L’alpino Giuseppe Pippa, classe 1922, ed i tragici ricordi della campagna di Russia. Un passato che non va dimenticato

In questi anni di collaborazione con Il Baco da Seta la redazione mi ha dato molte opportunità di incontrare ed intervistare molte persone. Con ognuna di esse si viene a creare un rapporto di scambio in cui si dà e si riceve. Molto spesso questo scambio si riempie di empatia e di vera emozione. Confesso che, in questi  incontri, non mi è mai capitato di vivere un’emozione così intensa come quella che ho provato incontrando, nella sua casa di Goito in provincia di Mantova, Giuseppe Pippa classe 1922.

Giuseppe è un veronese nativo di San Zeno di Montagna paese che gli ha dato i natali il 6 aprile del 1922. Lo scorso 6 aprile il nostro alpino ha quindi spento le 100 candeline! Un traguardo splendido per chi ha la fortuna di arrivarci in discreta salute ed in consapevolezza di sé. Un traguardo oltremodo straordinario per chi, come Giuseppe, vi è arrivato portando con sé un bagaglio di ricordi legati ad una delle pagine più drammatiche della storia italiana dello scorso secolo: la tragedia militare del corpo di spedizione italiano in Russia.

Giuseppe è un alpino reduce della campagna di Russia. Ne è una delle poche testimonianze dirette ancora in vita.   

L’idea di intervistarlo nasce da una chiacchierata con il capogruppo degli Alpini di Lugagnano Fausto Mazzi che mi raccontava che, proprio oggi sabato 30 aprile, Goito festeggia il suo reduce di Russia attorniato da penne nere provenienti da tutte la zona Alto Mincio, con una folta rappresentanza dalla provincia di Verona terra natale di Giuseppe.

Giuseppe Pippa durante l’intervista, con il capogruppo degli Alpini di Lugagnano Fausto Mazzi ed il nostro Alfredo Cottini.

Quando arriviamo alla sua casa il figlio ci accompagna ad incontrarlo. Lo troviamo nel suo orto con la zappa in mano intento a smuovere la terra per la semina. Da questa istantanea comprendi subito che questo sarà un incontro che ricorderai a lungo.

Giuseppe è un uomo i cui occhi parlano. Dal taglio stretto, incastonati in un viso solare e sorridente, lucidi e penetranti. Quando ti fissano non puoi non restarne colpito. Comprendi che ne hanno viste di tutti i colori in cento anni di vita, ma è come se nascondessero ancora qualcosa che è stato celato a lungo. E quando svelano questo segreto, con il fluire dei ricordi, si illuminano ancora di più e la voce tradisce un velo di emozione profonda. A fianco a lui il suo cappello con la penna, compagno di lunghi mesi in terra straniera ed inospitale. Lo tocco con profonda reverenza, mi emoziono.

Quando iniziamo l’intervista, Giuseppe compie subito un gesto carismatico: prende il cappello e lo porta sul capo. Gesto che Fausto nota subito e al quale rispondiamo con altrettanta sacralità indossando il nostro. In questo momento siamo tre alpini di tre generazioni diverse accumunati da un simbolo e da una tradizione e che stanno per condividere il racconto di una storia umana straordinaria.

Sono nato a San Zeno di Montagna in contrada Castello – ci dice Giuseppe -. Li ho vissuto fino al dopoguerra per trasferirmi qui a Goito nel 1950. I mantovani in pianura d’estate non respiravano e venivano su in montagna da noi, e noi avevamo difficoltà con il bestiame a causa della carenza di fieno ed acqua. É stata quindi la necessità di trovare una soluzione a queste difficoltà che ci ha spinto a venire da queste parti. La mia chiamata alle armi è stata nel 19 gennaio 1942. Sono stato assegnato al 6° Reggimento Alpini, Battaglione Verona, Brigata Tridentina con destinazione Gargnano sulla sponda bresciana del lago di Garda, dove sono rimasto per 4 mesi per il CAR. Ho compiuto lì miei 20 anni, il 6 aprile. E da lì siamo partiti con destinazione Russia”.

Il foglio matricolare dell’alpino Giuseppe Pippa.

