Lo scorso 9 dicembre, noi della redazione giornalistica dell’IIS Sanmicheli abbiamo avuto il grande piacere di incontrare ed intervistare il sindaco di Verona Damiano Tommasi. Prima dell’intervista è intervenuta Patrizia Adami, dell’ufficio stampa del Comune, che molto si è spesa per la rendere possibile questa intervista. All’incontro era presente anche la dirigente scolastica del Sanmicheli Sara Agostini.
Elena Modenese: Cosa l’ha portata a passare dalla carriera calcistica alla carriera da sindaco?
“La carriera da calciatore ha un limite massimo, quindi ho dovuto trovare per forza qualcos’altro da fare. La vita da calciatore professionista è finita in Cina e, successivamente, mi sono dedicato alla presidenza dell’Associazione Italiana Calciatori. L’associazione è nata nel 1968 ed è l’unica associazione che rappresenta i calciatori e le calciatrici, anche dilettanti, con 15/16 mila rappresentanti, ed io sono stato presidente per 9 anni dal 2011 al 2020. Ho avuto anche modo di far parte del consiglio federale della Federcalcio e del consiglio nazionale del Coni e quindi ho fatto in questi nove anni un ruolo di rappresentanza che un po’ assomiglia a quello di candidarsi e rappresentare un gruppo di persone mettendo un po’ da parte le proprie idee, come capita ad un sindaco, e quindi di trovarsi nel limbo tra rappresentare la comunità e allo stesso tempo indirizzare le scelte della comunità”.
Saad Allah Aariouach: Come ci si sente ad essere un calciatore professionista?
“Come un bambino. Gioco ancora perché sai, quando c’è la passione… Gioco ancora per due motivi, uno perché mi diverto ed è molto terapeutico, quando si è in campo si è sconnessi e nessuno ti chiede delle buche o di altro. E poi perché nel 2004 ho subito un infortunio molto grave in cui era a rischio non solo la mia carriera calcistica ma anche la mia deambulazione. In realtà poi sono tornato dopo 15/16 mesi di fisioterapia, piscine e palestra e da quel giorno ho detto: ‘deciderò io quando smettere’”.
Successivamente è stata chiesta al sindaco la sua opinione circa un argomento molto caldo riguardante la città di Verona e i cittadini.
Janet Molinari: Secondo lei, Verona è una città razzista?
“Non esiste una città razzista. Esistono comportamenti razzisti e idee razziste. Parlare di città razzista è una delle tante fake news che purtroppo spostano l’obbiettivo. Generalizzare è il primo passo verso l’intolleranza, una città non può essere razzista”.
Saad Allah Aariouach: Vero, ma i cittadini possono esserlo.
Qui il sindaco scambia due parole con l’autore della provocazione, arrivando alla conclusione che c’è una sorta di generalizzazione perché ci sono sicuramente cittadini razzisti ma… quanti sono? Chi sono? Il sindaco poi aggiunge: “Io sono convinto che la maggior parte di chi va allo stadio non vada lì per insultare, va lì per vedere lo spettacolo. Si sentono quelli che insultano anche perché la grande massa degli spettatori è lì per vedere la partita, e chiedere loro di fischiare quando gli altri insultano è una cosa in più – e qui il sindaco sorride -. Dobbiamo capire tutti che quelli che insultano, che fischiano e che si lasciano andare in comportamenti di questo tipo, inquinano il mio spettacolo che vorrei che fosse pulito, come da interesse collettivo che però per comportarsi bene serve un quid, per educare serve un altro quid, per fare un passo avanti ed esporsi serve un altro quid. E non tutti lo hanno questo quid”.
In merito a questo il sindaco ha raccontato di un’azione importante e onorevole intrapresa qualche mese fa dal giovane Alen Halilovic, un ventunenne che ha salvato una donna dalle coltellate dell’ex e che per questo eroico gesto è stato premiato dal Comune di Verona.
