La trappola della denatalità: quando fare un figlio diventa un lusso

In Italia combattere la denatalità è diventata una sfida sempre più complessa. Del calo delle nascite si parla da anni – anche se mai abbastanza –  ma soltanto di recente si è iniziato a scavarne le vere radici, portando alla luce un intreccio di ostacoli economici e sociali.

Nel 2025 nel nostro Paese sono nati quindicimila bambini in meno. L’Istat stima una media di appena 1,14 figli per donna, con l’età del primo parto salita a 32,7 anni: è il minimo storico dall’Unità d’Italia e dal secondo dopoguerra. Certo, denatalità e culle vuote non sono un’esclusiva italiana e riguardano diversi Paesi europei, ma l’Italia ha più di un motivo per allarmarsi: “vantiamo” la percentuale più alta di over 65 d’Europa e, al tempo stesso, quella più bassa di under 14. La fascia tra i 25 e i 34 anni si assottiglia sempre di più, i giovani che lavorano diminuiscono e il 63% dei maggiorenni vive ancora con i genitori.

Viene da chiedersi: i giovani italiani non vogliono più fare figli? Hanno rinunciato all’indipendenza? Certamente la società e la cultura sono cambiate, ma liquidare la questione pensando che le nuove generazioni non procreino per egoismo o per “fare la bella vita” è un errore banale e una semplificazione. I dati di agosto parlano chiaro: la stragrande maggioranza di chi non ha figli o ne ha uno solo non sta scegliendo, sta rinunciando.

Sul percorso delle giovani coppie gravano stipendi troppo bassi, case dai prezzi inaccessibili, una cronica assenza di reti di sostegno e la carenza di servizi essenziali, a partire dagli asili nido, che sono pochi e i cui costi restano spesso proibitivi.

A pagare il prezzo più alto sono le donne, su cui continua a ricadere quasi interamente il carico della cura familiare: quasi una lavoratrice su due teme che la maternità comprometta la propria carriera e il suo timore non è infondato. Tra tutele carenti e la pressione di dover conciliare lavoro e maternità, fare famiglia si trasforma in un percorso ad ostacoli, fonte continua di ansia e stress.

Il vero nodo, quindi, non è la mancanza di desiderio, ma un Paese incapace di supportare le famiglie e i giovani. Le risposte della politica si sono spesso limitate a qualche bonus una tantum: un tampone provvisorio, quando invece servirebbero garanzie, contributi ed assistenza continui nel tempo.

A causa di questa visione miope, trovare un posto al nido è una lotteria e pagarlo un lusso. In generale, i servizi per l’infanzia si stanno trasformando da diritti in privilegi per pochi. Basti pensare all’estate: appena suona l’ultima campanella scolastica, per le famiglie parte la caccia affannosa ad un centro estivo. Tra orari incompatibili con i turni di lavoro e rette esose, la gestione dei figli nella stagione calda diventa un incubo logistico ed economico.

Eppure un’alternativa è possibile, come dimostra la regione più prolifica d’Italia: il Trentino-Alto Adige. A Bolzano, la Provincia Autonoma garantisce un sistema di welfare familiare d’eccellenza. Durante la pausa estiva, le attività per i bambini sono varie, ben organizzate e programmabili con largo anticipo, risparmiando ai genitori lo stress della ricerca privata.

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La sbandata controllata

Gli assegni familiari sono più generosi, il congedo parentale è tutelato meglio, ci sono più nidi e più attività pomeridiane nelle scuole. Inoltre insegnanti ed educatori sono pagati meglio e la rete di babysitting è capillare. Le criticità esistono anche a Bolzano, così come nei Paesi europei più virtuosi. Ma l’Italia, nella sua condizione drammatica, non può più permettersi di stare a guardare o di cercare scuse. Non servono appelli o promesse,  serve nell’immediato un impegno economico serio, strutturale e lungimirante.

I figli nascono dalla fiducia nel futuro. Nascono dalla stabilità lavorativa, da una casa che non prosciughi lo stipendio, dalla certezza di non essere lasciati soli e di poter contare su una comunità solida e presente. In fondo, per capire la denatalità non serve contare le culle vuote: basta contare quanti giovani riescono ancora a guardare al domani senza averne paura.

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Chiara Giacomi
Nata a Verona nel 1977, si è diplomata al liceo classico e ha conseguito la laurea in Lettere presso l'Università di Verona. Insegna presso il Liceo Medi di Villafranca. Lettrice appassionata, coordina il Gruppo Lettura della Biblioteca di Sona.