La musica che gira intorno: Joe o Donald? Io dico James (ma che disastro quella volta che l’ho intervistato)

La settimana che è passata è stata quella soprattutto dell’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Fermi… no!! Non cercate altrove se volete leggere un pezzo che parli di Musica. Non ho cambiato tema del mio blog, ma se mi lasciate proseguire ci arrivo tra pochissimo.

Dunque, dicevo? Ah si, Joe Biden. Una svolta nella storia americana, segnata dal disastroso addio dell’uscente Donald Trump, reo anche di aver spinto i suoi sostenitori all’incredibile assalto al Campidoglio.

Ieri ho incontrato un caro amico albergatore del lago di Garda che, in un contesto totalmente diverso rispetto al motivo per cui ci siamo incontrati, mi spara improvvisamente: “Ma tu, se ti dico America cosa mi rispondi? Joe o per Donald?”. Lì per lì lo guardo perplesso, scruto il suo volto che, accompagnato da un mezzo sorriso, aspetta la risposta. Io, che ero un po’ perso mentalmente datosi che ero “sintonizzato” su ben altri discorsi relativi al contesto di quel momento, rispondo con fare insicuro e spiazzato: “Beh, con quello che è successo…direi… ehm… Joe”.

Il mio interlocutore mi guarda un po’deluso e con un sorriso tra il rammaricato e lo sfidante mi dice: “Elvis! Da uno come te la risposta sull’America che mi aspettavo era Elvis, o al massimo Michael” (Jackson ovviamente).

La cosa finisce lì, ma alla sera, liberato dai pensieri del giorno appena passato e in cerca di voli sognanti e disimpegnanti verso le mie passioni piuttosto che verso i quotidiani doveri, ripenso a quel momento, quasi a sancire verso me stesso che la risposta di Elvis fosse in effetti doverosa, anche se magari più  adatta a una persona dedita alla musica un po’ meno giovane di me, datosi che l’epopea di Elvis era sostanzialmente già un ricordo all’epoca della mia adolescenza essendo il Re di Memphis morto nel 1977 quando avevo solo 12 anni.

“Siamo i ragazzi di oggi, pensiamo sempre all’America”, nota frase di Terra Promessa di Ramazzotti è in effetti molto più presente nel mio vissuto, anche perchè, mi duole dirlo, io in America non ci sono mai stato, per cui mi capita ciclicamente di dire che un giorno o l’altro andrò a vedere il mitico ponte di Brooklyn piuttosto che i mitici quartieri di Manhattan dove John Travolta ballava La Febbre del Sabato Sera (lo so, nel film si parla dello studio 54 e dello Xenon ma in realtà molte di quelle scene furono girate nei quartieri di Bay Ridge e Bensonhurst che non sono a Manhattan ma proprio nel distretto di Brooklyn).

Mi vedo già la faccia del Direttore del Baco che, anche stavolta, starà pensando dove diavolo voglio andare a parare: detto, fatto, eccomi che arrivo.

Arrivo dicendo che, preso dai pensieri sopradescritti, mi sono detto: ma io ho qualche cosa che, più di Elvis, di Mickael Jackson, o dell’America O.K. dei New Trolls, mi lega al Paese delle Stelle e Strisce?

Neanche il tempo di finire il pensiero e un brivido parte dalla sezione “ricordi quasi rimossi” della mia mente e raggiunge alla velocità di 4 nanosecondi il mio cuore e la mia anima. Quale il ricordo musicale più particolare, personale ma anche maledettamente imbarazzante che mi fa pensare all’America? Arriva la risposta, potente come un tuono e cristallina come la sorgente sorgiva di un fiume. La risposta è James Brown.

James Brown? Si, proprio lui, il “Padrino della Soul Music”, che rivoluzionò la musica gospel, soul e rhytm and blues, a cui si devono successi planetari come I Got you (meglio nota come I Feel Good), Sex machine, Get up, Please Please, Papa’s got a Brand New Bag e la più recente (rispetto alle altre) Living in America, colonna sonora della quarta saga del filottone cinematografico dello stalloniano pugile Rocky.

Dunque, siamo nel lontano 1988 e l’Arena di Verona ospita un trittico di ospiti stranieri a dir poco fantastici: Joe Cocker, star inglese tornata sulla breccia grazie alla colonna sonora di Nove settimane e mezzo; Rod Stewart, star britannica famosissima in tutto il mondo con una serie interminabile di singoli di grande successo e, appunto, il mitico James. Classe 1933, ancora sulla breccia e in tour con una band di grande livello a fare il giro del mondo. Ah, a proposito, mentre gli altri due sono musicisti inglesi, il nostro “Padrino della musica Soul” è invece americano.

Particolare ai più, diciamolo, indifferente.

Beh, caro lettore, se stai dicendo tra te e te “eh si, è vero, indifferente questa precisazione”… io ti dico invece “col cavolo!”. Ovvero: mi chiamano dalla redazione e mi dicono “Massimo, te la senti di intervistare Joe Cocker, che naturalmente parla solo inglese?”. Il giovane Massimo, ambizioso e inorgoglito come pochi visto la caratura del personaggio, si lancia in un impavido quanto impegnativo “certamente” e tutto fila liscio.

Joe Cocker, disintossicatosi da anni ed anni da alcool e non solo, parla un inglese pacato, comprensibile e volutamente scandito per mettere a suo agio l’intervistatore che gli pone le domande. Il passo verso Rod Stewart diventa pertanto quasi naturale: Rod si rivela meno disponibile a parlare in un inglese di facile comprensibilità ma anche questa esperienza si rivela positiva e l’intervista di Massimo Massi (questo il mio pseudonimo radiofonico) fa la sua porca figura nel programma “Cronache di Spettacolo” di Radio Adige, condotta da Claudio Capitini, la persona da cui ho imparato i tratti professionali più importanti della mia attività giornalistica.

Cosa dice il proverbio? Non c’è due senza tre. Dulcis in fundo (inizialmente sembrava esclusa la disponibilità di artista) mi chiedono di intervistare anche James Brown, che si trova non mi ricordo in quale parte del mondo e che quindi è invece necessario intervistare via telefono.

Il giovane Massimo, galvanizzato dall’idea di centrare il trittico di interviste più importante della sua vita radiofonica, si prepara a dovere i quesiti da porre al mitico James Brown, trattandosi di un personaggino non molto facile, che peraltro verrà arrestato pochi mesi dopo il live all’Arena di Verona per aggressione e tentato omicidio.

L’intervista è una sorta di disastro, perchè la fonetica della parlata americana rispetto a quella inglese è totalmente diversa. Mi trovo a snocciolare le domande che ho preparato senza capire le risposte, vado avanti domanda dopo domanda sperando che finisca il più presto possibile e mi frusto idealmente pensando “mannaggia a me, che situazione imbarazzante”.

Finita l’intervista mi porto via la cassettina e fuggo da Kevin, un ragazzo americano che studia in Italia che avevo ingaggiato a Radio Universal per la quale curavo la programmazione artistica. Lui con gentilezza mi dice, risposta dopo risposta, cosa ha detto Brown, poi a un certo punto mi fissa ed esclama “Ma hai capito cosa ha detto qui?”.

Ovviamente la risposta è no, altrimenti che ci sarei venuto a fare da Kevin? La frase di James Brown, riferita elegantemente perchè questa è una testata serie e le parolacce non le usa nelle sue pubblicazioni, è la seguente: “Mi pare che tu non capisca davvero una emerita cippa di quello che ti sto dicendo!”. La cosa peggiore? A quella frase la mia risposta (ovvero la risposta di tutta l’intervista di cui non ho capito una parola) è stata “Yes, sure” ovvero “si certamente”. 

E’ la prima volta che la racconto pubblicamente, ma in fondo a poter dire di aver intervistato “Il Padrino del Soul”, il Padre Musicale di Prince e Mickael Jackson, siamo davvero in pochi. In fondo, anche Tony Manero affrontava l’America con scanzonante coraggio. Ma se io anche avessi indossato il completo bianco mentre intervistavo James, non si sarebbe visto, datosi che si trattava di un’intervista telefonica!

Parlando più seriamente, quella fu una esperienza che mi fece capire che prima di affrontare una intervista, è assolutamente necessario prepararsi in modo approfondito. Non che non lo facessi prima di allora, per carità, ma un conto è destreggiarsi con il solito inglese in contesti in cui si deve esser pronti adattandosi all’occorrenza; altra cosa è invece dover sostenere un colloquio nel quale è fondamentale prepararsi una scaletta ma ancora di più modellare uno scambio di battute adattandolo alle risposte dell’interlocutore.

Non feci più interviste così importanti in inglese, non tanto per il retaggio derivante da questa esperienza, ma quanto invece per l’acquisita convinzione che solo un approccio totalmente professionale e conoscitivo, possa essere sicurezza di riuscita di quanto si vuole realizzare.

Certo, qualche altro piccolo episodio di imbarazzo al contrario ce l’ho, ma anche questo potrà essere raccontato in qualche altro appuntamento col nostro blog. Cosa vuol dire imbarazzo al contrario? Negli anni 80 e 90 il Festivalbar era popolato di italiani che facevano canzoni in Inglese. Quindi pensare che Tracy Spencer, Tom Hooker o gli Eiffel 65, magari allora poco conosciuti al primo singolo, fossero stranieri… diventava come si suol dire “Un batter d’ali”.

Anche qui a Lugagnano, per non andare tanto lontano, abbiamo una Casa discografica di fama internazionale che lavora in questa direzione. E’ “La Musica che gira intorno”, come il titolo del nostro blog.

Come vedete, nulla nasce dal caso. Buona Musica.