L’assessora Luisa Ceni alla redazione dell’IIS Sanmicheli: “Verona cresce se impara ad aprirsi”

Il primo passo per migliorare è conoscere e riconoscere. Stare bene è l’obiettivo, soprattutto a casa: la nostra è Verona, che sia la prima o la seconda.

Con questo spirito, noi della redazione dell’Istituto Michele Sanmicheli con l’aiuto del giornalista Mario Salvetti e della professoressa Federica Baltieri, abbiamo incontrato l’assessora del Comune di Verona Luisa Ceni per approfondire i progetti e le iniziative in ambito politico e sociale dedicate alla comunità.

L’intervista si è svolta tra banchi di scuola del nostro istituto, in un clima di confronto diretto e partecipato. A portare i saluti della scuola in apertura dell’intervista la dirigente Sara Agostini, che ha sottolineato come “iniziative come questa confermano la vocazione del Sanmicheli non solo come motore di formazione didattica e spazio di crescita personale e civica per gli studenti ma anche quale autentico polo culturale per tutta la comunità veronese”.

Assessora, cosa l’ha spinta a fare politica attiva? È una passione che nasce da giovanissima? (Amida)
Ho respirato politica fin da piccola: mio padre era molto attivo e in casa se ne parlava spesso. Poi sì, la scintilla è arrivata presto anche per me: al Liceo Maffei ero rappresentante nel consiglio d’istituto, un po’ per attitudine a “mettere mano” alle cose e un po’, lo ammetto sorridendo, anche per saltare qualche lezione. Però ci tengo a dirlo: non sono una politica classica. Non ho mai fatto campagna elettorale, non ho mai raccolto voti. Sono stata chiamata dall’attuale sindaco Damiano Tommasi come “tecnica”, insieme ad altre tre donne professioniste, per portare dentro Palazzo Barbieri anche lo sguardo di chi spesso, di solito, non va neppure a votare. Ho accettato con una condizione netta: occuparmi solo di politiche sociali, perché è lì che sento la mia vera passione. Ho rinunciato a deleghe più tecniche come i bilanci, anche se faccio la commercialista: volevo mettere competenze ed energie dove sentivo di poter essere più utile.

Quanto è impegnativo fare l’assessora di un Comune grande come Verona? Si pente mai della sua scelta? (Elena)
È un incarico faticosissimo. A volte dico ironicamente che ho “perso qualche anno di vita”, perché la pressione è continua. Ci sono giorni in cui mi sento addosso una vera sovraesposizione da dati: incontri persone, associazioni, comitati, comunità diverse, e ognuno porta un pezzo di città che chiede ascolto. Di fatto lavoro sette giorni su sette, senza orari fissi. Cerco di non lasciare indietro nessuno, e questo incide inevitabilmente anche sulla vita privata e familiare. Ma no, non mi sono mai pentita. È un lavoro che ti prende, ti sfida, ti costringe a stare dentro la realtà. E quando riesci a sbloccare una situazione o a dare una risposta concreta, è anche profondamente gratificante.

Domanda secca: Verona è una città razzista? (Anna) E quali sono i maggiori problemi sociali di Verona? (Ilaria)
Verona è una città strana. Sa essere di una generosità straordinaria: il tessuto del volontariato è ricchissimo, potente. Ma allo stesso tempo c’è una mentalità spesso chiusa, a tratti retrograda, con una diffidenza reale verso chi appartiene a etnie diverse. E questa cosa, purtroppo, si vede bene nel problema sociale più urgente: l’emergenza abitativa. Oggi trovare casa è difficilissimo anche per chi ha un lavoro stabile, e la crisi viene aggravata da un razzismo molto concreto: proprietari che non affittano agli stranieri, punto. Sull’integrazione, però, io invito sempre a ricordarci chi siamo stati: anche gli italiani sono stati migranti. La mescolanza culturale è una ricchezza micidiale. Ma serve una base: l’apprendimento dell’italiano resta il veicolo fondamentale per una reale inclusione.

Ha idee o proposte per avvicinare noi giovani alla politica? (Kezial)
Il primo consiglio è semplice: mettere fuori il naso. Prendere coraggio e iniziare a mettersi in gioco nel volontariato, perché è lì che impari davvero cos’è una comunità e che cosa significa assumersi responsabilità. Ho visto ragazzi capaci di cose enormi: penso a un giovane di 22 anni che ha coordinato da solo tutti i volontari durante il passaggio della Fiaccola Olimpica a Verona. Quell’energia lì è ineguagliabile. E non lo dico per fare complimenti: lo dico perché è un dato di realtà. Proprio per questo, i giovani e le scuole saranno il fulcro della candidatura di Verona a Capitale Italiana del Volontariato 2027: l’idea è avvicinare ancora di più associazioni e istituti scolastici, creare ponti stabili, far sì che i ragazzi non vedano il volontariato come “una cosa degli adulti”.

