La storia del Buono emesso dal Comune di Sona nel 1868 “A titolo rifusione quota requisizioni Buoi”

Ascolta questo articolo

L’archivio storico comunale di Sona riserva sempre molte sorprese a chi è appassionato della storia locale.

Una di queste è sicuramente il documento nel quale ci siamo casualmente imbattuti: un Buono emesso dal Comune nel 1868, Sindaco Vincenzo Svidercoschi (nella foto sopra).

Incuriositi per la vicenda che il documento rappresenta, abbiamo cercato di comprendere quale fosse la situazione del Comune di Sona al passaggio dal Regno Lombardo Veneto, Impero Austroungarico al Regno d’Italia.

Al Censimento del 1871 risiedevano nel Comune 3342 abitanti: 1063 a San Giorgio in Salici con 223 famiglie, 1030 nel Capoluogo con 199 famiglie, 750 a Palazzolo con 169 famiglie e 499a Lugagnano con 106 famiglie.

Una relazione, che il Comune dovette presentare nella seconda metà del diciannovesimo secolo, illustrò la situazione del Comune. Uno stralcio di due capitoli di questa relazione fornisce uno scorcio della condizione economica e sociale a Sona.

“Sulle attività e occupazioni principali degli abitanti, predomina l’agricoltura, poco l’industria non essendovi né mercati né concorso di forestieri. Vi è una torbiera in una piccola zona in una frazione. Non vi sono stabilimenti metallurgici, fabbriche di biacca, di fiammiferi, tipografie, vetrerie, concerie o altri importanti opifici aperti nel comune. Non vi sono operai maschi e femmine o fanciulli minori di 14 anni che lavorino in miniere, torbiere o negli stabilimenti industriali menzionati. Vi sono alcuni telai a domicilio, ma nessun stabilimento. Il trasporto dei carichi a spalla non è per consuetudine affidato alle donne che attendono alla casa e mai al facchinaggio”.

“L’alimentazione, ordinaria delle classi operaie ed agricole è meschina, scarsa, vegetale, prevalendo la polenta cioè poltiglia di granoturco macinato. Usano le patate ed i legumi in prevalenza le fave ed i fagioli, poco latte mai latticini. Carne non hanno i mezzi da provvedersene di fresche, poche famiglie usano le carni salate cioè il maiale sotto forma di salame e lardo, le famiglie povere usano i pezzi salati. La bevanda comune è l’acqua, non potendosi dalla pluralità bevere il vino pel suo costo.  Vi sono 10 spacci di liquori e 4 di tabacco e v’è abuso di liquori dalla parte più povera della popolazione”.

Il passaggio dall’Austria all’Italia non portò grandi sconvolgimenti nella vita quotidiana della popolazione. Il Comune, che era in territorio austriaco allo scoppio della III Guerra di Indipendenza e che fu coinvolto dal conflitto nella la battaglia di Custoza, non fu sottoposto e gravi disagi, ne subì gravi danni, perché le operazioni militari durarono pochi giorni.

Sostanziali e “rivoluzionarie” furono invece le modifiche a livello amministrativo perchè assai diversa era l’organizzazione amministrativa dei due Stati. Nel Regno Lombardo -Veneto a partire dal 1855 in sostituzione delle molteplicità di organizzazione delle diverse Amministrazioni comunali, venne introdotto un sistema uniforme, valido per tutte le comunità minori dello Stato.

La riforma comunale teresiana (Imperatrice Maria Teresa d’Austria – 1740-1780), che fece seguito a quella napoleonica, fu la diretta conseguenza della riforma catastale. Attraverso il catasto, i riformatori consegnarono agli “estimati” il controllo delle leve periferiche di un meccanismo istituzionale centralista, quale era quello della monarchia assoluta austriaca.

Le rappresentanze locali avevano il compito di coadiuvare lo Stato nell’esazione delle imposte e di amministrare le finanze comunali, ripartendole in specifici capitoli di spesa.

Eletti ed elettori delle Amministrazioni comunali erano, appunto, gli Estimati, cioè i possidenti titolari di proprietà agricole o di attività economiche, con estimi superiori ad un certo importo.

I Comuni erano suddivisi in tre categorie. La prima comprendeva quelli con meno di trecento estimati e operava con un organismo plebiscitario chiamato Convocato generale; la seconda, i Comuni con trecento e più estimati, disponevano di un Consiglio Comunale di trenta consiglieri; la terza comprendeva i Comuni delle città ed erano amministrati con un Consiglio comunale di trenta consiglieri (Congregazione Municipale) ed un Podestà, di nomina imperiale, che durava in carica tre anni.

Soltanto i Comuni con più di tremila abitanti avevano il loro ufficio municipale, con un Segretariato.

Il Comune di Sona apparteneva alla seconda categoria e disponeva di un Ufficio comunale, con Segretario.

Tutti i Comuni della seconda categoria, operavano nella gestione ordinaria con una Deputazione composta da tre possidenti del territorio comunale, votati dal Consiglio. Uno di essi doveva essere scelto fra i primi tre “estimati” del Comune, gli altri due fra i primi 100.