“Un primo trasferimento a Peschiera in battello e poi da li con il treno verso Asti, dove siamo rimasti per altri due mesi. A luglio partenza definitiva per il fronte passando per una Varsavia distrutta dai bombardamenti.  – ricorda Giuseppesiamo rimasti per due giorni in attesa di riparazioni, altrimenti si viaggiava ininterrottamente giorno e notte. Al nostro seguito tutto l’armamentario di attrezzature, armi, munizioni, dotazioni personali e i nostri fidi compagni di avventura: i muli. Abbiamo proseguito in treno fino a quando non sono finiti i binari. Da li poi ci siamo incamminati verso la destinazione finale con marcie forzate notturne fino alla fine di agosto. Abbiamo camminato per un mese.

Il racconto si fa intenso, quasi rivissuto nella realtà mentre lo narra.

Siamo arrivati al fiume Don, dove erano già presenti i battaglioni Vestone e Valchiese facenti parte del 6°. Appena arrivati alcuni camion erano in partenza per il fronte, su uno c’erano sedici posti disponibili per cui la mia compagnia è stata aggregata a loro e inviata a contrastare i russi che cercavano in ogni modo di rompere il fronte. Io ero vicino alla mitragliatrice e i bossoli roventi dei proiettili mi rimbalzavano contro. Dall’altra parte i nemici russi cadevano a frotte, colpiti dal nostro fuoco di sbarramento”. Credo siano frammenti di vita talmente scolpiti nella memoria di Giuseppe che tra altri 100 anni, probabilmente, sarebbe ancora in grado di raccontarteli con la stessa lucidità.    

Ma il peggio doveva ancora arrivare: a Nikolaevka, dove anch’io sono passato, il 6° alpini è stato praticamente decimato. Nel girovagare ho trovato anche un mulo, scappato da qualche parte o il cui conducente era stati magari ucciso. Ho cercato di prenderlo ma non si faceva avvicinare. Poi, a forza di dai, sono riuscito a catturarlo ed è diventato compagno di cammino. Incrociai un ufficiale che sosteneva un soldato ferito – continua a raccontare Giuseppe -. L’ufficiale mi chiese: ‘alpino, perché non sali sul mulo e ti fai trasportare? Se non ci sali possiamo caricare questo soldato ferito’. ‘Faccia come vuole’, gli risposi, ‘io non l’aiuterò. Non riesco nemmeno a stare in piedi e mi appoggio al mulo per farlo’. Attorno a noi morti e feriti ovunque. I feriti ti si aggrappavano disperati in cerca di aiuto. Una disperazione che diventava anche rabbia e tu eri poco più che impotente nei loro confronti”. Racconti da pelle d’oca.

Durante l’inverno il freddo era così intenso che a malapena, con il pastrano addosso, non si sentiva il vento che ti penetrava nelle ossa. L’alito condensava e ghiacciava. Si facevano i cicciolotti che poi si staccavano quando compariva un po’ di sole. Durante le guardie i piedi venivano avvolti con coperte pesanti. Ma nonostante ciò, due dita di un piede mi si sono congelate e sono andate in cancrena. Me lo ricordo il passaggio sotto il ponte a Nikolaevka al comando del Generale Reverberi. Al generale – racconta Giuseppe – devo il ricongiungimento con mio cugino Luigino all’ospedale di Char’kov, dove sono andato per curare il mio piede. Lui era stato colpito ad un braccio e la ferita non era stata curata. Aveva la febbre a 41, delirava. Il generale aveva fatto sistemare la mia branda vicino al Gino, così da stare vicini e confortarci a vicenda. Un cappellano militare ci disse: ‘ci sono due posti su una autolettiga in partenza. Ve la sentite di salire a partire?’. Mi rivolsi a Gino dicendogli: ‘partiamo! Tu con un braccio fuori uso e io con un piede nelle stesse condizioni ci aiutiamo a vicenda’. Anche se capivo in quale giorno fossi e in che mese, ricordo per certo che il 3 febbraio del 1943 partimmo per il ritorno in Italia. Quella data la impressi sulla mia branda: ’03/02/43′. Il cappellano avrà avuto almeno venti anni più di me, sarà stato sulla quarantina. Non ne sono sicuro, ma molto probabilmente era don Carlo Gnocchi”.

Nel passaggio dalla Polonia, per ritornare il Italia, Luigino viene preso in carico dai tedeschi che lo curano con la penicillina e gli salvano il braccio. Al ritorno in Italia Giuseppe viene ricoverato all’ospedale di Cremona dove subisce l’amputazione delle due dita necrotizzate. Vi rimane fino al primo aprile del 1943. Successivamente viene posto a riposo senza incarichi e sarà poi congedato per inabilità al servizio. L’8 settembre poté così salvarsi da una deportazione certa in cui incapparono alcuni suoi commilitoni che non fecero più ritorno dalla Germania.