Secondo lei gli ostacoli che le donne incontrano in politica sono ancora così alti come un tempo? (Shadia) A lei personalmente crea difficoltà essere donna nel suo lavoro di assessora? (Veronica)
Sì, la politica è ancora un ambiente molto maschilista. Senza giri di parole. Le donne si trovano spesso bersaglio di malignità gratuite: insinuazioni sulle ragioni della loro carriera, frasi che agli uomini non verrebbero mai rivolte. E c’è un paradosso che mi colpisce sempre: spesso siamo proprio noi donne a fare fatica a fare squadra e, alle urne, capita ancora che si preferisca votare candidati uomini. Come si supera? Puntando sulla competenza, che è la vera arma. Personalmente, avendo lavorato per anni come commercialista in un mondo a maggioranza maschile, non mi sento intimorita: sono abituata a stare in contesti dove devi dimostrare due volte. Quanto al linguaggio di genere, penso che la scelta tra “assessore” e “assessora” sia opinabile: la cosa che conta davvero è la pari dignità e la parità di opportunità.

Lei pensa che molti cittadini provino sfiducia nella politica? E perché? (Lasith)
La sfiducia si vede in un dato: l’astensionismo altissimo. Molti pensano che votare non cambi nulla. Io invece continuo a dirlo con forza: il voto è un diritto e un dovere, conquistato col sangue dai padri e dalle madri costituenti. E ai giovani dico sempre: andate alle urne, anche solo per votare scheda bianca, perché partecipare dà peso alle vostre idee. Detto questo, vedo anche segnali positivi: all’ultimo referendum la fascia 18-35 ha fatto la differenza affollando le urne. È un segno che il lavoro delle scuole sull’educazione civica sta producendo risultati.

Il rapporto tra stampa e politica è da sempre complesso, tra necessità di controllo del potere e rischi di influenza reciproca. Anche nei conflitti internazionali, come quello tra Palestina e Israele, il modo in cui i media raccontano gli eventi può incidere molto sull’opinione pubblica; emittenti come la RAI sono state talvolta al centro di discussioni sulla loro imparzialità. Alla luce di questo, le chiedo: come si può garantire un’informazione davvero libera ed equilibrata, indipendente dalla politica? (Sesandi)
È un rapporto complesso, sì. Ma spesso il problema non è tanto nei giornalisti quanto nelle direzioni editoriali. La pressione a vendere copie e clic spinge verso titoli negativi, sensazionalistici, che a volte stravolgono il senso di articoli che raccontano anche cose buone, utili, costruttive. Io non pretendo un’imparzialità finta: pretendo onestà etica e professionale. La stessa che chiediamo a un medico o a un avvocato. Perché l’informazione, quando è fatta bene, è un servizio pubblico.

Come riesce a comunicare efficacemente da assessora con persone che la pensano diversamente da lei? (Emily)
Mi aiuta una cosa: il pragmatismo. Come coordinatrice di un ambito territoriale sociale che comprende 36 sindaci della provincia veronese, mi confronto continuamente con persone di ogni colore politico, dall’estrema destra alla sinistra. Il mio metodo è riportare sempre il focus sui problemi, perché le fragilità umane e le difficoltà sociali non hanno un colore politico. Se lavori prima sul dialogo, se smussi le ideologie e ti concentri sugli obiettivi concreti, spesso riesci a far approvare le delibere all’unanimità. Non sempre, ma molto più spesso di quanto si creda.

Cosa fa il Comune di Verona per le giovani famiglie in difficoltà con lavoro e casa? (Oumy)
Interveniamo su più livelli. Intanto, le situazioni più fragili vengono seguite dai servizi sociali. Poi stiamo lavorando a un bando in uscita a breve rivolto agli under 35 per aiutare a sostenere i costi dell’affitto. Abbiamo anche attivato 16 micro-appartamenti per le emergenze abitative temporanee, per dare una risposta immediata a chi si trova senza una soluzione. E in un’ottica preventiva, non solo riparativa, sono nati centri diurni e centri di comunità intergenerazionali. Però non mi nascondo: queste sono risposte tampone rispetto a un bisogno enorme. Senza una pianificazione urbanistica ampia e strutturale, la crisi della casa non si risolve davvero.

Spazi per i giovani: Verona è una città adeguata per le nostre esigenze? (Nicole)
Verona offre un ventaglio di opportunità culturali e giovanili enorme, spesso più ampio di tante altre città. Il problema è che soffriamo di un grave deficit di comunicazione: molte iniziative ci sono, ma i ragazzi non le conoscono. E poi c’è il tema della convivenza civica, che per me è centrale. Un esempio concreto è il lavoro della Consulta della Disabilità: lì si è riusciti a trasformare la lamentela in dialogo costruttivo. Metti allo stesso tavolo persone con problemi gravi alla vista, in carrozzina, con difficoltà relazionali, e succede una cosa preziosa: ognuno capisce davvero i problemi quotidiani dell’altro, dalle barriere architettoniche al decoro urbano. Nasce empatia civica, al posto della divisione.

Se avesse la bacchetta magica cosa cambierebbe di Verona? (Ovidiu)
Toglierei quella patina di mentalità “provinciale” per farla diventare fino in fondo una città aperta, accogliente, con un respiro internazionale. E farei sparire le ideologie estremizzate che creano blocchi contrapposti e impediscono il dialogo costruttivo. Perché quando resti incastrato nei muri, poi i problemi reali non li risolvi: li tieni lì, a marcire.

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