“Ecco lui ha fatto qualcosa in più di quello che era chiamato a fare. Io ho avuto modo di parlare con la mamma e con lui e so che loro, una famiglia mussulmana, sono fuggiti dalla Bosnia dove non solo c’era razzismo ma c’era lo sterminio basato sulla religione o sulla nazionalità. Vedere gli occhi della mamma e del figlio che brillavano nel dire ‘Siamo italiani’ è dire che forse Verona non è razzista, si racconta peggio di quello che è. Non so perché però perdiamo l’occasione di raccontarci. Alen Halilovic è una di queste occasioni, il giorno che noi gli abbiamo dato il riconoscimento, in Comune c’erano le Iene e a livello nazionale ha fatto rumore positivo la notizia. Ed invece noi di Verona non riusciamo a prenderlo come esempio positivo, quando però siamo subito pronti a dare visibilità ad esempi negativi. Quindi credo che Verona si stia raccontando peggio di quello che è. Sono convinto che la proposta politica che abbiamo fatto nel corso delle ultime elezioni sia stato un segnale importante perché quando io ho accettato la candidatura ho sempre fatto incontri, come quello che stiamo facendo oggi, con le società sportive, le scuole, le parrocchie, i giovani per dire che nella vita impegnarsi e fare un passo avanti e fare il nostro dovere come cittadini è necessario. E ognuno ha il diritto e il dovere e la dignità di farlo”.
Elena Modenese: Visto che alla fine Verona può essere definita tendenzialmente di destra, com’è stato per lei l’approccio al ruolo di sindaco di questa città?
“Io sono entrato in punta di piedi perché non ho mai fatto politica e porto rispetto per chi fa attività politica anche nei partiti fin da giovane. Ho accettato la proposta di raccontare Verona in un modo diverso, una delle indicazioni che ho dato alla nostra forza politica è stata infatti quella di non parlare in negativo del passato, di non denigrare quello che avevano fatto gli altri due candidati. Secondo me non era giusto, la gente non doveva votarci perché non eravamo quelli di prima, doveva votarci per quello che possiamo pensare di Verona da qua in avanti, non indietro. E quando abbiamo cominciato a parlare di giovani, di Europa, di una città che deve cominciare ad alzare la testa oltre le mura della città e che si deve prendere carico delle proprie responsabilità visto che non siamo capoluogo di provincia ma, di fatto, capitale del Triveneto e quindi abbiamo voce in capitolo ma anche responsabilità. Un assessore del comune di Verona è una figura che deve avere una dimensione nazionale perché come si affrontano le politiche in una città come Verona e come si affronta il turismo in una città come Verona deve creare buone pratiche per tutti perché siamo una delle città più turistiche d’Italia, siamo una delle città con maggior numero di aziende e multinazionali che scelgono Verona come base e quindi abbiamo i numeri. Dobbiamo pretenderlo dalle forze politiche che ci rappresentano e dobbiamo raccontare la città così. Nel mentre le altre campagne elettorali andavano avanti con i soliti slogan come ‘basta il degrado’”, ‘c’è la violenza’, ‘più sicurezza’, e io non ho mai parlato di quelle cose, alla fine della campagna elettorale quelli che parlavano di sicurezza, degrado, e immigrazione incontrollata hanno cominciato a scrivere dei loro manifesti: competenze, giovani, Europa. E lì ho capito che forse qualcosa stava cambiando. Secondo me questa falsa percezione della sicurezza non è più una priorità della stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine: citando Bob Marley, quando il colore della pelle avrà lo stesso colore degli occhi delle persone forse finirà la discussione e io credo che ci stiamo arrivando.”
“Chi è veronese tipico qua dentro? – ha quindi aggiunto il sindaco Tommasi, rivolgendosi ai ragazzi e ragazze della redazione, domanda a cui è seguito il silenzio -. Ecco, quindi mi piacerebbe che Verona diventasse una città dove ognuno di voi e ognuno di noi, che arrivi qua oggi o che sia qui da 700 anni, possa costruire il suo futuro, un mondo migliore e che abbia la possibilità di esprimersi.”
