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La morte ha sempre costituito per l’uomo di ogni tempo e di qualsiasi cultura o latitudine un grande mistero, da maneggiare con cura e con il quale interrogarsi a fondo, spesso non trovando le risposte. Nei millenni abbiamo sempre cercato di creare un ponte con coloro che ci lasciano per provare, da una parte, a trattenerli ancora un po’ con noi e, dall’altra, nel tentativo di facilitare loro il passaggio, quasi di accompagnarli in questo viaggio inevitabile quanto impossibile da comprendere.

Così nei secoli abbiamo posato collane, cibo ed armi nelle tombe scavate per terra o nella roccia. Abbiamo lasciato profumi, denaro, maschere funerarie e vesti nei sarcofagi. Abbiamo sepolto fiori, oggetti e foto nelle tombe. Abbiamo provato a costruire strade verso l’ignoto, perché è sempre troppo difficile lasciare andare chi abbiamo tanto amato, arduo è sciogliere quella gomena che ci ha uniti per tanto o poco delle nostre vite. La religione, le religioni, ci aiutano e ci insegnano a vivere questo passaggio e a guardare e a credere in un Dopo.

Ma qui non vogliamo parlare di Fede, che è un grande dono ed una personale conquista. Vogliamo parlare d’altro, vogliamo parlare di una storia di amicizia e di amore che prova ad andare oltre quel termine che sembra insuperabile.

Quattro anni fa, il 6 marzo 2010, a Lugagnano è morto dopo una lunga malattia un ragazzo di 33 anni, Matteo Bonesoli. Era un ragazzo molto inserito nella comunità, molto amato, con tanti amici ed una grande passione per il pallone. Con il quale, tra l’altro, sapeva distinguersi. Un ragazzo di 33 anni con un’intera vita davanti. La sua scomparsa, così prematura e così angosciante, ha lasciato un immenso, incolmabile vuoto nei suoi genitori – esiste forse qualcosa di più disumano che sopravvivere ad un figlio? – nella sua ragazza, ma anche nei suoi tanti, tantissimi amici. A Lugagnano e fuori da Lugagnano.

Ma poi il tempo passa, i giorni si cumulano ai giorni, e per un osservatore purtroppo distratto e non direttamente coinvolto come chi scrive si arriva quasi a dimenticarsi di quel ragazzo, di chi era, di cosa ha vissuto, del dolore che ha lasciato con la sua morte. I giorni diventano mesi. I mesi anni.

Poi un giorno, quasi per caso, navigando in quell’immensa piazza virtuale che è Facebook ci si imbatte nella pagina che Matteo si era creato ancora nel 2008. Una pagina Facebook qualunque, come milioni di altre pagine analoghe, che tutti ormai abbiamo. Pagine che contengono le nostre foto, qualche frase, qualche richiamo a pagine di amici. Le solite cose.

Ma qui esplode evidente una grande differenza, immensa nei suoi significati. Quella pagina, uguale e diversa a milioni di altre, continua a vivere nonostante il suo proprietario sia morto ormai da quattro anni. Continua a vivere perché gli amici dopo la morte di Matteo non hanno smesso di postare foto, di scrivere commenti, di fargli gli auguri di compleanno ogni 17 aprile, di prenderlo simpaticamente in giro. Non hanno smesso di mandargli anche solo un ciao, di offrirgli una birra virtuale o di raccontargli qualcosa.

E così Marco scrive che “so già a cosa stai pensando e ti immagino che mi squadri dall’alto in basso con il tuo sorriso sarcastico stampato in faccia… è vero, avevo detto che smettevo… ma el balon l’è sempre el balon, non c’è niente da fare… e se ci pensi bene, io e te dobbiamo la nostra grande, eterna amicizia a sta roba tonda che ci ha dato la fortuna di incontrarci! Dai, facciamo che a maggio, se sono stato bravo, un campionato vinto lo dedico sto giro io a te! È una buona scusa per aver rimesso gli scarpini, o no? Mi manchi, amico”. E Francesca, il giorno dell’anniversario della morte, posta che “oggi sono tre anni… Tre anni che tu cugino mio adorato non ci sei più… Mi sembra ieri e da allora niente è più come prima… Niente! Ma come tu mi hai insegnato non temo nulla… Ma quanto male fa il non poterti abbracciare e vedere! Aiutami Matteo e non mi abbandonare…. Ti voglio bene…. Un bacio che voli lì da te ovunque tu sia, ma nel mio cuore sempre”. E Stefano scrive che “una domenica pomeriggio durante una partita ero stanco e mi sono fermato a rifiatare, tu subito mi dissi: via le mani dai fianchi! Questa semplice frase la porterò per sempre con me. Sei stato grande uomo che nemmeno nei momenti più duri, in campo come nella vita, ti sei fermato ma sei sempre andato avanti a lottare fino alla fine”. Ed Emiliano scrive “ciao Teo… e adesso con chi litigherai lassù? Hai mai visto Ibra giocare difensore centrale? Preferisco pensare a quanto fortunato sono stato ad aver condiviso un po’ di tempo con te… grazie di tutto grande uomo… alla nostra splendida vita! Ciao Guerriero!”. E Cristian che scrive “ciao Bone, ti immagino sempre alle isole Tonga che ridi di noi con un Bacardi ghiacciato in mano e sempre all’ombra mi raccomando!!!! Non ti dimenticherò!”.

E così via, lungo la bacheca di quella pagina facebook che vive oltre la morte e che perde la sua banale natura informatica per diventare testimonianza reale di ben altro. Con qualcuno che scrive che “sarebbe bello se il Paradiso avesse un orario di visita” e qualcun altro che il 26 dicembre si fa sentire per dire che “Son sempre in ritardo Bone… quasi come agli allenamenti ma comunque arrivo e il pensiero c’è sempre… Buon Natale guerriero che tu possa sempre guardarmi le spalle come in campo…”. 

Leggi questi messaggi, questa vita che fluisce dove si poteva pensare che sarebbe rimasta solo la tristezza e il malinconico vuoto di una pagina di colpo troncata pure lei dalla morte, come il suo proprietario. Leggi e vieni travolto da questo affetto che scavalca anche l’usura del tempo, tempo che troppo spesso sembra cancellare e azzerare tutto. Leggi e ti sembra di afferrare qualcosa, ti sembra di trovare conferma di quanto in fondo sappiamo bene  ma che troppo spesso, colpevolmente, dimentichiamo.

Che ciò che ci lega su questa terra, ciò che rende veramente le nostre vite degne di essere vissute, non ha nulla a che fare con il nostro povero corpo, che prima o dopo dovremo lasciare. Che i sentimenti che ci fondono con le persone a cui vogliamo bene sono ben più forti, tenaci e resistenti della carne che ci vincola a questa terra. Che amare significa partire per un viaggio, e che l’approdo non ci è dato di sapere quale sarà. Che le persone con le quali abbiamo condiviso anche solo una piccola parte di cammino fanno parte di noi anche quando scompaiono. Come un giorno scompariremo pure noi. E che in fondo in fondo un compagno, una compagna, un figlio, un amico sono la cosa più vicina all’immortalità che ci sia dato di sperimentare.

Ciao Bone, lascia che oggi una birra fresca te la offriamo anche noi.