliana. Fecero seguito altre guerre fra il neonato Stato di Israele, sempre vittorioso, ed i Paesi arabi, nel 1956, nel 1967 con la conquista da parte degli Israeliani della penisola del Sinai e di Gerusalemme e nel 1973.

Nel frattempo, nel 1964, era nata l’Organizzazione filo araba per la Liberazione della Palestina (O.L.P.).  Furono anni di massicci esodi, volontari o forzati, di Palestinesi che cercarono di sottrarsi alla permanente situazione di guerra. Nel 1978 il Presidente egiziano Anwar al-Sadat, con il patrocinio degli USA del Presidente Jimmy Carter, firmò un accordo di pace con Israele, ricevendo di ritorno l’area del Sinai. Questa scelta gli costerà nel 1981 la vita, ucciso da fanatici militari integralisti.

Nel 1979 il Regno dell’Iran cambiò radicalmente regime. Lo Scià Reza Pahlevi, filo-occidentale, fu cacciato da una rivolta popolare e dovette lasciare il potere al religioso musulmano l’Ayatollah Khomeini. Rama ha indicato questo il momento nel quale alle motivazioni religiose ed economiche del dissidio israelo-palestinese si aggiunsero anche quelle per l’egemonia geopolitica nella zona.

Le due medie–potenze dell’area, l’Arabia Saudita e l’Iran, iniziarono a contrapporsi, aggregando attorno alle loro rispettive egemonie gli Stati dell’area ed anche alcuni gruppi terroristici, con il benestare e l’appoggio, talvolta, di USA, Russia ed Unione Europea. Da allora ogni tentativo per risolvere il problema non ha portato ad alcun definitivo risultato positivo.

L’oratore ha completato la lunga, interessante relazione riportando le ragioni indicate dagli Ebrei per legittimare la loro presenza in Palestina e quelle dei Palestinesi per illustrare la loro attuale condizione socio-economica.

Per gli Ebrei la Palestina è solamente una creazione occidentale ed i Palestinesi non sono un popolo, quindi “non siamo occupanti, siamo stati presenti sul territorio anche dopo la diaspora, i Palestinesi, hanno sempre respinto ogni accordo raggiunto, abbiamo reso vivibile un’area desertica ed abbiamo acquisito il diritto a difendere la nostra sicurezza, pur lasciando i luoghi sacri aperti a tutte le tre religioni, siamo l’unica vera democrazia nell’area”.

Per i Palestinesi “nelle aree ove la nostra presenza è alta, vedi Gaza, ci è consentito di vivere solamente in condizioni di prigionia, accerchiati in una situazione disumana di sovraffollamento, senza il controllo autonomo dell’acqua e dei rifornimenti di beni e servizi, nell’West Bank (Cisgiordania) i continui nuovi insediamenti da parte dei coloni israeliani rendono invivibile la nostra vita, anche le fonti dell’acqua per l’agricoltura sono tutte sotto controllo israeliano”.

L’oratore ha manifestato il convincimento che ogni ragionevole accordo nell’area non sia più possibile proprio a causa degli insediamenti dei coloni israeliani che lasciano più spazi contigui per uno Stato Palestinese indipendente. Ha poi elencato gli ulteriori ostacoli ad una soluzione ragionevole del problema, che sono lo status di Gerusalemme che, per la risoluzione ONU n.181, doveva essere sotto controllo internazionale; l’impossibilità che Israele di accettare il ritorno di migliaia di profughi che da decenni sono ospitati in tendopoli nei Paesi limitrofi e l’importante presenza di fondamentalisti in entrambi le due popolazioni che si contendono l’area.

Il professor Rama ha concluso la relazione chiedendosi se Israele debba ancora ritenersi una democrazia. Una legge approvata dal Parlamento nel 2018 con 65 voti a favore e 55 contrari ha definito Israele come Stato/Nazione Ebraica, classificando di fatto cittadini di serie B chi di religione diversa, con conseguenze non ancora prevedibili.

Molto articolata, documentata ed esauriente, come sempre, la relazione di Rama ed attenta ed interessata la partecipazione di un folto pubblico, in buona parte molto giovane.