La Presa di Roma e le Parrocchie di Sona, a 150 anni da Porta Pia

E’ con una certa sorpresa che abbiamo potuto verificare che, per la prima volta da molti anni, la ricorrenza dell’anniversario della presa di Roma da parte dell’esercito italiano – che pure segna la data tonda dei 150 anni – ha trovato scarsi riscontri sui giornali italiani, come pure non ci risulta che alcuna manifestazione, da parte dei partiti anticlericali, sia stata organizzata a Porta Pia.

E’ ben noto che il 20 settembre del 1870 l’Esercito Italiano, con un organico di 65mila uomini al comando del Generale Raffaele Cadorna occupò Roma dopo uno scontro a fuoco, dall’esito già scritto, con 13mila militari pontifici, in parte volontari affluiti da Francia e Germania che si arresero, dopo una resistenza simbolica, in ossequio a quanto volle Pio IX.

Non abbiamo trovato riscontri su reazioni particolari nel campo ecclesiale ed in quello amministrativo relativamente all’evento nell’archivio storico comunale di Sona, anche perché probabilmente i quattro Parroci, don Giovanni Pasqualini del Capoluogo, don Giovanni Battista Modena di S. Giorgio, don Giobatta Noris di Palazzolo e don Lorenzo De Vecchi di Lugagnano stavano già confrontandosi sgradevolmente con il Regno d’Italia, che aveva annesso per referendum il Veneto.

Nel raccoglitore 1454 dell’archivio storico, infatti, sono raccolte le molte petizioni delle Parrocchie del Comune che tentarono di ottenere il ripristino dei sussidi che le Amministrazioni precedenti l’Unità elargivano loro e che, con l’annessione del Veneto all’Italia, vennero bruscamente a cessare.

Tre casi fra altri meritano di essere segnalati.

Nel lontano 1682 il parroco di Sona, don Giacomo Batocchi, si lamentò perché un eremita che viveva presso la chiesetta di San Quirico percepiva le elemosine e le teneva per sé, senza darne una parte alla Parrocchia, come il sacerdote pretendeva. Si decise di risolvere la questione davanti ad un notaio con un contratto fra il Comune di Sona, rappresentato dall’amministratore Marchioro Facchin da una parte ed il Parroco dall’altra.

L’accordo prevedeva che era facoltà del Comune scegliere per la custodia della chiesetta di S. Quirico, un eremita (“o altra persona di buona vita”), con il diritto di ricevere le elemosine e coltivare per sé la terra attigua alla chiesa, senza dover fornire alcun contributo alla Parrocchia che, per le mancate entrate, avrebbe percepito dall’Amministrazione municipale in perpetuo quattro ducati (moneta austriaca in oro) all’anno, in cambio di una messa ogni mese nella chiesetta.

Dopo il 1866 la laicità del Regno d’Italia, che si stava imponendo anche a livello locale, tolse quel contributo adducendo a motivazione che a San Quirico non c’era più da un pezzo nessun eremita e che pertanto il contratto del XVII secolo era da considerarsi non più valido.

Il Parroco del Capoluogo, don Angelo Ambroso, nel 1884 ripropose il problema e, accettando di rinunciare definitivamente alla convenzione del 1682, ottenne una rendita annuale di Lire 5, impegnandosi in cambio a celebrare periodicamente delle messe a San Quirico.

Anche il secondo caso parte da lontano, nel 1797, durante l’occupazione napoleonica.

Gli abitanti di San Giorgio in Salici e San Rocco, che facevano parte della parrocchia di Palazzolo, chiesero e ottennero di essere da quella scorporati, per costituire una comunità ecclesiale ed anche una civica, un Comune, autonomi. Con un atto notarile fu stipulato che i cittadini della nuova Parrocchia dovevano farsi carico del mantenimento del parroco e della parrocchia.

Dopo il 1866 l’Amministrazione municipale deliberò di annullare l’accordo che prevedeva l’erogazione di 80 lire annue, fino ad allora corrisposte per le spese di culto, in particolare per mantenere accesa la fiaccola davanti al SS. Sacramento.

Il Comune motivò la scelta asserendo che quell’onere doveva essere sostenuto dai fedeli, perchè si trattava di una libera scelta dei credenti e non di un dovere civico.

San Giorgio protestò e si ricorse quindi nel 1877 al giudizio di un Arbitrato che diede ragione al Parroco. Gli arbitri sostennero che, quando nel 1797 fu fondata la nuova parrocchia di San Giorgio in Salici, non si trattò di un evento solamente religioso, ma anche politico.

Fu così ingiunto all’Amministrazione comunale di continuare a versare la consueta somma, arretrati inclusi.

Il terzo fatto coinvolse le Parrocchie di tutte quattro le frazioni. La disputa nacque dal fatto che nel periodo del Regno Lombardo Veneto esse percepivano ogni anno un contributo di Lire 50,57 per la festa del Corpus Domini, considerata festa governativa, e per la festa del santo patrono locale.

Ma con lo Stato italiano unitario il contributo fu soppresso.

Infatti, una norma del Regno d’Italia prevedeva che le sovvenzioni da un Comune ad una Parrocchia, se non previste da un contratto, dovevano ritenersi facoltative, anche se risalenti a tempo immemorabile.

Le parrocchie ripresero l’argomento però nel 1891, inviando ciascuna per proprio conto una nuova petizione al Comune. L’Amministrazione comunale ne discusse in Consiglio comunale e tutte le richieste furono respinte.

Analizzando i documenti sopra presentati emerge come anche a Sona, dopo l’Unità d’Italia, durò per molti decenni un vero e proprio braccio di ferro fra le Amministrazioni civiche, che scelsero di imporre una mentalità laica al proprio operato e le chiese locali che non intendevano perdere i sussidi che erano stati concessi loro da un lungo periodo.

Bisognerà attendere il 1929 e la sottoscrizione in Italia del Concordato Stato–Chiesa Cattolica per ritrovare sui bilanci comunali sussidi statali alle opere di culto.