Le comunità di Lugagnano, Palazzolo, San Giorgio e Sona. Tra identità ed accoglienza

Da quasi trentacinque anni mi interesso alla storia del mio paese, Lugagnano, ed ora mi viene chiesto di parlare di accoglienza ed identità nelle nostre comunità. Ma siamo nel tempo della globalizzazione, e io abito pure in un paese brutto anzi, per la precisione, imbruttito. Mi domando: perché dovremmo difendere (o prima ancora, forse: cercare) una nostra identità? Perché poi una comunità dovrebbe essere aperta, ossia accogliente, di questi tempi sempre più segnati dalla paura dell’altro?

Forse perché da sempre, che fosse il Vallo di Adriano o la Grande Muraglia cinese o la Linea Maginot, nessuna barriera nella storia ha mai fermato le invasioni o le migrazioni. Il problema più grosso infatti non è l’altro che ti “invade”, che non ti riconosce: gli Ebrei, gli Armeni, nonostante persecuzioni e genocidi, dopo secoli sanno ancora bene chi sono. Il problema più grosso è se tu comunità per prima ormai non ti conosci più. Perché  una comunità è tale solo se possiede qualcosa che permette ai suoi componenti di riconoscersi reciprocamente. Se, insomma, i suoi componenti si ritrovano in una identità comune.

Allora la questione sta qui: che identità hanno i paesi del nostro Comune. E subito bisogna constatare che la distanza fra la parte di pianura e la parte di collina non si misura in chilometri (pochi), ma con i tanti anni del Dopoguerra fino ad oggi, che hanno spalmato sulla comoda pianura tutte le scelte e gli interessi che la conformazione della collina anche appena un po’ ostacolava.

Associati alla smemorata diffusione del benessere di massa, hanno generato un prezzo ambientale carissimo. E la conseguenza è che l’aspetto esteriore dei nostri quattro paesi si è del tutto differenziato fra pianura e collina, rispetto alla sostanziale similarità cui era arrivato fino ai passati anni Cinquanta.

Certo, l’identità di una comunità può essere guardata da più lati e non si esaurisce di sicuro in quel che si vede per strada, ma certamente passa anche dall’aspetto esteriore. E visto che il tema identità è di una complessità enorme, io qui mi limiterò a parlare di questo profilo.

Partiamo dunque dalla parte più problematica e meno caratterizzata: la pianura. Ma che aspetto esteriore ha Lugagnano? Che contributo può dare all’identità della comunità il suo aspetto esteriore? Quali occasioni di incontro offre? Dove sono la sua piazza, la sua biblioteca, il suo parco pubblico, la sua sala civica? Come ha trattato i suoi edifici o luoghi simbolo: campanile, chiesa, piazza, camposanto? Come ha tutelato le sue semplici ma armoniose corti dell’Ottocento, Settecento, finanche del Quattrocento? E attenzione: niente alibi. Troppo comodo scaricare tutto sugli Amministratori Locali “che non hanno gestito il territorio per molti decenni”, come se fossero degli indifferenti invasori o degli alieni, arrivati da chissà dove e poi altrettanto misteriosamente scomparsi.

Se abbiamo superato i trent’anni e abitato Lugagnano negli ultimi dieci almeno, siamo assolutamente corresponsabili dell’abbrutimento del paese, soffocato di decennio in decennio dalla smania di lottizzazione, dalla cecità verso l’assenza di servizi (sempre rimandabili, sempre sacrificabili al comodo o interessato lasciar vivere per buon vicinato). Magari abbiamo biasimato la distruzione della vecchia chiesa, se proprio, ma non abbiamo certo rinunciato ad un metro di cubatura che fosse uno, di quelli realizzabili sulla nostra proprietà. Tutto perduto, quindi? Molto sì, purtroppo, ma tutto non ancora.

È un po’ come avere una madre dal volto deturpato: gli occhi non possono negare il brutto, ma il cuore non riesce a soffocare l’affetto. Questo è un po’ il mio rapporto col mio paese. Perché poi un paese non è fatto solo di edifici (nel caso spesso orribili), ma anzi soprattutto di persone. E allora sposto qui il mio orgoglio di appartenere a Lugagnano, fra di loro trovo la mia identità di comunità. Perché a Lugagnano c’è un volontariato spumeggiante, verrebbe da dire inesauribile. In ogni campo (assistenziale, sportivo, caritativo, culturale, religioso, ludico) qualunque abitante che sinceramente lo volesse, può  trovare un gruppo di persone che si riunisce e che si inventa attività, a dispetto della mancanza o inadeguatezza di strutture, clamorosa anche solo a confronto con qualsiasi paese a noi vicino, mica con l’America o coi Paesi Scandinavi.

Se altri sentono almeno questo mio sentimento, allora qualcosa si può ben fare. Allora qualche idea per rimediare un po’ agli sfregi si può trovare. Allora si può ricostruire un’identità da tramandare. Che vorrebbe dire rispetto per chi ci ha preceduti, ed anche per chi ci succederà. E che oltretutto ci farebbe vivere meglio il nostro tempo, accogliendo chi immancabilmente arriverà nelle nostre strade (che dobbiamo abbellire, perché avere della bellezza intorno aiuta a star bene, il degrado mai) senza subire sospettosamente la loro venuta, perché sapremmo chi siamo, sapremmo riconoscerci, vecchi e nuovi, noi di Lugagnano.

A Sona, Palazzolo e San Giorgio il compito potrebbe essere un po’ più facile: i compaesani sono in numero minore, i luoghi della memoria ci sono ancora – e davvero belli. Ma in queste situazioni il rischio (che rimane di sicuro anche a Lugagnano) di confondere identità e tradizione aumenta, rispetto alla pianura. E la tradizione è una parte, non il tutto: i miei genitori hanno fatto in tempo a conoscere il filò nelle stalle, i miei figli magari racconteranno ai loro che un tempo molti passavano le domeniche in posti chiamati centri commerciali (che fino a trent’anni fa da queste parti neanche erano concepibili) o che le persone si incrociavano per strada senza quasi vedersi, ognuna col naso piantato su un aggeggio che li faceva “socializzare” con altre persone, magari neanche tanto distanti.

Con buona pace di chi si rattrappisce su una parola in dialetto o su una ricetta culinaria o su un passato glorioso (che pensa di conoscere magari senza aver mai letto neanche un libro al riguardo) l’identità non è in un gonfalone o nella pearà (buonissima!). Non è fissa, l’identità: si trasforma con la società che cambia assieme alla vita. Come noi, peraltro: che siamo sempre gli stessi, ma cambiamo nelle nostre diverse età.

Più che una radice, che da il senso dell’immobilità, l’identità è l’àncora da gettare ogni tanto, al bisogno, per non andare alla deriva. Ma fissata di nuovo la rotta, la navigazione deve poi proseguire.

Nella foto di Emma Fanciullo San Giorgio in Salici.

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Massimo Gasparato
Nato in via 26 aprile a Lugagnano, il 21 maggio 1961. Da allora quasi ciecamente legato a Lugagnano. Felicemente sposato con Stefania Boscaini, è padre di Ester, Francesco, Diletta e Matilde. Partecipa da sempre a varie realtà di volontariato. E' autore di Fregole de Storia, monografia su Lugagnano, edita nel 1997 con la collaborazione di Gianluigi Mazzi.