Le scuole superiori non vanno chiuse: per salvarci dal virus condanniamo i ragazzi al malessere e all’ignoranza

La sera in cui il Governo stava cercando di scrivere l’ennesimo DPCM per frenare l’emergenza epidemiologica, Zaia, sostenuto da molti altri Governatori, ha proposto di far seguire le lezioni a casa, attraverso la didattica a distanza, agli studenti degli ultimi anni delle superiori.

La sua idea si propone di essere la soluzione al problema del sovraffollamento degli autobus che portano gli adolescenti quotidianamente a scuola. Benchè infatti sia imposta la mascherina anche sui mezzi pubblici, spesso su di essi – soprattutto negli orari di punta – è difficile rispettare il distanziamento, quindi il rischio di contagio si innalza.

Sicuramente l’aumento di positivi delle ultime settimane preoccupa, ma le scuole devono restare aperte il più possibile. E con il termine “aperte” si intende che la didattica deve avvenire in presenza, non a distanza.

Tre mesi e mezzo di chiusura totale hanno lasciato strascichi negativi sull’apprendimento degli studenti di ogni età, per non parlare delle conseguenze legate allo sviluppo emotivo di bambini e ragazzi. E’ vero, la scuola che ha riaperto a settembre non è la stessa del periodo precedente al Covid-19: i banchi sono distanziati, le mascherine sono obbligatorie per ogni spostamento, la ricreazione si svolge con modalità diverse e spesso la merenda si consuma al banco, gira meno carta e l’odore del disinfettante sovrasta quello del sudore post palestra, visto che l’attività motoria è ridotta. Eppure gli studenti sono tornati finalmente a vedersi negli occhi senza uno schermo di mezzo, ad interagire coi compagni, a seguire gli insegnanti senza connessione traballante.

Anche chi era tagliato fuori durante il lockdown perchè non possedeva wifi e competenze digitali, ora può invece partecipare alle lezioni come gli altri.

Zaia ha detto che gli studenti delle superiori, quelli degli ultimi anni, hanno conoscenze informatiche più ampie e non necessitano di cura da parte dei genitori, che devono giustamente andare a lavorare, quindi potrebbero prendere parte più facilmente di altre fasce d’età alle lezioni da casa. Vero, ma anche gli studenti più grandi hanno diritto come gli altri ad andare a scuola ogni giorno, vedere i compagni, cercare di imparare qualcosa dal vivo, mettersi alla prova, prepararsi al mondo che li aspetterà alla fine del percorso di studi in modo serio.

Esiste ancora un esame di maturità e poi un mondo fatto di test di ammissione all’università o ricerca del lavoro. La DAD può essere un’alternativa, un tappabuchi per periodi limitati ma non può essere la risposta ogni volta che la curva dei contagi risale. Bisognava forse pensare prima al problema (enorme) dei trasporti.

Certo non si tratta di un nodo facile da sciogliere e sì, è vero, si sono per esempio dati incentivi per l’acquisto delle bici. Bella cosa, che sposa anche il concetto di sostenibilità ambientale, ma riguarda solo una parte dell’utenza scolastica, non certo i ragazzi che  come quelli di Sona abitano in provincia, in mezzo alla nebbia padana, a chilometri dalla scuola in centro città.

Chi vive in provincia, ma non solo, non può raggiungere la scuola a piedi o in bici. Ha bisogno di un trasporto pubblico efficiente e variegato. Invece le cose non sembrano essere troppo cambiate neanche in questo senso. Ci si aspettava almeno qualche corsa in più o l’autobus in orario. Invece, anche a Sona, per raggiungere vari istituti, soprattutto quelli in provincia, gli autobus non fanno più corse rispetto agli anni passati e sono continuamente in ritardo.

Forse era il caso di passare meno tempo a progettare banchi singoli con rotelle e concentrarsi di più sul problema dei mezzi di trasporto pubblico.

Ecco perché non è giusto risolvere la cosa così, imponendo agli studenti di seguire le lezioni da casa, anche perché – va detto – i ragazzi a scuola si stanno comportando bene, nel complesso.

I presidi, i docenti e il personale scolastico ce la stanno mettendo tutta per far loro rispettare le regole e gli alunni sono  più corretti di quanto ci si potesse aspettare. I ragazzi, se responsabilizzati, sanno comportarsi bene, sono solidali, disponibili al sacrificio, ma hanno bisogno di vivere con i loro pari perché la scuola per loro non è solo il luogo dove imparano a leggere, scrivere e far di conto.

Quindi la chiusura degli edifici scolastici dovrebbe essere l’ultima delle opzioni possibili per arrestare l’avanzata del Coronavirus.

Ci sarà un mondo post Covid-19 e i bambini di oggi avranno il diritto di viverci serenamente e il compito di farlo progredire, ma non ci riusciranno se si troveranno a fare i conti con un virus ben peggiore del Covid-19, cioè quello del malessere emotivo e dell’ignoranza.