Dopo il passaggio del Veneto nella titolarità del Regno d’Italia, cambiò radicalmente la struttura delle Istituzioni pubbliche. Eletti ed elettori del Comune non furono più gli “estimati”, bensì chi versava al Comune nell’anno un certo importo minimo in tassazione locale. Erano elettori “politici” coloro che versavano allo Stato un importo minimo di imposte nazionali. L’elenco degli elettori amministrativi del Comune nel 1884 comprendeva 219 nominativi. Nel 1874 erano 20 gli elettori politici e 125 nel 1901.

Poiché la tassazione comunale colpiva le rendite delle proprietà terriere e immobiliari, oltre che delle attività economiche per molti anni, furono soprattutto cittadini non residenti, proprietari di terreni ed attività nel Comune, a gestire l’attività civica pubblica a Sona.

Il Consiglio comunale era composto a Sona da venti persone, con un Sindaco eletto dagli stessi, al loro interno ed in sostituzione della Deputazione era prevista una Giunta, fissata per Sona in quattro effettivi e due supplenti.

Dettagli e particolari sul sistema elettorale, assai complesso, e molte altre informazioni sul periodo storico 1866- 1901, sono leggibili sul primo volume storico del Baco “Lugagnano Palazzolo San Giorgio Sona. Dal Regno Lombardo Veneto al Regno d’Italia (1866-1901)” pubblicato nel 2011.

Passiamo ora a scrivere del Buono, con il quale abbiamo aperto questo articolo. Il Buono è stampato su carta pregiata e con caratteri molto elaborati ed è un documento inaspettato per un piccolo Comune come era Sona in quegli anni. L’emissione del documento è legata alle vicende della III Guerra d’Indipendenza che venne combattuta fra il giugno e l’agosto del 1866 e che vide l’Italia alleata alla Prussia, contro l’Impero Austro- Ungarico. Il Buono ha il valore nominale di Lire 412.49, pari a circa 2000 euro ai nostri giorni. Beneficiario è Dr. Dolfin Macedonio, in quegli anni medico condotto del Comune, che aveva prestato quell’importo al Comune di Sona.

Nel testo stampato sul buono viene specificato il motivo del pagamento a termine: “A titolo rifusione quota requisizioni Buoi dell’anno 1866”.

Le requisizioni dei bovini, con indennizzo economico relativo era una pratica abituale nei periodi di guerra (verranno eseguite anche nella I e II Guerra Mondiale dall’Italia), per alimentare i militari al fronte e per vettovagliare in parte le famiglie che, con gli uomini in guerra, necessitavano di sussidi alimentari.

La requisizione era stata eseguita dall’esercito austriaco per un valore totale di Lire 13.698,64 (72mila euro a valore attuale). Il rimborso dovette essere effettuato dal Regno d’Italia che era subentrato nella titolarità territoriale del Veneto.

Il Buono, datato gennaio 1868 e che maturava un interesse annuo del 5%, avrebbe dovuto essere rimborsato entro il terzo anno successivo, quindi entro novembre 1870.

Era scritto “al massimo” perché il Comune deliberò di rimborsare ogni anno un terzo degli importi ottenuti in prestito, per sorteggio, eseguito il giorno dell’anniversario dello Statuto del Regno (4 marzo) nel novembre successivo.

Il Buono era garantito dal Comune che aveva assunto l’impegno con una delibera Consigliare del 23 ottobre 1867, approvata con Decreto numero 6547 del 9 gennaio 1968 dalla Delegazione Provinciale (leggi Giunta Provinciale). E’ firmato dal Sindaco Vincenzo Svidercoschi, già Consigliere comunale negli ultimi anni del Regno Lombardo Veneto e che restò in carica, nel nuovo ruolo, dal 1867 fino alla morte nel 1885. Controfirmarono il Buono gli Assessori Tacconi Luigi ed Ederle Ludovico.
L’onere per tale prestito, capitale ed interessi, è presente nei bilanci di previsione degli anni 1868-1869 e 1870. Specificatamente nel Bilancio di Previsione dell’anno 1868, alla voce n.3 della Categoria Prima delle Uscite, abbiamo potuto leggere che il Comune “prevedeva” di dover pagare nell’anno “in causa frutto del 5% di L. 13.698,64 “, l’importo di L.684,93 ed alla Categoria nove L. 4.566,21 pari a terzo del valore dei Buoi requisiti “dall’Armata Austriaca”.

Analizzando il bilancio complessivo dell’anno abbiamo potuto osservare che l’entrata principale era di gran lunga la Sovrimposta sulla rendita dei terreni e fabbricati che rappresentava il 91% delle entrate. Nei dieci anni successivi la sovraimposta scese percentualmente al 75% dell’ammontare delle entrate, perché nel frattempo erano state istituite nuove tasse quali la Tassa sul Bestiame che rappresentava il 6% delle entrate, il Dazio (4%), la Tassa sugli Esercizi pubblici (2%), sulla macellazione dei suini (1%), sui cani (0,6%) sulle vetture e domestici (0,6%). I livelli rappresentavano mediamente il 5% e le decime l’1,5%.

Le spese, nel periodo erano rappresentate per circa la metà dagli stipendi e salari per i maestri e maestre, il segretario, lo scrivano (che veniva chiamato scrittore), il cursore (messo), i medici, la levatrice, gli stradini.

Oltre a queste le voci principali di spesa erano i sussidi ai poveri e la manutenzione delle strade.