Le motivazioni del volontariato, il valore della gratuità ed il fondamento di una comunità solidale

Ma come volontario ti pagano? No? Ma chi te lo fa fare?”. Domande alle quali, tante persone attive nel volontariato, hanno dovuto, pima o poi, dare delle risposte. Quesiti che mi sono sentito porre in più situazioni, a volte in maniera anche un po’ denigratoria, nel mio vissuto di volontario.

Beh, alla prima domanda è abbastanza semplice rispondere: se presti volontariamente il tuo tempo, le tue conoscenze, le tue competenze, i tuoi talenti ad una iniziativa o ad una organizzazione, anche in base alla definizione di Volontariato in Italia normata da leggi dello stato, la risposta è: no, non mi pagano. Sorvoliamo sul fatto che qualcuno sfrutti la fiscalità agevolata delle associazioni di Volontariato per fini di lucro personale o per mascherare retribuzione di lavoro occulta. Queste pratiche sono da annoverare tra le deviazioni del sistema e vanno fermamente condannate e perseguite. Ma chi fa volontariato seriamente e nel rispetto delle regole non rimpingua il portafoglio personale.

Ma veniamo alla domanda più interessante: ma chi te lo fa fare se non ne hai una retribuzione? A cui, di primo acchito, rispondo sempre a mia volta con una domanda: ma tutto ciò che si fa deve essere per forza misurato solo con il valore del ritorno economico per sé?

Il volontariato non genera ritorno economico per chi lo pratica ma ciò non significa che le associazioni di volontariato, che ora si chiamano enti del terzo settore, alcune delle quali molto complesse e articolate, non possano retribuire delle persone che svolgono il proprio compito all’interno dell’organizzazione. Realtà che offrono servizi strutturati di una certa complessità non possono pensare che tutto sia gestito su base volontaristica. È per altro previsto dalle normative che le organizzazioni no-profit possano avere a libro paga collaboratori che, assieme ai volontari, concorrono alla corretta gestione del servizio erogato.

La differenza tra il mondo profit e quello no-profit è che gli azionisti dell’organizzazione di volontariato, cioè i volontari, non ricevono remunerazione per quello che fanno e non partecipano alla suddivisione degli utili d’impresa perché, per definizione, tali utili (se esistono) vengono reinvestiti nell’attività statutaria e caratteristica dell’Associazione per generare ulteriore bene comune.

Smarcato il fatto quindi che un volontario non guadagna denaro, cosa lo spinge a donare parte di sé stesso ad altri? Non posso dare una risposta che vale per tutti, perché le motivazioni sono molto personali e diversificate. Do quindi una risposta che rispecchia il mio vissuto.

Partiamo dal fatto che la non presenza di fini di lucro toglie di mezzo una trattativa economica per ottenere un emolumento per un servizio reso e la conseguente aspettativa nel riceverlo. Nel decidere di essere volontario si fa una scelta di fondo: compiere delle azioni a favore di qualcuno gratuitamente. La remunerazione è costituita dalla consapevolezza di aver fatto qualcosa per qualcuno che vive uno stato di bisogno.

Qualche psicoterapeuta definisce la gratificazione nel fare volontariato una sorta di forma di egoismo. Se vissuto con il giusto spirito, è innegabile che fare volontariato fa stare bene con sé stessi, fa assaporare la vita in modo diverso, ti aiuta ad avere consapevolezze dilatate, ti aiuta ad apprezzare meglio quello che di positivo la vita ti dona.  Quindi sì, è una forma di egoismo: facciamo stare bene noi stessi ma nel farlo facciamo stare meglio qualcun altro.

Essere volontario può diventare uno status che aiuta le persone a trovare delle risposte a quesiti che la vita, a volte, ti pone di fronte. Una separazione, un lutto, un momento di insoddisfazione o di crisi personale, uno sbandamento nel percorso di vita, il non saper come impiegare il tempo alla fine di una carriera lavorativa o altro possono essere situazioni in cui tutti, chi più chi meno, siamo incappati. C’è chi trova queste risposte dentro di sé, c’è chi le trova nella dedizione allo studio o ad un progetto, c’è chi lo trova nella frequentazione degli amici, c’è chi lo trova nel viaggiare.  C’è anche chi lo trova nell’agire l’azione di aiuto ad altri. Meglio ancora c’è anche chi lo trova nel sapere mediare bene tutte queste cose assieme.

Si può agire il volontariato come forma di riempimento di un vuoto momentaneo del proprio vissuto, ma il massimo è quando lo si agisce come forma di ringraziamento verso quello che di positivo la vita ti può concedere: salute personale e della propria famiglia, sostenibilità economica che ti permette di vivere serenamente il tuo presente e il tuo futuro, gratificazione professionale, sicurezza di sé e nei propri mezzi. Quando questa consapevolezza ti viene a fare visita allora è il momento migliore per scegliere di diventare volontario. Sei nel pieno di quello che puoi donare di te stesso agli altri.

C’è anche competizione nel mondo del volontariato, non nascondiamocelo. Se è positiva e orientata ad un obiettivo è buona cosa, se diventa fattore di attrito o manifestazione di ego individuale o collettivo è un problema.

C’è una forte spinta, dettata sia dalle normative sia da stati di necessità, verso le reti di collaborazione tra le organizzazioni no-profit. Tutto ciò ha un senso: lavorare ognuno per sé per il proprio fine ha un termine nel momento in cui ci sono meno risorse economiche ed umane disponibili. Lavorare assieme significa ottimizzare e mettere a fattore comune infrastrutture, competenze, attitudini, talenti e risorse finanziarie. Esistono le necessità singole delle comunità a cui il volontariato sa dare delle risposte, ma le necessità sono tante e diversificate. Cercare di soddisfarne il più possibile con economie di collaborazione è un dovere del volontariato che guarda al futuro.

Il lavorare assieme per il gusto di farlo, il percorso scevro dell’interesse personale per raggiungere un obiettivo, la soddisfazione di creare assieme qualcosa per essere d’aiuto ad altri sono ulteriori passi di una vita che si arricchisce strada facendo.

Nella foto, volontarie della sagra di Lugagnano 2022 (foto Gaetano Fattori).

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Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente e attualmente responsabile delle pubbliche relazioni. Per 8 anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Sostengo la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio come strumento per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino.