La musica che gira intorno. Ridateci Grignani (e qualche riflessione sul mondo del rock)

Mi hanno chiesto e mi chiedono ancora oggi ogni tanto, un’opinione sul rock in Italia. Anzi, la domanda che mi viene posta è precisa ed è questa: “E’ il numero uno Vasco in Italia?” oppure “chi al primo posto tra Vasco e Ligabue?”.

Dunque, andiamo con ordine. Io dico e scrivo sempre che la musica è soprattutto questione di gusti. Nell’arte i paragoni e le classifiche sono spesso meccanismi creati dal marketing, perché un artista scrive quello che sente, non pensa a fare gare per vincere trofei o per confrontarsi con gli altri.

Poi, è evidente, in un mondo competitivo come il nostro, risulta difficile esimersi da confronti o da esami che non finiscono mai. Qualcuno dirà, scomodiamo il grande Eduardo per parlare di canzonette? Beh, se lo facciamo per capire se Jorginho merita il pallone d’oro più di Ronaldo, non vedo nulla di più naturale che parteggiare per il nostro cantante preferito che, come o più di Jorginho o Ronaldo, dispensa emozioni.

Torniamo alla base: Vasco o Ligabue? Ecco io rispondo sempre così: Vasco è a mio modo di vedere ineguagliabile in quanto ha oltrepassato i confini della musica diventando un fenomeno sociale. Aldilà di aver avuto il merito di aver composto pietre miliari come Albachiara, Vita Spericolata o Un Senso, oggi andare a vedere un concerto di Vasco è diventata una sorta di messa cantata a cui andare anche se non conosci le canzoni; una cosa da raccontare agli amici nei minimi dettagli, anche se lo hai visto alla grandezza formato briciola dal settore più recondito degli angoli di un enorme stadio.

Il concerto di Vasco è un’esperienza, una ventata di emozioni che fa curriculum, una partecipazione dettata dal fatto che “gli spari sopra sono per noi”. Sono proprio gli slogan del Vasco nazionale che alimentano l’esperienza, aldilà della scarica adrenalinica di una impostazione rock fatta di suoni arrembanti e meravigliosamente coinvolgenti.

Il Liga ha seguito quella strada, in modi e tempo diversi. Ma sicuramente l’operazione Campovolo viaggia sulla stessa linea d’onda, non dico che copi, altrimenti da Woodstock in poi non ci si è inventati più nulla. Ma più o meno siamo da quelle parti. E non è una critica, ma una constatazione.

Lo so, non ho ancora risposto alla domanda, ma la lunga premessa era volta a fare una riflessione sul fatto che spesso in Italia guardiamo più il modo di fare rock sotto l’aspetto della forza della performance.  Sempre difficile dare etichette ma specifico che parlo di pop rock, o di rock che abbia o abbia avuto un forte riscontro commerciale. Afterhours o Marlene Kuntz non si offendano. Sto parlando di un genere di categoria rock diverso dal loro.

Pensiamo ai Maneskin. Sono entrati nella storia della musica (puristi non storcete il naso, è così) non certo con il loro brano più bello, ma con quello che ha consentito l’esecuzione più ridondante. Tant’è vero che il loro singolo Vent’anni, pubblicato precedentemente alla vittoria sanremese, era passato completamente inosservato pur essendo, a mio modesto parere, un capolavoro dal punto di vista della scrittura musicale e testuale.

Ecco, ci arrivo, rispondo alla domanda. La mia risposta alla domanda “Vasco o Ligabue” è un’altra. La mia risposta è Gianluca Grignani. A rischio di essere considerato blasfemo e anacronistico, la mia risposta è questa, perché nel mio emisfero di approccio alla musica, trova sempre lo spazio principale per l’area compositiva, la penna dell’autore.

Trovo lo stile di Grignani originale, solo raramente ripetitivo, a differenza di Ligabue, spesso dedito a un imprinting che poco si discosta da un cliché centrale ampiamente percorso; o di Vasco che, negli ultimi anni ha spesso rincorso (in nome di quel riconoscimento sociale di cui scrivevo più sopra) le frasi ad effetto di una stesura rockettara strappamutande che dopo Rewind non ricordo abbia più avuto particolari manifestazioni.

Grignani si è concesso una maggiore libertà compositiva, rischiando molto e, diciamolo, perdendo molto soprattutto per motivi extra artistici su cui ritorno dopo. Grignani racconta storie con maggiore attenzione ai dettagli e alle stesure musicali con soluzioni rock innovative. Aldilà dei successoni quali La mia storia tra le dita, Destinazione paradiso o Lacrime dalla luna, Il Joker (questa la sua autodefinizione) ha composto molti brani caratterizzati da rock ruvido, culminato in un disco dal titolo La Fabbrica di Plastica, con la title track insignita di migliore brano rock di sempre nientepopodimeno che dalla rivista Rolling Stone. Scusate se è poco!

Veniamo alla riflessione recente, anzi recentissima. Ho visto, anzi rivisto avendolo intervistato più volte, Gianluca Grignani ospite da Silvia Toffanin a Verissimo. Vorrei non averlo visto. Ho visto un uomo in condizione psicologica pesantemente preoccupante, in un costante atteggiamento ansiogeno.