La storia dell’alpino Giuseppe Pippa sarà poi minuziosamente e pazientemente trascritta dalla moglie Lina Lenotti ed immortalata nel libro “La mantellina engiassà”. Raccoglie i ricordi di un giovane di vent’anni partito per il fronte russo, diventato troppo in fretta uomo e soldato, in pochi mesi letteralmente catapultato nell’inferno della guerra e costretto a vivere esperienze tremende. Sulla copertina, un gruppo di giovani alpini del Battaglione Verona mentre si trovavano a Gargnano prima di partire per la Russia. Il primo da sinistra nella fila in basso con il fucile in una mano ed il cappello nell’altra è proprio il nostro Giuseppe.

Il libro di memorie scritto da Giuseppe con la moglie.

All’incontro è presente anche Rita, la figlia di Giuseppe, che ci racconta alcuni aneddoti della vita di questo alpino. “Intanto – esordisce Ritacomincio con il dire che i cento anni di papà sono un evento straordinario che ci ha resi estremamente felici. La festa di sabato 30 sarà anche un motivo di grande orgoglio, soprattutto per lui ma anche per tutti i suoi familiari. Da bambini cercavano di farci raccontare le sue storie di guerra ma non ha mai voluto parlarne, declinava la richiesta come a voler allontanare qualsiasi ricordo. Poi, quando mia figlia frequentava la quinta elementare, la maestra chiese agli alunni se avevano un nonno che era stato in guerra e che avrebbe avuto il piacere di venire in aula a raccontare la sua storia. Dissi a mia figlia: a noi non ha mai detto niente, prova a chiederglielo. La sua risposta fu positiva, e lo accompagnammo in aula per questa sua lezione di storia vera e vissuta della guerra in Russia”.

“In quell’occasione ho appreso delle cose da mio padre che non avevo mai sentito. Sono rimasta un’ora con il groppo in gola e a vivere dentro di me le sue sofferenze. È stato momento emozionante! Nel 2003 lui e mia madre si sono recati in Russia in occasione della ricorrenza dei 60 anni da quei fatti. In quel periodo io stavo leggendo ‘Centomila gavette di Ghiaccio’ di Giulio Bedeschi. In quelle pagine riconoscevo i racconti di mio papà, ma un conto è leggerli, un conto è sentirli raccontare in prima persona da chi li ha vissuti. Quando era là e mi telefonava sentivo un’emozione straordinaria nel ripercorre le strade e i luoghi che lo avevano messo davanti a prove immani. Del libro – prosegue Rita – non ne sapevamo niente finché in giorno da San Zeno di Montagna ci chiamarono e ci dissero: tenetevi liberi per il 14 agosto perché dobbiamo presentare il libro che parla di Giuseppe”.

Senza dire niente ai figli, Lina e Giuseppe avevano lavorato in totale segreto per trascrivere le memorie di Giuseppe, immortalate poi nel libro. Con discrezione, umiltà, riservatezza, come a custodire un segreto da svelare a chi sappia farsi coinvolgere, immedesimare, provare compassione e comprensione.    

Chiudiamo l’intervista ringraziando Giuseppe e la sua famiglia per il tempo che ci hanno dedicato.

Alle nostre porte c’è un conflitto, quello in Ucraina, che sta di nuovo insanguinando l’Europa. Alla fine della Seconda Guerra lo slogan “Mai più la guerraaveva accompagnato le generazioni di allora nell’intenzione di non incorrere mai più in un conflitto mondiale.

A troppi ragazzi come Giuseppe era stato imposto di lasciare la loro vita, che stava prendendo forma , per diventare in fretta e furia uomini costretti a vivere esperienze disumane, ad incontrare la sofferenza e la morte, a diventare attori di un conflitto che non avevano voluto né tantomeno cercato. Dagli errori la storia raramente tra beneficio e stanno venendo a mancare le testimonianze dirette di chi ha vissuto le brutture di un conflitto mondiale.

I reduci viventi della seconda guerra sono sempre meno. Bisogna però continuare, finché sarà possibile, a dare dei veri e propri elettroshock emotivi alle coscienze. Le parole, i gesti, le emozioni che ti trasmette chi ha vissuto una guerra non possono lasciare indifferenti.

Alfredo Cottini
Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente. Per diversi anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Amo il mio cappello da Alpino per quello che rappresenta. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Considero la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio uno strumento utile per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino