Le cicatrici che non sappiamo portare ed il Giorno della Memoria

  

Primo levi, Steven Spielberg, Roberto Benigni, Ari Folman sono solo alcuni degli innumerevoli autori che hanno tentato di raccontare le atrocità avvenute nei “campi di lavoro” del 1933-1945.

Ma nessuna mano, sguardo, bocca o sospiro potrà mai essere in grado di disegnare il dolore di miriadi di vite strappate alla Terra con presunzioni inaudite. Eppure le stesse presunzioni riecheggiano a distanza di ottant’anni lungo lo stesso Pianeta che ha già assaggiato una quantità spropositata di odio, attualmente più vicina che mai.

Non bastavano l’intolleranza già toccata,
il rancore già vissuto,
la ripugnanza già respirata?

Negazione dell’Olocausto, antisemitismo, violenza in ogni sua forma, e razzismo contro le minoranze e gli immigrati sono in aumento in tutto il mondo. Conflitti politici, religiosi e sociali costellano i Paesi senza escludere alcuna fascia anagrafica. Il rumore dei bombardamenti è il nuovo carillon dedito a svegliare volti neonati di luoghi remoti.

Non posso fare a meno di citare un passo tratto dal recente film di Folman, “Anna Frank e il diario segreto”, di una delicatezza disarmate, emblema che la tragedia del nazismo sia ancora di un’attualità sconcertante, fin troppo spesso percepita distante ed anacronistica, estranea e superata, spettacolarizzata e oggettificata: “Anna non ha scritto il diario per avere la vostra adorazione o dare il suo nome a ponti, scuole, teatri e stazioni ferroviarie. Ciò che è importante è il messaggio che viene trasmesso alle decine di milioni di bambini e bambine che leggono il diario: fate tutto ciò che potete per salvare anche una sola anima da ogni sofferenza, l’anima di un solo bambino dà un senso ad un’intera vita”.

Oggi il 27 gennaio dovrebbe bussare alle porte delle nostre coscienze, solleticare la memoria storica tanto decantata innanzitutto come impegno collettivo. Ma quale senso c’è nel ricordare se al telegiornale descrivono un uomo cui spirito non è pronto ad accogliere bontà?

Facciamo finta di niente, lasciamo correre gesti inappropriati e connotiamo come sciocchezza quello che è mancanza di rispetto per la vita. Chiudiamo gli occhi, voltiamo le spalle, facciamo scivolare via un’altra pagina. È tutto troppo distante da me, dunque non mi interessa. È tutto più grande di me, dunque ne sono inerme.

Tutto è circondato da un deludente sentimento di indifferenza ed insipidezza. Sono passati ottant’anni, sì, ed il dolore di 6 milioni di vittime viene condannato all’oblio. Sono passati ottant’anni, sì, e le nostre orecchie non sono in grado di immaginare le grida di 6 milioni di vittime, poiché non è la mia pelle a portarne le cicatrici.

© 2026 Riproduzione riservata

Irene Chiummariello
Esalo l’ultimo respiro per gli zigomi dipinti di scarlatto, le orazioni del silenzio, il prologo d’un sogno