La torba, fonte di sostentamento e di calore per San Giorgio all’inizio del ‘900

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“Tra gli ultimi anni dell’800 ed i primi del ’900, alcune zone umide assunsero rilievo per l’estrazione di materiale torboso da utilizzare nelle fornaci al posto del carbone. E’ il caso di Torbiera Cascina ma anche di località Ca’ Nova Ferrari; qui dopo l’estrazione della torba si formò “La Busa”, un piccolo laghetto di forma circolare, visibile ancor oggi. Questi luoghi, per un buon periodo di tempo, furono fonte di lavoro per diverse persone della zona divenendo elementi di economia locale. Altri caratteristici laghetti di pregio naturalistico si trovano poi in località San Rocco, nei pressi dell’antica chiesetta, e in località Pietà di Rosolotti”.

Ho riportato sopra un breve passaggio di un precedente articolo pubblicato su Il Baco da Maria Grazia Quagini che con precisa conoscenza del nostro territorio, descrive l’origine geomorfologica di queste zone umide e la sua elencazione, per raccontare una testimonianza del duro lavoro di cavare la torba, vissuto durante il periodo della II guerra mondiale, 1940-1945, a  S. Giorgio in Salici, e precisamente nella torbiera di San Rocco. 

In questo periodo in molte torbiere della zona veniva fatta l’estrazione della torba come combustibile alternativo al carbone che non si trovava.

La memoria e la documentazione fotografica si aprono ai ricordi di quel tempo di guerra, a quel  lavoro pesante e faticoso che ha fatto l’operaia Maria Cordioli, ora vedova Bordignon, nel laghetto di San Rocco. C’era la necessità di dare un aiuto in famiglia quando le risorse della campagna erano magre e tante le bocche da sfamare e l’occasione era di portare a casa un prezioso contributo in denaro. Oppure, lavorare in torbiera voleva dire guadagnare qualcosa per poter comperare qualche capo per la dote, come faceva ogni ragazza in vista di un futuro matrimonio.

Abitava allora alla Pietà di S. Giorgio dov’era nata nel 1926 e racconta la sua storia quando ogni mattina, a piedi, all’alba nei mesi di luglio e agosto si recava al lavoro alla torbiera di S. Rocco, e dopo la pausa pranzo di un’ora a mezzogiorno, lo riprendeva fino alle 17,00.

Il lavoro dentro la torbiera era strettamente manuale: gli uomini con un apposito badile con alette laterali tagliavano pezzi lunghi 50 cm circa, altri uomini li portavano nel vicino terreno dove le donne con delle vanghe li sminuzzavano e li stendevano perchè asciugassero al sole. Il mattino seguente i pezzetti venivano rigirati e quando erano ben asciutti venivano messi in appositi cassoni in legno fatti a misura.

Ogni giorno arrivavano i carrettieri per prelevare il cavato e si ricorda che lo portavano a Valeggio o a Sandrà, dove veniva confezionato in sacchi e venduto ai stabilimenti di quelle zone. La paga per le operaie era di 9 lire al giorno e veniva data ogni sabato. In quel giorno, il ritorno a casa era ben sorvegliato dal padre o da qualche fratello maggiore perché per la strada non capitasse qualche cattivo incontro a queste giovani ragazze che riportavano il compenso delle loro fatiche.

Per completare le informazioni su questo “stabilimento” estivo, lei si ricorda che la proprietà terriera era dei conti Cavazzocca-Mazzanti di S. Rocco e tutto il lavoro era gestito e organizzato dal fattore Giovanni Moschini, mentre il coordinamento degli operai era diretto dal cognato di questi, Pasquetto Augusto. E’ una piccola storia, ma molto importante per chi l’ha vissuta e preziosa di essere ricordata e tramandata.

Sempre sul lavoro in torbiera un’altra breve testimonianza raccolta dai ragazzi del Grest  di S. Giorgio in Salici nell’anno 1984 da un anziano del paese: Arturo Montresor. In quell’anno il Grest aveva il titolo “Campo impronta” e i ragazzi erano sollecitati a trovare “impronte”, segni del passaggio dell’uomo attraverso i secoli soprattutto nei dintorni del nostro territorio e hanno avuto l’occasione di sentire la storia di questo “nonno” che aveva lavorato nella torbiera Cascina.

 “Sono nato nel 1891 e all’età di ventotto anni, circa il 1920 ho iniziato a lavorare alla Torbiera Cascina. Di torba, racconta, ce n’era tanta e tanta c’è tutt’ora. Già prima del 1890, avevano cominciato ad usarla per estrarre la torba che veniva venduta a duemila o tremila lire al quintale. Questa  serviva per sostituire il carbone nelle fornaci. Si estraeva per mezzo di un quadrato che veniva immerso nel giacimento, poi veniva seccata e venduta in sacchi. Eravamo in 14/15 operai e si lavorava per circa otto ore al giorno”.

Racconta ancora Arturo che il capo era il sig. Mauro Mauri, e quell’appezzamento di terreno della Cascina era stato abbassato di circa un metro ed erano stati rinvenuti scheletri di animali, palafitte, vasi di cocci d’anfora, corna di cervo ecc.