“L’erba cativa no la more mai.”
Proverbio veneto
La storia delle malerbe è intimamente connessa all’evoluzione dell’ambiente naturale, dal suo stato selvatico a quello coltivato. Prima della comparsa di campi e giardini, regnava sulla terra la Natura primordiale, che ne ricopriva il suolo col suo intreccio di piante e fiori spontanei.
La flora campestre si incontra in primavera lungo il selciato e i marciapiedi dimenticati delle aree urbane, nei campi incolti e tra i solchi ordinati dei terreni agricoli. Costituita da diverse famiglie botaniche, unite dalla straordinaria capacità di adattarsi alle condizioni ambientali più avverse, le erbacee radicano ovunque. Tappezzanti, striscianti o rampicanti, con lunghi steli che svettano sull’erba o che formano bordure spontanee di arbusti spinosi, sbocciano dalle fenditure rocciose e dalle crepe dei muri. Queste ‘anime libere’ pervadono indifferenti i terreni aridi e soleggiati, così come l’umida penombra dei sottoboschi e dei pendii montuosi. Le loro fioriture copiose costellano il paesaggio con presenza costante e prosperano tanto durante le gelate improvvise della prima stagione quanto nel clima torrido dell’estate.
Un tempo la flora selvatica annunciava il ritorno di Persefone, “proprio all’inizio della generosa primavera” (Omero), ma da quando le piante rustiche sono state investite di una connotazione così negativa, tanto da essere definite herbae malae? Dal momento in cui si era addomesticata la vegetazione, tutto ciò che ne poteva ‘invadere‘ il fragile equilibrio o apportare ‘disordine’, diveniva ospite indesiderato.
La percezione delle piante dipende dalla cultura di appartenenza, dal loro utilizzo e dall’aspetto: alcune si considerano belle e decorative, altre buone e utili, altre ancora verdi e anonime. Di per sé nessuna pianta nasce infestante, ciò dipende dal contesto in cui si radica. La camomilla per esempio, può essere decorativa e profumata in un bouquet di fiori di campo, preziosa per le sue proprietà officinali, di poco conto quando non è in fiore e invasiva se la sua diffusione toglie spazio alle colture.
Se per definizione si considerano infestanti tutte quelle specie che sono presenti là dove non sono desiderate, rientra in questa categoria ogni erba spontanea che convive con l’ambiente organizzato dei campi e dei giardini perché crea disordine o ostacola lo sviluppo delle coltivazioni: così diventano malerbe le margherite e i trifogli che stonano con l’estetica di un prato inglese, o i papaveri e i fiordalisi nei campi di grano.
Nel mondo rurale, alcune ‘erbacce‘ interferivano in modo rilevante con il già duro lavoro dei campi, mettendo a rischio i raccolti. Particolarmente problematica la presenza del convolvolo agreste (dai vistosi fiori campanulati bianchi e rosa purpureo) che si avviluppa alle colture e la diffusione della proverbiale gramegna che, come la povertà, “no la manca mai”. Alcune piante spontanee, come la digitale, il ranuncolo, la cicuta, la belladonna, l’aconito e lo stramonio, si temevano in quanto tossiche o velenose, altre sono state invece una risorsa preziosa di nutrimento e cura.
Per secoli, la conoscenza pratica delle buone erbe dei campi, si tramandava di famiglia in famiglia attraverso le parlate locali, raccontando la storia delle comunità agresti. Se “foie, raíse e fior i cura ogni dolor”, l’elenco delle erbe selvatiche di uso alimurgico e officinale presenti nel territorio è vastissimo: el pissacan (tarassaco), l’erba de san Giovanni (iperico), el menego maistro (assenzio), la calta (calendula), el milefoie o erba del sangue (achillea), el fenocio da campo (aneto), el carùo (cumino), l’erba da pori (celidonia), la suca mara (dulcamara), la coa cavalina (equiseto), l’erba par i oci (eufrasia), solo per citarne alcune.
Come ogni altra specie vegetale, le piante selvatiche svolgono un ruolo essenziale per l’equilibrio dell’ecosistema. Simbolo di indipendenza, forza e tenacia, in loro si esprime lo spirito della Natura primordiale, ma nella delicatezza dei fiori emerge anche un senso di effimero e di eterea vulnerabilità. Sottili e traslucidi, gli intricati motivi e le trame dei petali filtrano e riflettono i raggi del sole, creando movimenti di luce che si rincorrono nel vento. In un’alternanza di colori, la delicata e forte presenza della vita si rinnova nelle sfumature più impercettibili. Si dice che l’essenziale sia invisibile agli occhi, eppure spesso affiora in ciò che spontaneamente nasce e cresce ai margini. Solo rallentando il passo e osservando in silenzio si può cogliere la profonda verità dell’esistenza.
Nell’immagine Knaus Ludwig, “Girl in a Field”, 1857
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