Le prove Invalsi e la didattica a distanza: l’importanza del ritorno continuativo in presenza, anche a Sona

“La Caporetto degli apprendimenti”: così Il Corriere della Sera commentava alcuni giorni fa i risultati delle prove Invalsi, lo strumento di rilevazione nazionale degli apprendimenti, che ha coinvolto gli alunni delle classi II e V della primaria, e dell’ultimo anno della secondaria di primo e secondo grado.

Trattandosi delle prime prove standardizzate effettuate dopo lo scoppio della pandemia, la lettura degli esiti del 2021 non può prescindere da alcune considerazioni sulla didattica a distanza che ha caratterizzato gli ultimi tre mesi dell’anno scolastico 2019/2020 e, seppur in maniera differente nelle diverse zone d’Italia, alcuni periodi dell’anno scolastico appena concluso.

La didattica a distanza ha costituito la risposta delle scuole alle chiusure imposte dalla diffusione dei contagi, e anche a Sona ha rappresentato, e continua a rappresentare, argomento di riflessione e discussione: è stata infatti un’esperienza che ha segnato in maniera significativa l’organizzazione scolastica dei nostri istituti, oltre che l’organizzazione domestica di tante famiglie.

Nel 2021, le prove Invalsi hanno coinvolto oltre 2 milioni di studenti: oltre 1.100.000 delle elementari, circa 530.000 delle medie e circa 475 mila delle superiori. Dai dati emerge che la scuola primaria ha tenuto: nonostante le difficoltà legate alla pandemia, il confronto fra gli esiti del 2019 e quelli del 2021 restituisce un quadro sostanzialmente stabile. E i risultati sono simili in tutte le regioni italiane.

Il primo campanello d’allarme riguarda invece la secondaria di primo grado, dove gli esiti risultano più bassi rispetto a quelli del 2019 nelle discipline di italiano e matematica, rispettivamente con il 39 per cento e il 45 per cento degli studenti che non hanno raggiunto risultati adeguati. A questo livello tendono ad ampliarsi i divari territoriali: in alcune regioni del sud, in particolare la Campania e la Calabria, e nelle isole si registra un maggior numero di alunni con risultati molto bassi. Ed è lo stesso INVALSI a spiegare che “emergono forti evidenze di disuguaglianza educativa nelle regioni del Mezzogiorno sia in termini di diversa capacità della scuola di attenuare l’effetto delle differenze socio-economico-culturali sia in termini di differenze tra scuole e, soprattutto, tra classi”.

Ma è alle superiori che emerge la situazione più critica rispetto al 2019, con un aumento di nove punti percentuali, sia in italiano (il 44 per cento) che in matematica (il 51 per cento), degli studenti che non raggiungono risultati adeguati, e forti differenze fra le regioni. Per Gianna Fregonara e Orsola Riva, che firmano l’articolo cui facevamo riferimento in apertura, non c’è dubbio che la responsabilità degli esiti più preoccupanti, soprattutto alla secondaria di secondo grado, vada attribuita alla didattica a distanza: “In questi due anni – scrivono – c’è stato un vero e proprio crollo degli apprendimenti, soprattutto alle superiori, che sono rimaste sbarrate per la maggior parte del tempo. Che sia «colpa della Dad» lo dimostra il fatto che le due regioni che sono andate in assoluto peggio sono anche quelle che hanno tenuto i cancelli delle scuole chiusi per più tempo: Puglia e Campania”.

A fronte di questa lettura, l’auspicio può quindi essere uno solo: che l’anno prossimo si torni in presenza in maniera continuativa, evitando una didattica a singhiozzo, un po’ in classe un po’ a distanza, come quella che ha caratterizzato l’anno appena concluso.

La didattica a distanza ha rappresentato una soluzione per l’emergenza: la chiusura delle scuole a marzo 2020 ha richiesto una riorganizzazione della didattica a cui gli insegnanti non erano preparati; nonostante in molti non avessero una formazione adeguata al lavoro in modalità telematica, va loro riconosciuto di essersi rimboccati le maniche, provando ad offrire agli alunni il meglio delle esperienze didattiche possibili in una situazione difficile e imprevista, assolutamente senza paragoni. E di nuovo, la didattica a distanza ha rappresentato la modalità per continuare a fare lezione quando la risalita dei contagi ha imposto nuove chiusure o aperture parziali, con presenza ridotta, nell’anno scolastico appena concluso.

