La sottile, ma immensa, differenza tra pensiero e rispetto

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In questi giorni nei quali massima sale la tensione per la campagna elettorale nazionale ormai in chiusura e soprattutto, dal punto di vista del Baco, in previsione della campagna elettorale di maggio per la scelta del nuovo Sindaco di Sona, va assolutamente affrontato un argomento molto spinoso.

Quello di cui ormai ci siamo accorti in maniera non più sottovalutabile è che soprattutto sui social network, soprattutto su Facebook, si è da tempo superato il limite tra ciò che è libertà di pensiero e di critica e ciò che è semplicemente mancanza di rispetto ed insulto. La differenza talvolta può sembrare esilissima, mentre, in realtà, nel mezzo ci passa un abisso di civiltà.

Non trascorre quasi giorno nel quale, dalla piccola redazione del Baco, ci vediamo costretti a togliere o modificare dei contributi (articoli, foto, link) che pubblichiamo sulla nostra pagina di facebook. E non parliamo delle critiche che possono arrivare (e arrivano) alle varie scelte editoriali di questa redazione amatoriale, quelle sono sempre legittime: quando si parla sulla piazza è doveroso anche essere disposti ad ascoltare chi viene a dirti che quello che stai dicendo proprio non gli piace. Parliamo d’altro, parliamo dell’assedio che subiscono le notizie sulla politica locale.

 Quando infatti i contributi che pubblichiamo interessano l’argomento della politica anche in senso ampio, soprattutto quando si parla di alcune forze politiche specifiche, tutto ciò che viene reso pubblico riceve l’attenzione non solo di commenti, approvazioni e critiche anche molto dure – interventi più che ben accetti, costituiscono lo scopo per il quale li pubblichiamo – ma spesso purtroppo tutto viene travolto da insulti, offese personali, termini irripetibili. Quasi che sui social network vigesse una qualche forma di moratoria in forza della quale tutto è permesso e le minime regole di convivenza civile possono essere bellamente accantonate.

Capiamo il disgusto generalizzato per la politica, e ne comprendiamo motivi e anche frustrazioni. Quello che non riusciamo proprio a comprendere è perché non si possa almeno provare ad argomentare questo fastidio, questa – diciamolo pure – “nausea” per la politica istituzionale senza arrivare a ridurre tutto solo a slogan da bassifondi o a trivialità di livello infimo.

Temiamo che se si pensa di far uscire l’Italia dal buco in cui si è avvitata da tempo dando a tutto e a tutti dei “deficienti”, “ladri”, “infami”, “schifosi”, “venduti”, “porci” e via danzando, senza provare invece a ragionare insieme sulla direzione verso cui si potrebbe provare a costruire qualcos’altro assieme, il rischio reale sia quello di cascare, per restare nel mondo dei proverbi, dalla padella alla brace. Condizione, converrete, sicuramente non invidiabile.