“La vita e la comunità dalla vetrina del mio negozio di occhiali”. Ottone Mazzi, storia di un Lugagnanese doc

Non è mai facile intervistare le persone dall’animo nobile. Al di là di spiazzarti con il loro pensiero fatto di umiltà e rispetto, sono tendenzialmente restie a qualsiasi forma di apparenza. Non amano essere al centro dell’attenzione, non amano gli onori della cronaca, fanno (e fanno molto) circondandosi di silenzio e riservatezza.

Una di queste ha spiazzato letteralmente la comunità di Lugagnano affiggendo, qualche settimana fa, un cartello sulla serranda del suo storico negozio in Via Pelacane a Lugagnano.  Il cartello recitava: “IN PENSIONE! Grazie per la fiducia che mi avete dato! BUONA VITA A TUTTI!”.

Parliamo di Ottone Mazzi (nelle foto di Mario Pachera) Lugagnanese doc e stimatissimo ottico, che nella frazione ha esercitato per quasi 40 anni. Anche lui Mazzi del ramo dei “Giure”, fondatori del pastificio Mazzi Oreste, un’istituzione nella comunità.

Riuscire a farlo sbottonare un po’ è stata una vera impresa, andata in porto anche grazie alle amichevoli pressioni dei nipoti e del fratello Fausto, capogruppo degli Alpini, al quale Ottone è legato da profondo affetto. Vedere la loro complicità all’opera scalda il cuore.

Una sera davanti ad una pizza e a una buona birra bionda e in compagnia di Fausto, riesco a carpire qualche tratto della sua vita professionale, vissuta interamente nel suo paese natio di Lugagnano. Non è solo una narrazione di servizio all’utente che ogni esercente eroga, di montature e lenti per occhiali o altro afferente alla cura della vista dei clienti: è molto di più. É vita di relazione con la R maiuscola, è sentirsi parte della comunità in cui vivi, è avere uno squisito senso dell’accoglienza, è andare oltre le aspettative del cliente, è mettere il sale nella vita. Perché questo Ottone è: una persona dall’animo nobile.

Ottone, provieni da una famiglia legata alla produzione e alla commercializzazione della pasta e dei suoi derivati. Come mai ottico?
Vivevo il classico periodo della vita in cui non sai bene da che parte andare e quale strada prendere. L’ispirazione mi venne da mia madre che mi disse: ”ma perché non fai un corso professionale perseguendo una specializzazione?”. Ci pensai su un attimo e dissi a me stesso: ottico! Avevo completato gli studi classici al liceo per cui una variazione in tema sulla scelta della professione da intraprendere era lo stimolo giusto. Mi iscrissi all’istituto Buonarroti a Verona e in due anni conseguii la specializzazione in ottica.

Alla nostra domanda sul perché non abbia intrapreso la carriera professionale nel Pastificio risponde anche il fratello Fausto:Nelle aziende famigliari come la nostra vigeva la regola che il primo dei figli, dei fratelli e sorelle soci, era destinato ad entrare nell’organizzazione per tramandare la tradizione. Danilo, il nostro fratello più grande, era laureato in lettere ed aveva già scelto la sua strada nell’insegnamento. Di conseguenza la scelta cadde su di me, che per altro era assolutamente la cosa che più di ogni altra avrei voluto fare nella vita. Il commercio era la mia passione”. Gli fa eco Ottone: “Anch’io, così come Danilo, non mi sentivo particolarmente portato per il commercio. Quindi la strada che intrapresi fu quella che effettivamente scelsi. Con l’appoggio dei miei genitori ovviamente”.  

La prematura scomparsa di Danilo, avvenuta nel 1988, fu un trauma per la vostra famiglia.
Sì, inaspettata e improvvisa. I nostri genitori non l’hanno mai dato a vedere ma fu una perdita che nel tempo non si è mai sopita. Ma erano uomini e soprattutto donne di altri tempi. Forgiati dalla vita e dalle difficoltà. Non avevano paura di niente. Affrontavano tutto con coraggio, forza di volontà e fiducia nel futuro.

Nel 1985 inizia l’avventura di ottico al servizio della comunità di Lugagnano.
Subito dopo la fine del corso di specializzazione partii con la mia attività, supportato, inizialmente, dai miei genitori. Un inizio con qualche difficoltà di assestamento e adattamento al nuovo ruolo e al nuovo contesto. Ma Lugagnano, il mio paese, ha risposto alla grande. La fiducia nei mei confronti, per la quale sarò sempre grato alla comunità in cui vivo, è stata un crescendo continuo. Chiaro che il nome Mazzi e la secolare presenza in paese, in questa fase iniziale, mi ha dato una spinta iniziale maggiore. Ma, devo dire, poi è stata tutta farina, sempre a marchio Mazzi, ma prodotta dal sacco di me medesimo. Il consumatore è selettivo, se il tuo servizio non è di qualità puoi chiamarti anche Pinco o Palla ma lui cambia certamente strada. La fidelizzazione è un percorso che si costruisce con lo scorrere degli anni, non dei giorni o delle ore.

Il tuo era un lavoro a stretto contatto con i medici oculisti.
Assolutamente sì. Ho sempre tenuto al fatto che i clienti arrivassero da me muniti della prescrizione di un oculista. Il mio lavoro veniva a seguire, sulla base della prescrizione provvedevo alla realizzazione della lente e alla predisposizione della montatura. Quest’ultima una fase molto critica della mia professione (ride Ottone, facendo questa affermazione).

Critica perché?
Ti rispondo con una domanda: tu quanti paia di occhiali hai? Tolti quelli da sole che diciamo possono essere un corredo, credo che arriverai ad una, massimo due unità. Al contrario, quanti paia di pantaloni hai nell’armadio? Pochi o tanti che siano ma sicuramente almeno una decina. Ecco, l’occhiale è un pezzo quasi unico. Il pantalone puoi scegliere: oggi metto questo, domani quello, poi magari ne acquisto un altro paio. L’occhiale è un bene prezioso, per il fatto che ti permette di correggere un difetto della tua vista che altrimenti ti metterebbe in difficoltà. Quando lo indossi però rappresenta pure la tua personalità: allegra, seriosa, professionale, alternativa, da fuori dagli schemi, sexy. Indossare un occhiale è molto di più della correzione di un difetto. Per cui, spesso e volentieri, nel mio servizio al cliente era più il tempo speso a consigliare un occhiale o un altro sulla base della personalità, della conformazione del viso, della selezione che avevo in mente sulla base degli articoli che avevo in negozio o altro. Se lo specchio del mio negozio potesse parlare! Era un ruolo che mi piaceva, mi sentivo un ottico-designer!

Cosa era per te il tuo lavoro?
Eh… Bella domanda. Era l’inizio e la fine delle mie giornate dal lunedì al sabato compreso. Era l’ambiente in cui mi immergevo dalla mattina alla sera e cercavo di dare sempre il massimo. Era il luogo in cui entravano clienti, clienti-parenti, clienti-amici. Era il luogo in cui entravano persone che non necessariamente avevano bisogno di un occhiale. Venivano per una chiacchera, per parlare di montagna, per parlare di viaggi, per parlare di calcio e altro. E si usciva a prendere un caffè assieme. Quel tempo speso a dare un servizio, poco o tanto che fosse, era uno scambio. Su vari piani: professionale, amicale, affettivo. In molti casi è sempre stato difficile scindere le cose. Ma poi, perché scinderle? Uno scambio è relazione su più piani, uno non esclude l’altro. Uno è parte integrante dell’altro e assieme fanno un cliente soddisfatto in una persona che non conosci, in un famigliare o in un amico che ha condiviso un po’ del suo tempo con te. Sai cos’è che mi ha portato a smettere? L’essere troppo coinvolto nel mio lavoro.

In che senso?
La gran parte delle persone che entravano nel mio negozio erano persone conosciute. Sì, c’erano anche i clienti occasionali che vedevo per una o due volte. Se tornavano è perché avevo dato loro il servizio che cercavano. Ma la maggior parte dei miei clienti erano persone che conoscevo di nome e di fatto. Il coinvolgimento personale nel soddisfare le loro esigenze era totalizzante. Questa tensione, mista tra il professionale e il relazionale puro, alla lunga ti sfianca”. Mi spiego per far capire cosa intendo: quando ho appeso il cartello sulla serranda all’arrivo della pensione l’ho fatto con senso di estrema gratitudine verso tutte le persone che, da clienti e non, hanno frequentato il mio negozio. A loro devo la mia soddisfazione professionale e la mia realizzazione. Mai ho sentito un peso nel rapportarmi con loro. È l’avanzare dell’età che fisiologicamente si porta dietro la stanchezza professionale e di conseguenza quella fisica. Ma dentro sento un profondo senso di gratitudine verso coloro che mi hanno scelto come loro ottico di fiducia e anche come loro amico.

