“La Passione di Cristo”, di Mel Gibson. Un film potente e toccante

Trama e Recensione

Una luna piena e luminosissima, un cielo scuro e velato da nubi e foschia. Il giardino del Getsèmani accoglie Gesù e i suoi discepoli, ritiratisi lì in preghiera successivamente all’ultima cena. Sul Monte degli Ulivi ha così inizio la Passione di Gesù narrata nei quattro Vangeli canonici.

Il regista Mel Gibson ha realizzato un’opera ricchissima di dettagli e ben contestualizzata nel periodo storico in cui è ambientata; ciò traspare sotto due aspetti principali.

Il primo è la sceneggiatura: i dialoghi sono tutti scritti in aramaico, ebraico e latino antico, le lingue storiche di quegli anni. Inserire la ricostruzione di un linguaggio che si addice al genere documentaristico in un film è una scelta che richiede allo spettatore una certa predisposizione. I tratti più salienti del Vangelo assumono un tono solenne nella trasposizione cinematografica.

Il secondo aspetto è costituito dall’estetica: l’attenzione ai costumi e la ricerca di realismo nella scenografia sin nei minimi dettagli sono un aspetto interessantissimo della pellicola; gli interni sono stati girati presso gli studi di Cinecittà a Roma, mentre gli esterni a Matera. Un bel contributo estetico è offerto anche dalla fotografia, soprattutto all’inizio e nella seconda parte della pellicola e durante tutti i flashback, attraverso l’uso sapiente delle luci.

La locandina del film

In occasione della sua distribuzione nei cinema nel 2004 La Passione di Cristo fu sin da subito un film chiacchieratissimo, in grado di ottenere molto successo da parte del pubblico (a livello internazionale ha incassato oltre 610 milioni di dollari), e, allo stesso tempo, scatenare accesi dibattiti soprattutto in merito alla presenza di numerose scene di violenza.

Effettivamente la traduzione di tre parole del Vangelo – “lo fece flagellare” – in una sequenza cinematografica di oltre dieci minuti può risultare una sproporzione narrativa. Una passione (dal latino, patior, la cui traduzione è “soffrire”) che risulterebbe, quindi, soprattutto fisica, oggetto di violenze e brutalità.

Gibson, tuttavia, si sofferma tantissimo anche sulla sofferenza umana di Gesù, sulle sue paure, insicurezze e fragilità. L’incipit iniziale nel giardino del Getsèmani è di una bellezza toccante: il terrore di Gesù verso i terribili avvenimenti successivi, l’umiltà di accettare la volontà del Padre, la forza di vincere la tentazione di Satana.

Una sofferenza umana che è tradotta nel film in un gioco di sguardi e di primi e primissimi piani: il tradimento di Giuda, il terzo rinnegamento da parte di Pietro, la folla che acclama Barabba, Maria a piedi della croce; scene che l’arte e il cinema riescono a valorizzare grazie ai dettagli di un volto o di uno sguardo e alla presenza di una colonna sonora trascinante ed evocativa.

Gibson si serve, infine, di alcuni espedienti narrativi che, pur non appartenendo agli episodi della Passione, arricchiscono la pellicola: il ricorso a flashback di episodi precedenti (bellissimo il primo incontro con Maria Maddalena), la maligna presenza (metaforica) di Satana in più di una scena, il commovente silenzio della madre Maria quando asciuga il sangue del Figlio a seguito della flagellazione, l’alternanza tra scene visivamente forti e momenti densi di carica emotiva.

La Passione di Cristo s’identifica indubbiamente come un film potente, in grado di non lasciare indifferente lo spettatore, a prescindere dalla fede religiosa, nonostante la fede stessa rappresenti la chiave di lettura per cogliere l’obiettivo ambiziosissimo del film: raccontare attraverso la grammatica del cinema la sintesi di umanità e divinità.

La Scheda

“La Passione di Cristo”, regia di Mel Gibson, 2004

La Valutazione

4 stelle di 5

Il trailer