Le critiche tanto al chilo a Sona, l’incapacità di riconoscere le competenze degli altri e la lezione di Ottone

Anche per le strade e le piazze di Sona, oltre che ovviamente sui canali social del Baco, capita purtroppo spesso che a fronte di notizie che riguardano argomenti strettamente tecnici, come ad esempio interventi del Comune per la realizzazione di opere oppure per manutenzioni varie, sempre spunti la manina alzata di chi sostiene che il lavoro non andava fatto lì, oppure andava fatto in maniera del tutto differente oppure proprio non andava fatto.

E a commentare e a decretare su tutto e su tutti sono spesso gli stessi. Che quindi con disinvoltura si esercitano indifferentemente su come si sparge (o non si sparge) il sale in caso di neve, su come si realizza un’asfaltatura, su come va fornito (o non fornito) un servizio sociale alla popolazione, su come si pota (o non si pota) una pianta, su come va scritta (o non scritta) una delibera. E via con esempi infiniti.

Il diritto di commentare e criticare è sacro, ed è anche assai utile perché permette a chi opera di porsi delle domande in merito alla qualità del proprio lavoro e, inoltre, crea un dibattito pubblico che può essere fermento per una comunità più partecipe.

Ma vi sono dei limiti dati dal buon senso e dall’oggettività della realtà delle cose umane. Se io faccio l’idraulico non accetto certo che il cliente dove mi reco a fare un intervento pretenda di spiegarmi nel dettaglio come farlo. Se sono un medico, certo non posso restare silente di fronte ad un paziente che, nel momento in cui si rivolge a me per una visita, voglia diagnosticare da quale male è afflitto e quali le cure. Se sono un ingegnere e mi viene commissionata la realizzazione di un ponte certo non mi aspetto che chi poi dovrà attraversarlo si sieda con me al tavolo di progettazione per decidere assieme come progettarlo.

Su questi concetti siamo tutti inevitabilmente d’accordo quando la discussione riguarda il nostro, di lavoro. Eppure, quando invece ad essere in discussione è il lavoro degli altri ci sentiamo troppo spesso liberi e legittimati a tranciare irresponsabilmente giudizi senza criteri, spesso creando polemiche basate sul nulla.

Vi sono competenze e professionalità che vanno rispettate e accettate, perché frutto di studio, di titoli e di esperienza. Fatto sempre salvo, lo si diceva, il diritto di commentare e criticare. Senza però pretendere di entrare sempre e comunque nelle strette valutazioni tecniche, cadendo inevitabilmente nel ridicolo.

Ogni volta che sento o leggo certi commenti, che a tutta evidenza sono completamente disinformati eppure pretendono di avere il valore del Verbo inciso su pietra, mi torna alla mente un episodio che racconta Vittorio Feltri e che risale ai suoi esordi da giornalista.

Quanto Feltri entrò giovanissimo al Corriere della Sera gli fu affidato di scrivere un pezzo sul nuovo diritto di famiglia.

“Dopo essermi faticosamente impegnato – scrive Feltri – lo consegno al mio capo servizio, Galimberti, il quale lo legge e lo approva. Dal momento che sarebbe andato in prima pagina, il pezzo fu dato in copia al direttore, Piero Ottone, che verso le 18-19 mi convoca nel suo ufficio. Ottone mi aspettava in piedi davanti alla sua scrivania, con il culo appoggiato sul ripiano. Ottone reggeva con la mano destra il mio pezzo e mi guardava serio. Ci presentiamo a vicenda, con modi gentili mi invita a dargli del tu e poi arriva al dunque: ‘Vittorio, il pezzo va molto bene. Certo, peccato per quel congiuntivo…!’. E nel concludere la frase con una sorta di vibrante rammarico, mi porge il foglio. Vedevo tutto grigio. Mi sentivo confuso. Seppi rispondere soltanto: ‘Adesso sistemo’, e tornai di corsa nel mio stanzone”.

“Lessi e rilessi quel maledetto articolo almeno un migliaio di volte – prosegue Feltri – senza trovare nessuna parola fuori posto, mi sentivo all’improvviso rincoglionito. Mi rivolsi quindi all’infallibile Claudio Zucchelli, un giornalista degli esteri, soprannominato ‘Garzanti’, in quanto bastava dargli una data o una parola per azionarlo come fosse un’enciclopedia umana e parlante. Con lui, insomma, sarei andato sul sicuro. Ecco perché precipitai nel più cupo sconcerto allorché, dopo aver atteso l’esito fremente, Zucchelli si rivolse a me con un’espressione apatica e disse lapidario: ‘Non c’è un cazzo’. Avrei potuto rilassarmi, invece no. Il pezzo fu pubblicato così come lo avevo scritto io, provai una forte emozione nel vedere la mia firma in prima pagina sul Corriere della Sera, tuttavia ero infastidito da quell’errore invisibile e pure presente”.

“Passarono gli anni e ogni tanto continuavo a recarmi in archivio, dicendo a me stesso che l’accresciuta esperienza mi avrebbe aiutato ad accorgermi di quel congiuntivo fuori posto. Intanto Ottone era diventato direttore generale della Mondadori e, in seguito all’uscita di un suo libro, la terza pagina mi incaricò di andare a intervistarlo. Alla fine dell’incontro fui assalito dalla curiosità e gli chiesi: ‘Direttore, ho una domanda che mi assilla da diversi anni e forse tu oggi mi potrai aiutare a dissipare ogni dubbio. Nel mio primo pezzo per il Corriere della Sera tu scorgesti un congiuntivo sbagliato e, porgendomi il foglio, aggiungesti ‘peccato’. Non ho mai trovato quell’errore’. E Ottone mi rispose: Vittorio, non l’hai trovato per un semplice motivo: l’errore non c’era. Questa cosa la dicevo a tutti il primo giorno’. In quel momento – conclude Vittorio Feltri – vidi Ottone per quello che era: un genio. Aveva voluto mettermi addosso la tensione e ci era riuscito alla grande. Per svariati lustri”.

Ecco, di due cose avremmo bisogno nella vita per rispettare, oltre al nostro lavoro, anche il lavoro degli altri. Di buoni maestri, che sappiano incoraggiarci ma anche indicarci strade faticose e necessarie da percorrere, e di essere consapevoli delle nostre competenze e delle nostre capacità, riconoscendo al contempo le capacità e le competenze di chi ci circonda.

Aggiungendoci, magari, una spruzzatina di fiducia nel prossimo.

Mario Salvetti

About Mario Salvetti

Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è tra i fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Veneto.

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