Adesso vivi una nuova dimensione. Quella del pensionato.
Dopo il pellegrinaggio di una quindicina di giorni fatto a Santiago de Compostela con degli amici, comincio ora a realizzare l’opportunità di rioccupare degli spazi che prima erano saturati dal mio lavoro. Mi piace lo sport, mi piace camminare in montagna e viaggiare. Quando accade mi piace anche seguire la mia squadra del cuore, l’Inter, nelle trasferte europee. Entrare in contatto con altri paesi con culture sportive diverse dalla nostra è sempre un piacere. C’è passione, c’è trasporto, ma non si vedono le esagerazioni verbali e fisiche che, ahimè, spesso vediamo negli stadi d’Italia. Se Dio me lo concederà sarò un pensionato ancora in forze per cui il mondo sociale della mia comunità avrà in me un volontario attivo. Qualcosa ho sempre fatto in passato, compatibilmente con il tempo a disposizione, ora l’acceleratore lo schiaccio sul mio impegno nelle attività per il bene comune. Pur mantenendo una attenzione sempre per le mie passioni. Una persona in equilibrio con se stessa ha anche da donare agli altri.

Un aneddoto.
Durante i primi anni della mia attività a fianco a me c’era il laboratorio di calzolaio di Giuseppe Forante, ai più noto come Bepi Scarpa. Un uomo molto buono, umile, generoso. reduce dalla campagna di Russia. Quando beveva qualche bicchiere in più i suoi ricordi di quel periodo affioravano in tutta la loro drammaticità. Era un uomo curato, non trasandato. Era fragoroso nelle sue baldorie quando si lasciava accompagnare da dio Bacco, ma devo dire mai irrispettoso. La mia caldaia era all’interno del suo laboratorio, ogni tanto andava in blocco e dovevo andare da Bepi per farla ripartire. Quando bussavo lui scattava sull’attenti con un saluto rispettoso. Mi faceva tenerezza questo suo essere umile e, a modo suo, accogliente. Persone che hanno vissuto in gioventù esperienza di vita che nemmeno possiamo immaginare. Ho un bel ricordo di lui.

Concludiamo questa piacevolissima “intervista carpita” che mi lascia dentro sensazioni molto piacevoli.  Non ho scoperto le caratteristiche di grande umanità di Ottone perché le conoscevo già. Ho scoperto però delle forme di pensiero di chi ha già lo sguardo orientato (credo lo sia sempre stato) verso una idea che il bene comune sia un obiettivo da sostenere concretamente e da condividere assieme ad altre persone della comunità propria ma anche delle comunità allargate in senso ampio. “Quando la vita ti da bisogna anche saper ritornare, donando alla vista stessa di tutti i giorni qualcosa di te” è il suo pensiero che condivido pienamente.

Delle “benevoli scaramucce” tra milanista (io) e interista (lui) che ogni tanto ci capitava di scambiare nel suo negozio la cosa di cui ho il ricordo più bello sono le risate fragorose che ci facevamo. Perché di Ottone ci sono sicuramente alcune cose che colpiscono: i suoi occhi azzurri profondi ed intensi in cui leggere la sua bontà d’animo, la sua risata travolgente e la sua naturale predisposizione ad accorciare gli spazi interpersonali con una energica stretta di mano o una pacca sulla spalla. Continueremo a battagliare sul tifo calcistico, non lo faremo nel suo negozio, lo faremo in giro per il paese o nella sede di qualche associazione. L’importante è che Ottone continui ad essere una risorsa umana per il paese di Lugagnano così come lo era quando era un valente ottico.

Il giorno della serrata del negozio gli avevo dedicato una strofa, in sintonia con la sua passione calcistica e la sua personalità, parafrasandola da una nota canzone di Ligabue dedicata ad una icona del calcio italiano degli anni ’70 e ’80, Gabriele Oriali: “Una vita da mediano, a recuperare occhi e occhiali.. una vita da mediano da chi si vede sempre poco…nato per stare lì sempre lì… lì nel mezzo… una vita da mediano come Ottone Mazzi” .

Un mediano che ha sempre saputo dare “pennellate di classe” al suo servizio alla comunità. Più un Mariolino Corso da foglia morta di grande classe umana. Ottone, un grande professionista ma soprattutto un amico che hai piacere ad incontrare e salutare tutti i giorni. E continuare a costruire qualcosa assieme per il bene comune.

Alfredo Cottini
Sono nato a Bussolengo l'8 ottobre 1966. Risiedo a Lugagnano sin dalla nascita, ho un figlio. Sono libero professionista nel settore della consulenza informatica. Il volontariato è la mia passione. Faccio parte da 30 anni nell'associazione Servizio Operativo Sanitario, di cui sono stato presidente e vicepresidente. Per diversi anni sono stato consigliere della Pro Loco di Sona. Amo il mio cappello da Alpino per quello che rappresenta. Ritengo che la solidarietà, insita nell’opera del volontario, sia un valore che vale la pena vivere ed agire. Si riceve più di quello che si dà. Considero la cooperazione tra le organizzazioni di volontariato di un territorio uno strumento utile per amplificare il valore dei servizi, erogati da ognuna di esse, al cittadino