Ma la scuola in presenza resta insostituibile, non solo perché offre un contesto di relazioni privilegiato per la crescita affettiva ed etica degli alunni, ma anche perché l’apprendimento più profondo, solido e duraturo necessita di canali che la distanza non garantisce: ad esempio, la co-costruzione del pensiero, che avviene attraverso le conversazioni che stimolano il pensare insieme, è molto più efficace in classe, dove il dialogo non è mediato dal monitor; i feedback sulla lezione che arrivano al docente dagli sguardi e dalle espressioni degli studenti sono più facilmente coglibili nella relazione faccia a faccia che in quella a video, dove i visi degli alunni sono ridotti a tante figurine su un computer; le dinamiche di apprendimento sono impregnate di un’emotività capace di accendere l’interesse, ed accendere l’interesse degli alunni risulta più difficile a distanza, in particolare se non si ha esperienza né formazione in merito.

C’è un altro dato su cui vale la pena soffermarsi: per quanto riguarda le scuole secondarie di primo e secondo grado, l’INVALSI rileva come “in tutte le materie le perdite maggiori di apprendimento si registrano tra gli allievi che provengono da contesti socio-economico-culturali più sfavorevoli”, e questo alle superiori si verifica “con percentuali quasi doppie tra gli studenti provenienti da un contesto svantaggiato rispetto a chi vive in condizioni di maggiore vantaggio”.

Fra i tanti commenti che si potrebbero fare, ci limitiamo a rilevare come non tutti gli studenti siano in possesso degli strumenti tecnologici per seguire le lezioni a distanza: di fatto, l’interruzione della didattica in presenza può ampliare in maniera significativa il divario di opportunità di apprendimento tra alunni che provengono da famiglie con diverse possibilità economiche. Ci sono famiglie con più figli e un solo computer e famiglie dove il computer proprio non c’è, ci sono alunni costretti a seguire la didattica a distanza dal cellulare e ci sono case dove la connessione manca del tutto o è molto debole, e gli esempi che si potrebbe fare sarebbero ancora molti.

E questo problema c’è anche nel nostro territorio. Vale la pena a questo proposito ricordare che, per dare una mano alle famiglie alle prese con la didattica a distanza, nell’aprile 2020, 35 computer dell’istituto comprensivo di Sona erano stati consegnati dalla Protezione civile a ragazzi e ragazze che ne avevano bisogno per poter seguire le lezioni da casa, con una connessione garantita per un periodo; inoltre lo scorso novembre il Comune di Sona ha pubblicato un bando per contribuire alle spese sostenute dalle famiglie per l’acquisto di strumenti tecnologici.

E una scelta dell’amministrazione che si è poi rivelata lungimirante è stata quella di portare già nel 2016 la fibra direttamente nei plessi scolastici: nell’anno appena concluso, questo ha agevolato molto il lavoro degli insegnanti che si connettevano direttamente dalle scuole per raggiungere con la didattica a distanza gli alunni che erano a casa.

È evidente che dove mancano gli strumenti informatici per seguire la didattica a distanza, o dove tali strumenti ci sono ma non sono adeguati, le possibilità di apprendimento si riducono enormemente: anche per questo, per garantire a tutti le stesse opportunità di fruizione delle lezioni, è auspicabile un rientro a scuola che sia continuativo. E alla creazione delle condizioni per raggiungere questo obiettivo occorre contribuire tutti: la politica deve fare la sua parte, affinché a settembre sia tutto pronto per un ritorno in presenza che costituisca una prospettiva a lungo termine e non una situazione temporanea.

Ma la responsabilità per il futuro educativo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi è anche nelle mani di ciascuno di noi, chiamati a fare quanto è in nostro potere per arginare il più possibile la diffusione e l’aumento dei contagi, così da evitare ulteriori chiusure. Ancora una volta, è il nostro senso civico ad essere chiamato in gioco. Anche a Sona.

Perché la crescita dei giovani, a cui concorrono in maniera significativa le opportunità di apprendimento che fornisce la scuola, è crescita di tutta comunità.