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Leggo sui giornali e sul web, ascolto dibattiti e sento opinioni sulla situazione riguardante quella che dovrebbe essere la prossima edizione del Festival di Sanremo, previsto nella Città dei Fiori dal 2 al 6 marzo.

Parallelamente alla crisi di governo, chi non ha voglia di scagliare pietre ai Conte o Renzi di turno, ha scelto Amedeo Sebastiani in arte Amadeus come ideale bersaglio a cui tirare le frecce dell’insulto. Ecco allora l’incalzare imperante delle frasi che sento da vent’anni tipo “non me ne frega niente del Festival”, “non lo guardo da quando hanno vinto i Pooh”, o “meglio un bel film tipo La corazzata Potëmkin”, di fantozziana memoria.

Cerchiamo di fare un po’ di ordine, e qualche ragionamento in libertà.

Intanto la premessa: chi scrive segue ogni istante di Sanremo dal lontano 1977, quando gli Homo Sapiens vinsero con la canzone Bella da morire.

E’ singolare pensare che oggi nella musica italiana primeggiano quasi sempre solisti e soliste, quando invece in quegli anni c’era un fiorire incredibile di gruppi più o meno intorno allo stesso genere. A parte i Pooh che hanno sempre fatto categoria a parte, ricordo i Beans, che rifecero in versione moderna un grande classico Come pioveva, cantato per la prima volta nel 1918 da Armando Gill; La Bottega dell’Arte di Come due bambini, piuttosto che i Collage con Tu mi rubi l’anima, giusto per non citare gli inimitabili Cugini di Campagna o gli Alunni del Sole.

Lo so, ho citato gruppi di lontana memoria, ma tale sottolineatura mi aiuta a farvi capire da quanto tempo il mio vivere la musica sia a “pane e Festival”, giusto per fare l’onesta premessa che considero il Festival una sorta di grande festa che ogni anno arriva a dare tanta gioia quanto il carnevale per chi ama l’allegoria.

Fare il Festival o non farlo? Al momento in cui scrivo lo svolgimento di Sanremo è in bilico e affidato al Mega Comitato Tecnico (…leggetelo anche in questo caso pensando alla espressione fantozziana), che dovrà dibattersi tra la franceschiniana posizione che vede l’Ariston come uno dei tanti teatri che sono desolatamente chiusi da molto tempo, e l’idea se invece il Festival debba essere considerato alla stregua dei programmi televisivi realizzati in prima serata negli ultimi periodi.

Ergo: si parla di allestimento in sicurezza con le precauzioni anticovid e i controlli dei tamponi ai protagonisti, con ricorso ai figuranti a fare da pubblico, datosi che Re Ama-Deus Primo, ha sin da Natale preso la netta posizione che prevede gli spettatori in sala come parte integrante dello spettacolo.

E’ evidente quanto la situazione sia assai intricata: mettiamoci tutta la poesia e l’amore per la musica che vogliamo, ma il Festival rappresenta anche una macchina commerciale per la quale non si può semplicemente dire “vista la situazione meglio non farlo”, perchè, piaccia o no, ci sono numeri, posti di lavoro e mega contratti (Rai-Comune di Sanremo, Rai-Sponsor pubblicitari) che non ne rendono semplice l’arrivederci all’anno prossimo.

Certo, non si può giustificare tutto a favore del dio denaro, ma come proseguono le partite di calcio delle serie maggiori (che hanno sacrificato il pubblico ma che hanno gli introiti sostanziali da i diritti delle pay tv e non dalla partecipazione delle persone), il tentativo di chi può decidere se fare il Festival o meno, va alla ricerca di un compromesso che lo possa rendere realizzabile con qualche sacrificio.

Il problema di Sanremo è che, a differenza dello stadio, al teatro Ariston va in scena lo spettacolo televisivo, ma la partecipazione di massa delle persone non è solo dentro al Teatro, ma soprattutto fuori.

Chi come me frequenta Sanremo nei giorni del Festival sa che “La Festa” di cui scrivevo all’inizio di questo mio redazionale, è soprattutto fuori: palchi, musica, spettacoli, ristoranti, le folle nei pressi degli alberghi per vedere i propri idoli; le vie delle passeggiate, gli allestimenti dello spazio denominato “Casa Sanremo”… e ancora le sale stampa e radio tv, le eleganti vie dove fare passeggiate.

A mio avviso, pertanto, parlare di “pubblico di figuranti o no” significa discutere del nulla, o meglio, del “poco”.

Il Festival si può fare con il pubblico dei figuranti come succede a X Factor, usando le precauzioni. Si può fare certamente. Ma come si fa con il pericolo degli assembramenti esterni? Altroché figuranti, il vero problema, scusate se mi ripeto, è il rischio assembramenti all’esterno del Teatro.

Come superare questo ostacolo? Non sta a me dirlo, o meglio scriverlo. Non ne ho le competenze. Io sono solo un umile soggetto scrivente che si limita a osservare come il pressapochismo comunicativo di massa sia concentrato su ciò che fa più rumore, piuttosto che su ciò che conta di più.

Bisogna fare in modo che tutta la zona intorno all’Ariston sia totalmente blindata all’accesso del pubblico. Che le vie intorno alla zona blindata sia presidiata da personale di pubblica sicurezza, che sorvegli sul mancato affollamento delle persone. Che gli spostamenti degli artisti avvengano in modo concentrato e limitato durante la giornata, in modo che le persone sappiano che le concrete possibilità di avvicinarli in questa situazione siano pressoché nulle.

Lo so, non è il massimo. Ma la salute delle persone è troppo importante per rischiare che un festival di canzoni diventi motivo di ulteriori crescite della già diffusa quanto pericolosa epidemia collettiva.

So anche che quanto scrivo non può essere musica per le orecchie dei commercianti di Sanremo, che in una situazione di mancanza del solito afflusso di persone vedranno vertiginosamente calare il fatturato rispetto al febbraio dell’anno scorso. Ma la situazione non permette altra scelta: quest’anno va così, prima o poi riusciremo a buttarci alle spalle questo periodo di interminabile incubo.

Facciamolo sto Sanremo, ma facciamolo con le giuste condizioni. Cominciando magari a non continuare a dibattere sul sesso degli angeli, figuranti o meno che siano, e a cercare di mettere in campo idee vere per far ripartire, con le dovute cautele, teatri e cinema.

Non è non facendo Sanremo che si crea la giustizia nei confronti dei lavoratori dello spettacolo. I silenti bauli in piazza Duomo dell’ottobre dello scorso anno sono stati una richiesta verso il governo tacita e forte, di essere tutelati perché nella iniziale corsa ai ristori la categoria è stata totalmente dimenticata.

Il grido disperato della categoria è che l’Arte venga riconosciuta come bene necessario, ovvero non voluttuario e quindi trascurabile per le persone.

Non provare a fare il Festival significherebbe valorizzare ancora una volta questa tesi.

Non rimandare ad altra data Sanremo senza aver narcotizzato i pericoli legati alla pandemia, significherebbe altrettanto compiere un attentato alla salute comune, che sarebbe davvero insensato.