La sfida di accogliere le donne e gli uomini persi che vivono accanto a noi. Gli auguri del Baco

“Anche chi dorme in un angolo pulcioso coperto dai giornali le mani a cuscino, ha avuto un letto bianco da scalare e un filo di luce accesa dalla stanza accanto. Due piedi svelti e ballerini a dare calci al mare nell’ultima estate da bambino, piccole giostre con tanta luce e poca gente e un giro soltanto”. L’apertura della bellissima “Uomini persi” di Baglioni, scritta nel 1985, mi ha sempre colpito con la sua faticosa dolcezza.

Ci si può essere persi in tantissimi modi. Perché lasciati a sé stessi troppo presto nel corso della vita, perché si sono compiuti errori ormai irrimediabili, perché si è capaci solo di rompere e mai di costruire, perché si è incrociato il calvario del carcere, perché si è fatto del male, perché si viene da altri mondi senza nulla se non le scarpe che si portano ai piedi, perché nella vita si sono provati solo la solitudine ed il disprezzo, perché si è sempre vissuto qui sentendosi comunque dolorosamente altrove, perché si è girato tanto ma non si è capaci di vivere da nessuna parte. Persi, irrimediabilmente.

Quante donne e uomini persi vivono nella nostra comunità? Quanti abitano una casa più in là oppure nella strada accanto? Tanti, lo sappiamo benissimo anche se siamo bravi a girare il viso.

Eppure, come canta quella bellissima canzone, anche questi nostri fratelli persi hanno avuto, tanti anni fa, due piedi svelti e ballerini a dare calci al mare nell’ultima estate da bambini. Anche queste nostre sorelle perse hanno avuto un letto bianco da scalare e un filo di luce nella stanza accanto, tenuta accesa da qualcuno che voleva loro realmente bene. Anche questi nostri amici persi, in un’altra vita sono tornati con la cartella in braccio al vento che spazza via le foglie del primo giorno di scuola e hanno avuto, magari, un papà vicino che cacciava via la notte.

Perché la vita poi li abbia sbattuti sulle rive del dolore, della sconfitta e della fatica dove si trovano ora, incapaci di alzare gli occhi al cielo, ha in fondo ora poco significato. L’unica cosa che conta che oggi loro sono qui, accanto a noi, ma persi.

E’ come se fosse loro negato l’accesso a ciò che rende un’esistenza degna di essere vissuta, che significa soprattutto – distillandone al massimo il significato – riconoscersi e vedersi riconosciuti negli occhi degli altri. Perché la nostra meravigliosa singolarità acquista valore e completamento solo quando trova casa nell’abbraccio di chi abbiamo accanto e, perché no, anche della comunità dove viviamo.

Se ci fermiamo un attimo, e deponiamo per un istante le armi delle mille cose da fare, sappiamo benissimo cosa c’è da fare, cosa serve veramente fare. “Il dolore è ancor più dolore se tace”, scriveva Giovanni Pascoli.

Sapremo a Sona essere all’altezza della solitudine e della sconfitta di tanti uomini e donne persi che vivono tra di noi e che sperano in una seconda possibilità? Sapremo essere capaci di tanta sfida? Sapremo guardare e riconoscere chi aspetta di essere guardato e riconosciuto?

Buon Natale, da tutti noi della banda del Baco.

Mario Salvetti

About Mario Salvetti

Nato nel 1969, risiede da sempre a Lugagnano. Sposato con Stefania, ha due figli. Molti gli anni di volontariato sul territorio e con AIBI. Nella primavera del 2000 è uno dei quattro fondatori del Baco, di cui è Direttore Responsabile. E' giornalista pubblicista iscritto all'Ordine dei Giornalisti.

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