La musica che gira intorno: La magia del falsetto (e quello che non sapete dei Bee Gees)

Tra le visioni possibili in streaming sulle varie piattaforme di questo periodo di forzato home cinema, c’è un nuovo docu-film che si intitola “How can you mend a broken hearth”, titolo di una canzone del vasto repertorio dei mitici Bee Gees, i fratelli Barry, Maurice e Robin di cui questa pellicola racconta la storia corredata da immagini di repertorio davvero interessanti.

Non voglio raccontarne i contenuti perchè sarebbe inefficace e snaturante verso chi di voi volesse andarselo a vedere, ma desidero innanzitutto consigliarvelo perchè credo sia appassionante. Soprattutto nei tratti in cui il racconto, preceduto e concluso dalle parole emozionate dell’unico componente ancora in vita, il leader Barry Gibb, inserisce la storia musicale dei tre fratelli di origine inglese vissuti in Australia, nel contesto sociale dei tempi.

Scrivo tempi, e non tempo, perchè i tre ragazzi dalle ugole d’oro hanno iniziato raggiungendo i vertici delle classifiche negli anni ‘60, e cambiato la storia della musica negli anni ‘70, proseguito con alterni successi sino al 2001, anno del loro scioglimento effettivo, in quanto i tentativi successivi di ridare vita al gruppo sono stati resti vani dalla scomparsa prima di Maurice (2003) e di Robin (2012).

Alcuni numeri? 230 milioni di dischi venduti, 40 album pubblicati. Giusto per dare una idea della loro longevità, della loro ricchezza (Maurice racconta nel film che a 21 anni possedeva già nove Rolls Royce) e del loro incredibile successo.

E’ chiaro che nell’immaginario collettivo dire Bee Gees significa dire “La febbre del sabato sera”, o ancor meglio dire “La disco music”: l’essenza del film, ma soprattutto della loro musica, non è stata semplicemente un travolgente successo, ma una vera e propria rivoluzione culturale la cui eco probabilmente non si spegnerà mai. Ai tempi, la colonna sonora “Saturday Night Fever” diventò il disco più venduto di tutti i tempi (poi arriverà Thriller a superarlo).

Una piccola spoilerata del racconto del film ve la faccio, perchè è il sale per capire il gusto dell’intera storia.  I Bee Gees a metà degli anni 70 dopo i grandi successi quali “Massachuttes”, “Words”, “I’ve got a message to you”, “To love somebody” trovarono un produttore turco-americano, Arif Mardin, che durante una sessione di prove per incisione di un disco avendo sentito un causale falsetto di Barry Gibb e una naturale armonizzazione degli altri due fratelli, li convinse ad intraprendere un nuovo stile musicale che si rivelò straordinariamente vincente.

Già, il falsetto. Questo strano modo di utilizzare le voci maschili usando i registri più acuti che trova molti puristi della musica con atteggiamento ostile, in forza del fatto che consiste in una alterazione della voce naturale di un cantante.

Ma volete sapere come è nato il falsetto? Si dice che l’utilizzo di questa tecnica di utilizzo della voce risalga addirittura al 1600, quando la polifonia sacra richiedeva utilizzo di soprani acuti, a volte utilizzando cantori specializzati capaci di usare la loro duttilità vocale, ma più spesso ricorrendo ad uomini appartenenti alla nutrita schiera di “castrati dell’epoca” che, pertanto, davano il loro contributo utilizzando la voce dopo il disgraziato intervento subito.

Di fatto sono tanti, oltre ai Bee Gees, gli artisti che hanno fatto del falsetto una loro caratteristica: James Blunt, Sylvester, Mika, George Michael, Earth Wind and Fire, Jimmy Sommerville per parlare degli stranieri.  Ma anche l’Italia non è rimasta indifferente al fascino di questa tecnica: Alan Sorrenti, Ivan Graziani e tra i più recenti anche Ermal Meta ad esempio. Anche se il falsetto in Italia viene soprattutto associato a tale Flavio Paulin, il cui nome dice poco se non viene specificato che si tratta della storica voce dei Cugini di Campagna.

Nessuno però, diciamolo senza se e senza ma, è stato in grado di ottenere i risultati tecnici ed emozionanti quanto la fusione meravigliosa delle voci dei Bee Gees.

Spariamo, per i giovani lettori che vogliano andare a scoprire questo gruppo, i titoli più emblematici: “Stayin’ alive”, “Night Fever”, “How deep is your love”, “Jive Talking”, “Tragedy”, “Too Much Heaven”, “More than a Woman”. Enciclopedia della Musica in pochi titoli.

Un’annotazione personale: ho sempre adorato i cantanti in falsetto, e i Bee Gees in particolare. Avevo 12 anni quando uscì “La Febbre del Sabato Sera”. Non potei vedere in sala il film, perchè era vietato ai minori di 14. Ma consumai le tracce della meravigliosa colonna sonora, che rimane assolutamente uno dei miei dischi per la vita.

Ebbi la meravigliosa emozione di conoscere e incontrare personalmente al Festivalbar uno dei tre fratelli: Robin Gibb che fece un suonatissimo singolo da solista dal titolo “Juliet”, anno 1983, peraltro dedicato alla Giulietta simbolo della nostra città. Fu un incontro breve, in cui snocciolai in un maccheronico inglese qualcosa, diviso tra l’emozione di incontrare un mito e la difficoltà ad esternare le mie conoscenze scolastiche della lingua.

Sulle interviste fatte in inglese scriverò sicuramente un pezzo, perchè ho un bellissimo quanto imbarazzante aneddoto da raccontare. Alla prossima.