La musica che gira intorno: Miguel, i vizi dei vip e perché vanno salvate le canzoni e non i cantanti

Ha suscitato diverso scalpore la diffusione nei giorni scorsi di un’intervista rilasciata da Miguel Bosè a un giornalista spagnolo.

L’artista, figlio del noto torero Luis Dominguin e della già miss Italia Lucia Bosè (ha preso il cognome d’arte della madre) ha rilasciato questa intervista dichiarandosi negazionista del Covid e confidando di aver pesantemente fatto uso di droghe sino a sette anni fa.

Al di là della divertentissima parodia offertaci da Maurizio Crozza, il mondo social ha pesantemente condannato le dichiarazioni di Bosè, con una vera e propria levata di scudi da parte di molti fans storici dell’artista spagnolo, fortemente scandalizzati dalla vita dissoluta dell’artista.

Non credo che Miguel abbia onestamente l’autorevolezza per esprimersi riguardo al Covid, peraltro nel tentativo mal riuscito di non legare l’argomento alla morte della madre avvenuta l’anno scorso.

E’ chiaro che la provocazione di rilasciare l’intervista tutto il tempo senza mascherina, appare decisamente scellerata. Ma, ripeto, Miguel Bosè è noto come cantante, ballerino e attore: il resto, come si suol dire, è pura “fuffa”.

Capisco che sia stato scioccante vedere una persona, peraltro dotata di grande credibilità (perlomeno fino a prima di questo episodio), confessare anni di schiavitù e dipendenza da infausti labirinti di vita. Ma per quanto la passione per la musica di un artista porti spesso a una sorta di identificazione con lo stesso da parte di chi lo ascolta, è bene innamorarsi delle canzoni per le emozioni che regalano, a prescindere da tutto il resto.

Oramai il Signor Bosè è un attempato artista internazionale, dal discutibile pseudo equilibrio mentale. Ma ho visto commenti disperati di persone che hanno scritto sui social commenti del tipo “mai più Miguel” “non pensavo fosse un drogato”, piuttosto di “ma come si permette di dire che il Covid non esiste?”. Ragazzi sono tutte cose che con la musica non c’entrano.

Miguel è quello che alla fine degli anni 70 faceva piangere le ragazzine ballando Super Superman o le faceva sognare con la dolce Credo in te. E’ quello che cantava i Bravi ragazzi del 56, o incantava l’Arena festante con Olympic Games, Non siamo soli, bissati qualche anno dopo anche da pezzi raffinati quali L’Autoradio piuttosto che Se tu non torni, che lo riportarono ai vertici delle classifiche dopo qualche anno di accattivanti esperienze cinematografiche.

Miguel Bosè per noi tutti è questo: un artista bravo a cantare in italiano, così come in spagnolo o in inglese. Un uomo che ha preso più aerei che treni, che ha visto più alberghi che chiavi di casa.

Attenzione: non passatemi per un difensore d’ufficio del malcapitato Miguel. Non vanno salvati gli artisti per i loro capricci e le irrefrenabili pazzie; vanno salvate le canzoni che molto spesso sono più grandi dei loro autori.

Vivere nel successo è una grande opportunità che però spesso viene concessa a una età nella quale ottenere fama e soldi diventa spesso più logorante che vantaggioso. Ho conosciuto alcuni artisti da vicino, e a volte anziché sentirmi privilegiato nel conoscere dettagli privati che pochi conoscono, ho avuto l’idea che sarebbe stato meglio non esserne al corrente, per lasciare intatta l’immagine che la musica mi aveva consegnato.

Esistono comunque rari casi di artisti molto umili che ho visto restare intatti nella loro essenza umana. Qualche nome? Il compianto Mango, che modulava i tempi della sua creatività dedicandosi innanzitutto alla famiglia; così come Raf, artista che ho conosciuto l’anno della consacrazione di Self Control, che in quegli anni mi avrà presentato almeno dieci fidanzate diverse, salvo poi diventare un uomo tutto casa e famiglia quando incontrò e sposò la showgirl Gabriella Labate a cui dedico Sei la più bella del mondo. Poi Morandi, Dalla, Ruggeri: umili quanto la loro grandezza, antidivi perché totalmente incapaci di snaturare la loro umanità per salire sullo scalino del “siamo famosi”.

Sempre uomini prima che artisti, ammesso e non concesso che in casi come questi le due entità siano scindibili.

Ho lasciato fuori da ogni categoria Umberto Tozzi, di cui non ho parlato conoscendone bene famiglia ed affetti, ma del quale posso chiaramente confermare che ha sempre cercato di soddisfare nella droga del buon cibo e del buon bicchiere di vino, ogni più fervida perdizione possibile.

Le star e i loro vizi, la musica e la trasgressione. Storie di ordinaria follia, di cui certamente parleremo ancora.

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Massimo Bolzonella nasce a Verona il 13 maggio 1965 intorno alle ore 22. Giornalista pubblicista dal 1991, ha prestato la sua voce alla radiofonia veronese per quasi 40 anni. Scrive e vive di musica Italiana, ha curato la comunicazione web di Umberto Tozzi per 12 anni. Sposato, ha due figli, due gatti e un cane. La frase della sua vita è "Sai dove vado adesso? A farmi il mondo", pronunciata da John Travolta nel film "Stayin'alive" dopo il trionfo da primo ballerino a Broadway.