La secolare storia degli organi della chiesa di Sona e il mistero dell’organo De Lorenzi: distrutto o ceduto?

L’organo è uno strumento musicale molto complesso, costituito all’origine da una tastiera con pochissimi tasti che, se premuti, permettevano la compressione dell’aria contenuta in una pompa, inducendo l’abbassamento dell’acqua presente in una campana di bronzo. In questo modo l’aria veniva spinta verso le canne che, in base alla loro morfologia, emettevano suoni diversi.

Usato già dai romani quando, vittoriosi, rientravano a Roma, addirittura Galieno aveva costruito un organo ad acqua, simile a quello presente ai Giardini di Villa d’Este a Roma. Si narra, inoltre, che nel 757, quando Pipino il Breve si sposò, ricevette in regalo dall’imperatore di Bisanzio Costantino Copronimo un organo poi posizionato nella chiesa di San Cornelio a Compiegne, in Francia. Qui nasce l’organo come strumento liturgico.

Fino all’VIII secolo impera il gregoriano, derivato dal salmodiare, accompagnato da cetra e corno, degli ebrei. Dal 900 l’organo inizia a fungere da accompagnamento come nota tenuta. Durante il 1200 nasce la prima polifonia e nel 1300 seguono la Scuola di Notre Dame ed Ockeghem.

In Italia l’organo prende una strada leggermente diversa: nel ‘600 nasce l’opera e fino al XIX secolo la gente vuole ascoltare in chiesa quello che, per mancanza di soldi, non può ammirare a teatro. La tastiera dello strumento venne dunque divisa: una parte diventa responsabile dell’accompagnamento, l’altra della melodia. Questo esplode nell’’800 quando iniziano ad essere costruiti organi con molteplici registri che scimmiottano il suono di svariati strumenti. Ogni fila di canne, infatti, corrisponde a un registro, un effetto sonoro particolare. Essendo poi la tastiera spezzata in bassi e soprani, lo stesso registro è possibile suonarlo sia come registro solista che come accompagnamento.

L’organo prende così il nome di Organo Orchestra. Tuttavia, a cavallo del XIX e del XX secolo prende piede il Cecilianesimo. Viene introdotto il coro e, di conseguenza, l’organo passa in secondo piano ed è declassato ad accompagnamento dei canti liturgici. Non si attinge più all’offertorio d’opera che, in alcuni compositori di inizio XX secolo, è sulle arie della Traviata. Negli anni ’60, infine, arriva in Italia, assieme alla riforma liturgica grazie alla quale la messa inizia ad essere detta in italiano, il Movimento per la riforma dell’organo, già avviato in Germania. Punto cardine di questo movimento è l’allontanamento dai repertori romantici a favore di un avvicinamento alla musica barocca.

Ma arriviamo a Sona. È il 24 febbraio 1880 quando Giovanni Battista De Lorenzi, uno degli organari più importanti, famoso in tutto il nord Italia, firma il “Progetto definitivo di riforma radicale dell’Organo vecchio della Chiesa Parocchiale di Sona Veronese sul sistema Calidiano”. Un restauro di un organo costruito nel Settecento da Callido, uno degli organari veneti di maggior rilievo. Il progetto vede un ampliamento della tastiera e dei registri, per un totale di tredici Registri di Ripieno e undici Registri di Concerto che imitavano l’orchestra e le turcherie.

Nel 1886 viene poi prevista l’aggiunta ulteriore di nuovi registri. Un organo imponente per la chiesa di Sona, allora costituita da una sola navata. La chiesa è stata infatti ampliata solo negli anni ’60 con l’aggiunta della cupola e l’arretramento dell’altare di dieci metri. Nasce qua il detto, tramandato di generazione in generazione fino ai giorni nostri, anche nei paesi limitrofi al Comune, “El sona come l’Organo di Sona”.

“Sappiamo che quasi sicuramente la locazione era sopra la fonte battesimale. A metà chiesa c’era una sorta di soppalco in legno, la cantoria, con sopra l’organo”, spiega Luca Bortignon, uno dei due organisti di Sona. L’unico documento è una fotografia degli anni ’60 che mostra il pulpito e la cantoria. Sopra questa si scorge un drappo, simile a quelli utilizzati per coprire le canne dello strumento. Inoltre, “tra il campanile e la chiesa c’è una piccola stanza, il retro della cantoria. Lì abbiamo trovato alcune tracce dell’impianto elettrico che passava dentro l’organo”. Purtroppo, buona parte delle tracce sono state perdute quando, a seguito dell’ampliamento della chiesa, hanno murato la cantoria dove era con tutta probabilità localizzato l’organo.

Alcuni dicono che quest’organo è stato bruciato, altri che è stato venduto. Voci di corridoio sostengono che alcune canne siano state mandate in Curia per l’organo del Duomo. Ad oggi quest’organo maestoso è sparito senza tracce.

“Sappiamo solo che nel 1949 è arrivato l’attuale organo, da subito posizionato dietro l’altare e da lì mai spostato. Lo strumento ha suonato per la prima volta alla messa di Don Massimo Bonato”, spiega l’organista Matteo Cordioli.

Il biglietto dell’inaugurazione afferma che l’attuale organo (nella foto di Mario Pachera) venga dalla Basilica di Santa Giustina di Padova e sia stato prodotto dal Pugina. Tuttavia, a seguito di analisi approfondite, quest’ultime informazioni sono state smentite. Matteo Cordioli e Luca Bortignon hanno scoperto che l’organo fu assemblato da un discendete di Pugina, il quale fondò una sua ditta dove si costruivano organi prendendo pezzi da strumenti vecchi, non creandoli quindi ex novo. Sembra poi che all’organaro fosse stato prestato un locale della Basilica di Padova che utilizzava come magazzino. Probabilmente per questo era segnata la Basilica di Santa Giustina come provenienza.

All’origine l’attuale organo era dotato di quattro o cinque registri principali, un classico organo ceciliano. Nel 1975, Stadelmann rifece la console e aggiunse un paio di registri, assieme alla pulizia totale dello strumento, necessaria dopo i lavori di restauro della chiesa. “La cosa strana – spiega Matteo Cordioli -, è che nel 1988 l’organaro Galli di Brescia ha aggiunto un altro paio di registri e l’ha ripulito quando, in media, la pulizia totale viene fatta ogni 25-30 anni. Forse questa pulizia è stata fatta perché nel ’76-’77 hanno pitturato la chiesa o forse questo Galli è stato molto bravo a vendere quello che non serviva”.

Gira voce che inizialmente fosse presente anche il registro delle trombe, tolto nel 1988 su indicazione di padre Terenzio Zardini il quale, per il concerto di inaugurazione che dirigeva, riteneva che le trombe non fossero necessarie. Venne così aggiunto il registro di sesquialtera.

Luca Bortignon racconta: “Sentendo l’organaro, ci ha spiegato che il registro delle trombe non era fatto bene perché le canne venivano da posti diversi. Lui dice di aver tolto le canne ma di averle lasciate lì. Sembra che nel ’95 sia venuto un altro organaro e che le abbia portate via, ma non ne siamo certi”.

Rimane però aperta la questione: che fine ha fatto il De Lorenzi? È stato veramente buttato o è stato venduto? E perché vendere un organo così imponente e maestoso? Per la riforma liturgica? Per comprarne un altro? Non avendo documenti alcuni è incerta pure la data della sua sparizione. Chiunque abbia notizie non esiti a parlare.