Grignani appare un uomo distrutto, parla a raffica salvo interrompersi per pause imbarazzanti nelle quali ricorda a stento il punto in cui si è fermato. Ingrassato, vagamente assente, poco lucido. Cercatevi l’intervista sul web, vi renderete conto voi stessi di quanto vi sto raccontando. Eccola qua la fregatura del personaggio: già noto alle cronache per abuso di droga e di alcool, con tanto di riprese web di performance sul palco che testimoniano il cattivo stato fisico in cui il Joker è più volte apparso.

Peccato, peccato davvero, perché Grignani ha goduto di grande credibilità nel mondo artistico per le sue capacità compositive.  Ha collaborato con lo stesso Liga, Max Pezzali, Elisa, Baccini, Ron, Laura Pausini, solo per citarne alcuni. Ma non ha saputo gestirsi, arrivando anche a essere arrestato nel 2014 a Rimini per violenza e resistenza a pubblico ufficiale.

Anche Vasco, lo ricorderete, ebbe i suoi guai con gli stupefacenti. Ma, a differenza di Grignani, grazie ai suoi collaboratori e a una certa dose di determinazione, mise in atto una azione di rigenerante e umana a fini professionali, che ha contribuito non poco a farlo diventare quello che è oggi, e cioè un lucidissimo musicista attento a ogni aspetto de “L’industria Vasco”.

Ho incontrato spesso negli anni musicisti che sono stati in studio con Vasco. Mi hanno raccontato che “Il Kom” (soprannome per par condicio con Grignani) resta fermo anche ore su un suono o un arrangiamento, alla ricerca di un’ispirazione tecnica possibile solo a persone completamente padrone delle proprie energie psicofisiche. Beninteso, costringe i suoi musicisti a stare con lui, ecco perché chi lavora con Vasco è atteso da un impegno gratificante ma anche molto molto impegnativo.

Ricordo con piacere l’intervista che feci a Vasco, venne al Palasport nel 1987, anno del disco C’è chi dice no. Vasco è uno che ti guarda in faccia con quegli occhioni da bambino che ha rubato la marmellata dalla dispensa. Ho notato che col tempo ha perduto il forte incalzare ripetitivo della parola “Capito?” che utilizzava in ogni frase, quasi a rassicurarsi maniacalmente che tu abbia ascoltato con attenzione quello che ti ha appena detto. La cosa bella di Vasco è che quando parla di una canzone te la racconta nei dettagli. Te la spiega, anche se spesso la sua spiegazione è vagamente sospesa. Lui le canzoni le scrive, ma le vive anche, sono parti di sé, come fossero dei figli.

Non parliamo del Liga, da sempre efficace pianificatore della sua attività artistica. Per niente ha un diploma in ragioneria. Liga è pianificazione, azione, coordinamento. L’imprenditore di sé stesso allo stato puro.

Le interviste fatte con Grignani sono invece state fatte quasi sempre davanti a una birra. La più lunga la feci a Sanremo, anno 2002, lui cantava Lacrime dalla Luna, e fuori dall’albergo c’era uno stuolo di ragazze che reclamava l’artista. Tre più irriducibili di altre mi implorarono di fare da tramite per ottenere un autografo, ricordo che Gianluca mi chiese gentilmente di restare con lui e di farle entrare.

Loro erano emozionate e lui cominciò a corteggiarne una. Del resto non racconto altro, per difendere privacy e delicatezza di un momento privato di un artista che, peraltro, all’epoca era già fidanzato con Francesca Dall’Olio, che sposò, l’anno successivo

I rumors del mondo musicale dicono che Amadeus vorrebbe Grignani al prossimo festival di Sanremo, pescando una delle ben ottanta canzoni scritte dal cantautore brianzolo per uno strampalato progetto di tre dischi da pubblicare a distanza. Dal punto di vista artistico (anche se le ultimissime canzoni di Grignani mi paiono poca cosa) mi era parsa un’ottima intuizione quella del presentatore e direttore artistico del Festival.

Ma dopo averlo visto a Verissimo, nutro seri dubbi sull’opportunità di questa scelta. L’ho visto davvero messo troppo male. Negli ultimi anni il Joker ha rotto tutto quello che ha toccato: contratti con tour promoter che l’hanno mollato perché fischiato dal pubblico a causa di esibizioni veramente imbarazzanti; disgregato lo storico fan club per la mancata disponibilità dell’artista; divorziato dalla moglie da cui ha avuto quattro figli. Negli ultimi tre anni, racconta nell’intervista, ha vissuto restando completamente da solo.

Ok rocker, ok artisti, ok maledetti. Ma queste situazioni si risolvono solo se l’interessato è disposto a riconoscere i propri limiti e ad affidarsi a un management che ne sappia gestire slanci e difficoltà. Ho seri dubbi che il Grignani di oggi possa farcela. Ho visto un uomo davvero devastato.

Mi auguro di sbagliarmi, mi auguro che si riprenda. Sarebbe un peccato perdere un artista così. Guardate la sua biografia, guardate quanti riconoscimenti ha ottenuto per la sua capacità artistica. Che il dio della musica ce lo restituisca, in nome del rock.

Articolo precedenteIl Comune di Sona acquista il pallone del tennis di Lugagnano? Affidato il servizio per stimarlo
Articolo successivoCovid. Martedì 26 ottobre a Sona 1 positivo in meno. In Veneto vaccinato l’80,7% dei vaccinabili
Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.