La storia di Matteo, che a dieci anni dalla sua scomparsa è ancora una presenza viva nella comunità di Lugagnano

Vi racconto la storia di Matteo. Era un bambino allegro, vivace con una grande e vera passione: il calcio. Da chi l’avesse ereditata proprio non si capiva, papà Luigi preferiva la Formula Uno alle partite della domenica pomeriggio; eppure Matteo Bonesoli impazziva per il pallone e così, a soli 3 anni, ricevette i suoi primi scarpini da calcio. Quanto li amava. Li indossava sempre rincorrendo quel pallone che tanto adorava.

“Aveva un carattere tutto da amare. Solare, simpatico… andava d’accordo con tutti i bambini”, racconta oggi mamma Albertina. Si distingueva nel gruppo per la sua bontà che durante gli anni non ha mai perso ottenendo così l’affetto di chi entrava a far parte della sua vita.

Ben presto quello che era solo uno sport divenne essenza stessa della sua persona. Il calcio, ma soprattutto la sua bravura, gli permisero di arrivare a giocare anche in squadre importanti come il Chievo, facendo uscire di casa persino il papà che non smise mai di seguirlo durante tutte le partite. D’altronde era diventato il fan numero uno del suo Matteo.

Bomber, così lo chiamavano i suoi amici, iniziò persino ad allenare le squadre dei pulcini, che lo rispettavano e gli volevano bene. Negli incontri di calcio vicini a casa andavano perfino a vederlo giocare e tifavano per lui con tutta l’energia che possedevano. I genitori di questi piccoli allievi erano entusiasti che i loro figli potessero giocare, divertirsi e allo stesso tempo prendere esempio da un ragazzo come Matteo, di gran cuore e con un’arma invincibile: la semplicità.

Perché questo era. Un ragazzo semplice che ogni giorno si svegliava per andare al lavoro, seguire i suoi piccoli allievi, tornare a casa dai suoi genitori e dalla sua compagna che amava follemente. Trascorreva le serate in compagnia dei suoi amici o della sua famiglia. Era un uomo buono, rispettoso e con un’inclinazione a difendere sempre coloro che reputava più in difficoltà, soprattutto bambini e anziani.

Detestava la violenza in tutte le sue forme, non la concepiva e la evitava in tutti i modi possibili. Con il suo fare gentile e temperato cercava sempre di moderare le discussioni a cui assisteva. La mamma ricorda con un dolce sorriso quando Matteo vedeva lei e il marito discutere per faccende di casa come una bolletta o il frigorifero rotto e quando il papà magari alzava il tono della voce lui subito lo rimproverava e gli chiedeva di parlare con più gentilezza alla sua mamma.

La vita di Matteo non era perfetta, ma era una vita bella piena di tutti i valori di cui ognuno ha bisogno: famiglia, amore e amicizia. Come purtroppo capita per tante storie, anche in quelle più belle, si arriva ad un certo punto in cui qualcosa non va come ci aspettiamo e soprattutto che ci porta ad affrontare paure che mai avremmo immaginato.

Così è stato anche per Matteo. “È solo una ciste sul ginocchio” gli avevano detto. Un taglietto e via, questo ammasso di cellule insignificante era stato eliminato. Fino a quando la ciste non si riformò. Nel giro di un anno. Questo fece subito insospettire non solo i medici, ma anche Matteo che aveva già intuito che qualcosa non andava e che sarebbe stato il principio di una lotta contro un male più grande.

La diagnosi arrivò tardi, dopo giorni logoranti, ed era la peggiore che si potesse ricevere: sarcoma in stadio avanzato, un tumore maligno che va ad infettare i tessuti molli del nostro corpo. Da qui la vita di Matteo non è stata più la stessa.

Prima ha subito un grosso intervento al ginocchio a Bologna, successivamente tornato a Verona ha iniziato a sottoporre il proprio corpo ad una serie di chemio e radioterapie. I genitori ricordano perfettamente quanto la notizia li avesse sconvolti e quanto invece Matteo fosse di gran lunga il più ottimista.

Era un guerriero determinato a vincere la battaglia più difficile della sua vita. I medici lo imploravano di rimanere in ospedale per proseguire le cure, ma lui non voleva. Lui preferiva rientrare tutti i giorni a casa propria e dormire nella sua camera. Quella stanza che non è mai cambiata. Perché Matteo da sportivo quale era, ce l’ha messa tutta.

È stato esemplare nella sua lotta fino a quando il 6 marzo del 2010, il cancro ha vinto su di lui, ormai esausto e debilitato. Sono passati dieci anni da allora, ma per i suoi genitori è come se il tempo non fosse mai trascorso.

Dover dire addio al proprio figlio è crudele, è una sensazione che nessuno può immaginare se non coloro che la provano duramente sulla propria pelle. La logica non lo prevede e l’animo umano non riuscirà mai a trovare una spiegazione a tanta sofferenza. La fede in questi momenti ti abbandona. Com’è possibile che Dio abbia preso proprio tuo figlio? Qual è stato il suo crimine? Nessuno. Non ci sono spiegazioni, non ci sono colpevoli. C’è solo la cruda realtà.

Una malattia infima e sprezzante della vita si è impossessata del suo corpo per poi strapparlo a questo mondo, alle persone che lo amavano e che ancora oggi non smettono di farlo. Perché lui vorrebbe così. E così da diversi anni viene organizzato in suo ricordo un torneo di calcio. Il Bone’s Friends, gli amici di Bone, del bomber, lui, Matteo, questo ragazzo che come tanti – purtroppo – viene a mancare prematuramente, strappato alla vita da una malattia ingiusta. I suoi amici, parenti e conoscenti tutti trascorrono una giornata all’insegna dell’amicizia e del divertimento in onore di Matteo e della sua passione più grande, il calcio.

Ci tengo a ringraziare la mamma e il papà di Matteo, che mi hanno accolta in casa e raccontato la loro vita con Matteo, permettendomi di condividerla con i nostri lettori. Io non ho avuto il piacere e la fortuna di conoscerlo, ma per come mi è stato descritto intuisco che persona speciale deve essere stato, perché i suoi genitori sono esattamente come lui. Due persone semplici, buone e disponibili.

Sono riusciti a trovare la forza l’uno nell’altra per superare la crudele perdita del figlio e ad oggi gioiscono nel vedere quante persone volessero bene a Matteo, mantenendo il loro affetto immutato anche dopo tutti questi anni.

Giorgia Adami

About Giorgia Adami

Nata a Bussolengo il 4 aprile 1994, risiede a Lugagnano. Infermiera di Pronto Soccorso alla Clinica Pederzoli di Peschiera del Garda, collabora con Il Baco da Seta dalla primavera del 2013.

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