Narinder Kaur: Cosa sta facendo e cosa ha in cantiere la sua amministrazione per i giovani?
“Per voi giovani ho dato una delega alle politiche giovanili, prima di me non c’era un assessore delle politiche giovanili a Verona, e quindi stiamo costruendo l’ufficio e abbiamo un bel gruppo di ragazze e ragazzi che sono stati eletti che stanno davvero cercando di riattivare la partecipazione partendo dagli spazi. Credo che, a maggior ragione per esperienza genitoriale, i giovani devono parlare ai giovani e il problema di noi adulti è che facciamo fatica ad ascoltare e dare spazio ai giovani e non ci comprendiamo. Spesso quando vado nelle scuole dico sempre ai giovani, giratevi a destra e a sinistra e parlate tra voi coetanei, perché noi non abbiamo gli strumenti a volte per entrare nelle vostre aspettative e nei vostri bisogni con il vostro linguaggio e quindi parlatevi e cercate di essere voi i primi e le prime sentinelle sia dei disagi che delle aspettative, che delle proposte”.
Elena Modenese: Sorge allora la domanda, si sa che ora pochi giovani vanno a votare perché o dicono che non gliene frega niente, o perché non ne sanno niente. Lei cosa farebbe per far avvicinare i giovani a votare?
Il sindaco riflette un po’ è quindi risponde: “Si intende sempre l’educazione come una cosa da far fare ai giovani, come un’azione adulto-giovane, invece io credo che l’educazione sia una relazione, due persone che hanno due percorsi diversi ma con le stesse aspettative e con le stesse responsabilità. E’ difficile però perché cambiare la vecchia strada con quella nuova è sempre complicato, pensare di mettersi in discussione con un adulto non è facile e i ruoli decisionali non vengono pensati con questa dinamica di dare protagonismo ai giovani. Ma la volontà nostra è proprio quella di dare protagonismo ai giovani, in questa maniera si riattiva la voglia di partecipare, anche con il voto”.
Rebecca La Spada: Visto che come in ogni città ci sono problemi magari con le strade, l’asfalto, i trasporti e orari con i bus che non coincidono o scioperi, un sindaco che cosa può fare?
“Intanto cercare di coordinare le varie tempistiche degli interventi, alcuni sono interventi che deve fare l’amministrazione comunale, altri devono essere fatti da altri enti o soggetti ed il ruolo del Comune è quello di coordinare e organizzare. Serve anche una capacità di sopportazione per il bene comune, capire che uscire di casa 10 minuti prima perché ci sono dei lavori in via Venti Settembre costituisce quella parte di cittadinanza attiva che il sindaco dovrebbe galvanizzare. Via Venti settembre sarà chiusa per un lungo tempo, ma lo scopo non è ovviamente quello di creare disagi ma quello di rimettere mano all’impianto fognario che da quando è stato costruito, nel 1910, non è più stato toccato. Tutto quello che si sopporterà in questi mesi diventa sopportabile se lo si mette nella mia fettina di dovere del cittadino per poi avere negozi senza paratie l’anno prossimo. Parecchi dei lavori che impattano sulla vita di tutti i cittadini sono a lungo termine, il dovere dell’amministratore lungimirante è di far partire lavori che magari finiranno dopo il suo mandato e di cui quindi non avrà un ritorno elettorale.”
Alishba Sarwar: Come vede Verona al termine del suo mandato? Si vuole ricandidare?
“Io ho giocato il mio ultimo campionato in Cina e uno dei dirigenti cinesi mi diceva: ‘se vuoi far sorridere dio raccontagli i tuoi progetti futuri’. Innanzitutto non ci si candida ma si è candidati, quindi non so se alla fine di questo mandato ci sarà ancora un gruppo di persone come quello che ha sostenuto la mia candidatura. Al termine del mio mandato mi aspetterei una Verona un po’ più europea di quella che ho trovato, e mi piacerebbe vedere una Verona più ambiziosa. Devo dire che negli scorsi anni abbiamo dato una bella spinta perché abbiamo avuto qui due volte il Presidente della Repubblica, abbiamo avuto il Papa, abbiamo avuto l’evento della AGESCI. Insomma mi piacerebbe vedere Verona un po’ più nel ruolo che dovrebbe avere, è quello l’obbiettivo”.
