La versione di Erik: Il Jazz, una musica per uomini

Nell’ormai lontano 2008 ebbi la fortuna di assistere ad un incontro didattico organizzato a Mirano (Ve) con Ellade Bandini e Cristian Meyer (due grandi batteristi italiani), dal titolo: “Quando il piatto Ride”.

Erano altri anni e le rare occasioni che si avevano di poter sentire la voce e il suono di grandi musicisti dal vivo non potevano essere perse. Ad un certo punto dell’incontro, Bandini fece questa affermazione: “Mettiamola così, il Rock è una musica per ragazzi, il Jazz è più per uomini”. Questa frase mi colpì molto e mi fece riflettere anche il fatto che destò la disapprovazione di alcuni presenti in sala.

Sentita così, la frase, venne colta come un’offesa alla musica Rock che sarebbe una musica per “immaturi”, mentre il Jazz, sarebbe per persone mature. Per anni ho sentito questo tipo di tensioni tra amanti di diversi generi musicali, eppure non era stata detta con leggerezza, ed era sicuramente il frutto di una un’esperienza di vita vissuta nell’ambiente musicale. Il senso non era dunque denigratorio, anzi, tutt’altro. La riflessione veniva posta su un piano umanistico, che è proprio dove si nasconde il valore più grande del Jazz.

Così, dopo molto tempo, tanti album ascoltati ed incontri con jazzisti, ho maturato un parere personale sul senso dell’affermazione di Bandini e vorrei partire da qui per fare un’ampia riflessione sul ruolo che ancora oggi ha il Jazz per l’umanità. Lo farò, non a caso, in concomitanza della “Giornata Internazionale del Jazz” indetta ormai dieci anni fa dall’Unesco e che ricorre ogni 30 aprile, come oggi.

Sono da sempre convinto che la musica si divida in bella o brutta, indipendentemente dal genere musicale. Ho trovato grandi idee musicali e suggestioni in tutti i generi. La musica può oltretutto essere vissuta anche come un colore e come un insieme di atteggiamenti, ed è sempre scritta per essere suonata in determinati posti. E’ sempre, come tutte le forme d’arte, uno specchio fedele dei tempi e della cultura in cui nasce e da cui attinge la vita. Per questi motivi è assai importante non decontestualizzare mai un genere musicale per poter esprimere un giudizio.

Il Jazz, allora, sotto questa prospettiva, è una musica che meglio di altre può rappresentare la pace e l’unione tra i popoli, perché per sua natura, rappresenta il cammino di redenzione verso la libertà del popolo afro-americano, durato un secolo.

Non fu solo il popolo nero a dover lottare per un avvenire libero ma moltissime persone di nazionalità diverse tentarono la sorte emigrando in America. Basti pensare alla storica Ellis Island, la famosa “Isola della Libertà”, avamposto logistico dove venivano accolti migliaia di migranti (tra cui tanti italiani…) e che ogni giorno venivano sottoposti a test psicologici e sanitari per essere poi marchiati sulla schiena.

La forza di questa musica fu proprio la promiscuità culturale (Melting Pot), perché si fusero in un idioma nuovo e innovativo, la cultura armonica europea con la matrice ritmica africana, creando non solo una musica ma un linguaggio completamente nuovo, uno stile che poi muterà senza sosta ad una velocità vertiginosa fino ai giorni nostri.

La caratteristica principale di questa musica è l’improvvisazione, che la eleva a forma di dialogo. Non c’è copione, è conversazione. Un dialogo che porta chi la suona ad operare scelte e assumersi delle responsabilità: ascoltarsi e fidarsi. E’ una forma di democrazia pura, perché ogni musicista è libero di esprimere l’unicità del suo suono, all’interno di un ritmo ondeggiante (il glorioso Swing), con una forma armonica e una melodia che fungono da canovaccio. Anche chi la ascolta partecipa all’evento, seguendo e apprezzandone l’estemporaneità.

Oggi è difficile per noi capire cosa può aver rappresentato, per gente che aveva come unica colpa quella di trovarsi a vivere nel posto giusto al momento sbagliato, la nascita di una nuova dignità attraverso questa musica. Gente che non aveva diritti, solo doveri.

Dunque non è meglio di altre musiche ma sicuramente fu creata da uomini che avevano bisogno di riprendersi i loro diritti. Nulla a che vedere con l’intrattenimento, con lo show business, con i numeri delle vendite, con le parrucche e le luci.

Qui si parla inizialmente di sopravvivere, poi di creare una nuova identità e alla fine, donare a tutto il mondo questo patrimonio. Perché il Jazz è di tutti, e ognuno può attingere alla lezione che questa musica ha saputo dare in più di un secolo di storia. Se oggi possiamo studiarla e ascoltarla è solo perché qualcuno aveva capito che non si trattava solo di musica, ma di un linguaggio che parla dei grandi temi della vita.

Ecco cosa intendeva dire, secondo me, Ellade Bandini. Purtroppo, queste cose la gente non se le vuole sentir dire. Preferisce offendersi, preferisce fare il tifo, preferisce pensare che tutto quello che possediamo ci sia dovuto di diritto. Invece no!

Quello che oggi abbiamo è un dono di chi ha saputo lottare per la libertà, anche attraverso il suono di uno strumento musicale, e la bellezza di tanti capolavori sono lì a ricordarci questo cammino.

Ecco perché il Jazz è la musica che meglio rappresenta la libertà di pensiero, ed ecco perché L’Unesco ha proclamato questo “International Jazz Day”, portando ogni 30 aprile alla nascita di moltissimi eventi in tutto il mondo.

In un anno come questo, devastato dall’incertezza, questa musica ci ricorda chi siamo, chi possiamo essere e dove può portarci la voglia di libertà.

Erik Spedicato
Batterista veronese classe 1976, suono e insegno musica con passione da molti anni. Amo la filosofia e la bellezza che sta in tutte le cose semplici.