La vita di una lucciola a Sona: Il drammatico racconto di un’esistenza sulla strada

Era precipitata nell’inferno dello sfruttamento della prostituzione e il servizio dell’Ulss 22 di Villafranca l’ha salvata. Maria (il nome è di fantasia per tutelarla), è una donna di origine Ucraina che per anni è stata vittima di personaggi legati alla malavita e al racket delle lucciole.

A 25 anni, arrivò qui perché le restrizioni economiche la costrinsero a lasciare il suo paese per cercare fortuna in Italia. Era orfana, aveva una figlia piccola da mantenere e con il padre della bambina la relazione era finita. Inoltre, la madre di Maria non poteva lavorare e mantenerla. Così la giovane decise di accettare la proposta di un uomo di andare a a lavorare in Italia nel settore della ristorazione.

Il suo racconto fino all’arrivo sulla statale 11 nella zona di Sona è da incubo. «Mi aveva promesso un lavoro sicuro. Non voleva niente in cambio, diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Io dovevo solo fare il passaporto. Soldi per il biglietto li avrebbe procurati lui. In quel periodo in Ucraina non avevo neanche i soldi per comprare una bambola alla mia bambina».

L’uomo che la raggirò le disse che i soldi glieli avrebbe restituiti un pò alla volta, che non aveva fretta. Caricarono lei e altre ragazze in diverse macchine e le portarono inizialmente fin nell’ex Yugoslavia. Qui le riunirono in un hotel. “A quel punto cominciai a capire che forse non sarei andata a fare un lavoro onesto. Ci ritirarono i passaporti. Dipendevamo da loro”.

Ad ogni dogana le facevano scendere dalle auto per attraversare il confine a piedi di notte in mezzo ai boschi. Per poi risalire su un altra macchina. Cambiarono molte auto, per non destare sospetti. Arrivate in Italia senza passaporti né denaro, cominciarono a prostituirsi.

“Ogni sera ci portavano e ci venivano a prendere sulla statale 11. Ci lasciavano là finché non guadagnavamo il minimo da loro stabilito. A volte sono rimasta fino alle sei di mattina. Dieci minuti era il tempo per ogni cliente. Se ci fermavamo di più, venivamo punite. Avevano paura che parlassimo e che ci confidassimo con i clienti. Dovevamo portare a casa minimo 700 euro a sera“, racconta Maria.

Le ragazze erano divise per gruppi e ciascuno aveva una sua “referente”. Era una donna che aveva il compito di sorvegliare le altre e tutti i soldi andavano al protettore. Inizialmente sembrava che alle ragazze andasse uno stipendio a fine mese, in realtà ricevevano solo cibo e un posto dove dormire: ammassate in un residence.

Dopo qualche mese i protettori di Maria vennero arrestati e lei fu venduta come una qualunque merce di scambio. “La mia condizione peggiorava di giorno in giorno. Il dolore mi aveva portato a bere, ero diventata un’alcolizzata. Piangevo sempre”. Poi la svolta. “Un giorno, mentre ero sul marciapiede, mi fu consegnato da un volontario un volantino del Sert di Villafranca. Mi ci recai per una visita e trovai subito un ambiente familiare e disposto ad ascoltarmi, oltre che ad aiutarmi dal punto di vista medico. Ancora oggi sono la mia seconda famiglia. Loro mi misero in contatto con la Caritas che mi aiutò a trovare lavoro e a riavere i miei documenti”.

Ora, quando ascolta le notizie sulle proposte del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna per inasprire le pene alle ragazze rimaste in strada, fa una riflessione: “Penso che se nella situazione in cui ero, sfruttata, dipendente dall’alcol, senza uno stipendio e lontana da mia figlia, fossi stata anche arrestata, processata e costretta a pagare una multa che poteva anche essere di 3.000 euro, per me sarebbe stata la fine. Per la maggior parte delle ragazze prostituirsi non è frutto di una libera scelta. La prostituzione forse sparirà dalla strade, dalla statale 11, ma verrà nascosta nelle case. I protettori si adatteranno alle nuove leggi e il mercato verrà spostato, come già sta avvenendo. I centri come il Sert sono l’arma migliore per far uscire le ragazze dalla tratta della prostituzione. Grazie a loro adesso sono una donna libera con un lavoro di cui va fiera, ma mi porto dentro ferite che non si rimargineranno mai”.