Mario Salvetti: Quello tra la politica e il giornalismo è sempre un rapporto complesso. Da sindaco come vive questo rapporto con la stampa locale e nazionale e che valore ha per lei il giornalismo per il territorio?
“L’altro giorno ero ad un evento con la Banca d’Italia qua a Verona e si parlava del viaggio che sta facendo la moneta da cartaceo all’euro digitale, quello che è il block chain, le varie monete, le cryptovalute, dove si andrà, e io ho detto che la moneta si è trasformata da strumento a obbiettivo, da mezzo a fine. Ecco, mi sembra che la comunicazione abbia fatto lo stesso percorso, cioè oggi non interessa cosa dici, interessa quanti click, il titolo sul sito o la pagina web. Nell’inseguire il click si perde quello che è l’obbiettivo della stampa. I giornali servono per vendere prodotti o per decodificare la realtà, raccontare i buoni esempi, mettere l’accento su quello che è il pericolo, avvisare le persone, mettere in circolazione buone notizie? Qual è l’obbiettivo della stampa? Vi faccio un esempio. Questo il titolo che ho letto qualche giorno fa su un giornale: ‘Quanto vale Sinner?’. Quando la comunicazione si mette a fare i conti economici in tasca ad un atleta che ha come ultimo dei suoi valori quello economico, perché per diventare numero uno al mondo devi pensare a come colpisci la pallina 18 ore al giorno e per delle persone che non fanno quello sport il pensiero è ‘se divento numero uno guadagno tanto’, che è veramente il messaggio opposto che dovrebbe dare lo sport, allora la comunicazione ha completamente fallito. Io ho avuto la fortuna di giocare con grandi calciatori, come Alessandro Del Piero che è uno dei più grandi a calciare punizioni. Ho visto Del Piero a fine allenamento, un’ora dopo che avevamo finito, entrare in spogliatoio arrabbiato con il magazziniere perché lui si era fermato ad allenarsi per battere punizioni, il magazziniere si era stancato di andare a prendergli i palloni e lui ha dovuto smettere di allenare il suo fondamentale. Ecco, se raccontiamo che Del Piero guadagna 100 mila euro ogni punizione non è una buona comunicazione, e si lancia un messaggio sbagliato nello sport. Ma questo succede anche nella politica, quello che la politica fa purtroppo è comunicazione sul click. E sul click forse si perde di vista l’obbiettivo che è una relazione. Mi ha colpito molto che L’Arena abbia dovuto chiudere i commenti ad una notizia e che alcune testate giornalistiche abbandonino i social: è un messaggio e vuol dire che quel territorio lì, quello dei social, non è sano, è stato fagocitato da algoritmi ed è per questo che bisogna tornare a porsi delle domande. Quindi il rapporto tra la stampa e la politica credo che sia questo quello che succeda a tutti noi, che abbiamo confuso il mezzo con il fine”.
Per finire si è parlato di alcune esperienze giornalistiche di Tommasi, come ad esempio da inviato nei mondiali di calcio del 2010 e 2014 per L’Osservatore Romano, ed è emersa la sua abilità di saper scrivere articoli. Il sindaco durante tutta la durata dell’incontro è sempre stato molto disponibile, preciso ma anche scherzoso e ha trattato ogni argomento, anche i più spinosi, in maniera diretta, senza nascondersi dietro risposte di circostanza.
Siamo molto grati di aver avuto l’occasione di incontrare e intervistare una persona così importante per la nostra città e che abbia risposto alle domande più importanti per noi. Non capita spesso, forse non capita mai.
Le foto del servizio sono di Huma Kousar, Nivodya Fernando, Narinder Kaur e Mosè Abbey Love. Intervista realizzata dall’intera redazione e messa in pagina da Elena Modenese e Matteo Troiani.
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