La storia (avventurosa) del molino di Lugagnano, che restò in attività fino al 1990

La Seconda Guerra Mondiale era terminata da poco e il Comune di Sona, che al Censimento del 1951 registrerà 6.526 residenti, stava tornando lentamente alla normalità.

Di normale però c’era solamente la situazione di pace, che già era una grande ricchezza dopo lunghi anni di lutti e disperazione.

Il Comune aveva pagato un pesante tributo di sangue con 75 militari caduti sui fronti d’Africa e di Russia, oltre che in Albania, in Grecia e nei campi di prigionia in Germania, ed ebbe anche un numero significativo di vedove e di orfani. E pur non essendosi verificati sul territorio comunale eventi militari, Sona dovette registrare anche 23 civili deceduti ed alcuni invalidi per fatti di guerra.

Dopo un anno di attività da parte dell’amministrazione comunale nominata dal Comitato di Liberazione Nazionale, il sindaco Giuseppe Manzini, che si era insediato il 29 aprile 1945, lasciò l’incarico di sindaco a Giovanni Ledro, imprenditore agricolo di San Giorgio in Salici.

Venne votato il 24 aprile 1946 dall’87,6% dei sonesi, comprese per la prima volta le donne. E con lui il primo Consiglio comunale dopo vent’anni di Regime fascista.

Leggendo una relazione presentata alla Prefettura di Verona abbiamo appreso che, secondo gli amministratori locali, la situazione a Sona “poteva considerarsi discreta”, anche se tale, scorrendo quella illustrata nel documento, non pare tale.

Scrissero, infatti, che il Comune abbisognava di fabbricati scolastici nel Capoluogo e nelle frazioni, delle fognature a Lugagnano, dell’acquedotto a Palazzolo e Rosolotti, di un ambulatorio medico, ostetrico e pediatrico, nonché dell’abitazione per il medico condotto. Segnalarono, inoltre, che asfaltature ed illuminazione erano presenti quasi esclusivamente nei centri abitati e che i cimiteri necessitavano di ampliamenti e di loculi.

Un certo ottimismo venne manifestato anche nel descrivere la situazione economica del bilancio comunale. Bilancio che se si sosteneva anche con la Tassa famiglia, il Dazio e la Tassa sul bestiame e che per più di un terzo era impegnato per l’assistenza alle famiglie e per i molti disoccupati fra chi era tornato da poco dalla guerra. Un altro terzo del bilancio era impegnato per le spese generali, quali personale e manutenzioni, e quindi importi molto modesti potevano essere messi a disposizione per opere pubbliche.

E mentre una parte di manodopera venne assorbita nel giro di alcuni mesi in agricoltura, la quota che poterono assorbire l’industria e l’artigianato fu minima.

In quel contesto economico si sviluppò l’iniziativa imprenditoriale della Ditta Mazzi Oreste e figli di Lugagnano, avviata in un comparto produttivo così carente in quegli anni. La Famiglia Mazzi Gaetano Oreste gestiva già nella frazione dall’inizio del secolo un’attività industriale per la produzione di paste alimentari.

Tutto iniziò il 25 marzo 1947 quando il sindaco Ledro segnalò alla Camera di Commercio di Verona di aver rilasciato il nulla osta per la concessione di una licenza di macinazione a Mazzi Gaetano Oreste fu Giuseppe, nella frazione di Lugagnano. Nella nota segnalò che, come richiesto dalla circolare n. 272 del 24 gennaio 1946, il nuovo impianto sarebbe stato installato in un fabbricato appositamente costruito proprio al centro di Lugagnano, a pochi metri dall’incrocio principale.

Faceva seguito poi un’accurata descrizione dei macchinari che sarebbero stati installati.

Si comunicava che l’impianto sarebbe costato due milioni di Lire, con una potenzialità produttiva giornaliera di 30 quintali e che si trattava di un molino di seconda categoria, con macinazione anche per conto terzi. La relazione metteva in risalto che gli abitanti del Comune erano n. 6.493 e che i molini situati nei paesi limitrofi della frazione distavano 7 km, “come quello in attività alla Valle di Sona”.

Il Comune riteneva che l’attività del nuovo impianto avrebbe fornito un servizio agli abitanti di Lugagnano che “dovevano percorrere parecchi chilometri per macinare i propri cereali, con grave dispendio di tempo e difficoltà di mezzi di trasporto”.

In effetti su un territorio ancora scarsamente edificato numerosi erano i piccoli produttori di cereali, spesso quale attività economica che integrava altri redditi.

La Camera di Commercio il 20 luglio 1948 inviò al Comune, con nota n. 6334-VII/3, copia del Provvedimento del Prefetto che autorizzava l’avvio dell’attività molitoria di seconda categoria, invitando a notificare agli interessati il provvedimento e ad esporlo all’Albo Pretorio per 30 giorni.

Il provvedimento della Prefettura riportava i pareri favorevoli espressi dall’Ispettorato del Lavoro, dall’Unione Provinciale Artigiani, dalla Giunta Camerale e dal Sindaco di Sona, e fece presente che l’avvio dell’attività era subordinato all’esito favorevole delle visite ispettive del Medico Provinciale e dell’Ispettorato del Lavoro di Padova.

Si dovette quindi attendere il decorrere di 30 giorni dalla pubblicazione del provvedimento all’albo Pretorio del Comune per la verifica l’assenza di ricorsi da parte di terzi.

Il provvedimento incontrò le opposizioni da parte dei molini in attività nelle zone limitrofe alla frazione: Rossi Maria di Sona, Tomelleri F.lli di Sommacampagna, Simeoni F.lli di Bussolengo, Fornaseri Giacomo e Zorzi Giuseppe di Chievo, Bertelli Costantino di Verona (S. Lucia), Eredi Cameraria di Sommacampagna e Realdi Girolamo di Dossobuono.

Il ricorso contro il provvedimento, firmato da tutti i citati operatori di attività molitoria, segnalava che Lugagnano non poteva considerarsi frazione in quanto divisa in quattro Comuni, che non era necessario un nuovo molino in quanto quelli in attività lavoravano 2-3 giorni la settimana, che il parere del sindaco non era l’espressione della volontà comunale, bensì “un favore personale” e che i loro molini svolgevano anche un’attività di raccolta dei cereali e consegna del macinato a domicilio.

La demolizione del Molino Mazzi e, sopra, una foto dello stabile del Mulino (Foto Mario Pachera)

Il Comune respinse quanto affermato nei ricorsi spiegando, in particolare, che il parere sindacale era ciò che prevedeva la legge e che peraltro il Comune aveva anche assunto una delibera di Giunta, favorevole all’iniziativa, in data 22 marzo 1947.

Inoltre, dal Comune si fece notare che non era veritiera l’affermazione che i molini ricorrenti lavorassero solamente poche ore, essendo noto che taluni producevano fino a 12 ore giornaliere e inoltre che il servizio di ritiro e di consegna a domicilio era saltuario ed assai limitato.

L’avvio dell’attività molitoria, dopo nuovi ricorsi e contro ricorsi, fu definitivamente approvato ed il molino restò in attività fino al 1990.

Ciò che sorprende in quella vicenda è come in quegli anni la normativa prevedesse una tutela dei produttori in attività, in contrasto con la legge economica del libero mercato in vigore ai nostri giorni. Evidentemente la normativa non era ancora stata modificata rispetto a quella corporativa vigente durante il Regime.

La magistratura amministrativa, peraltro, visto il risultato ottenuto dalla Ditta Mazzi, operava evidentemente già su livelli autonomi.