La musica che gira intorno. Francesco Baccini: “Io, il cinema ed i cantautori”

E’ uscito da qualche giorno il nuovo disco di Francesco Baccini che si chiama “Baccini Project”, ed è un lavoro nuovo, completamente diverso in quanto si tratta della colonna sonora di un film “Credo in un solo padre” del regista Luca Guardabascio.

Artista di grande popolarità, cantautore sincero ed estroso, puro e felicemente comunicativo, Baccini è sicuramente da annoverare alla scuola dei cantautori, vicino in primis a Tenco e De André, facendo parte di diritto della cosiddetta “scuola genovese”.

Queste poche note per introdurlo ai lettori che, di più giovane età, non avessero mai avuto approccio alla sua musica. Non sono però gli aggettivi ridondanti ad appartenere a Francesco, quanto invece le sue canzoni, straordinariamente moderne “seppur scritte – come dice lui – nel secolo scorso”.

Andate a cercarle, amici lettori più giovani, e andate a risentirle, amici degli “anta” come chi vi scrive. Perché l’intelligenza e l’ironia, come la buona musica o il buon vino barricato, non possono che diventare più preziose nel tempo. Ecco l’intervista che gli abbiamo fatto, buona lettura!

Francesco, ti devo chiamare Maestro ora che hai fatto una colonna sonora?
Addirittura? Ah ah, no no dai. Sono quelle robe che con l’età… qualche volta mi capita che mi chiamino così… Macché Maestro, per carità!

Ovviamente era un modo scherzoso di introdurti, in modo tu cominciassi a raccontarmi questa tua nuova avventura.
Beh, una colonna sonora è una cosa diversa da scrivere rispetto a una canzone ovviamente. Io poi parto come musicista, scrivere musica l’ho sempre fatto, ho scritto diverse cose che non sono poi diventate canzoni. Anzi devo dire che mi riesce decisamente più semplice! Io sono un cantautore “prestato” alla musica nel senso che secondo me ci sono due tipi di cantautori: quelli per cui la musica è una scusa per dire tre parole, e quelli invece che partono dall’essere musicisti prima e autori di testi di conseguenza. Per dire nella prima categoria troviamo Guccini, nella seconda artisti come Dalla o Pino Daniele…

Come hai composto la colonna sonora dal punto di vista pratico, con la sceneggiatura o direttamente sulle immagini?
Ah, l’ho fatto alla vecchia, direttamente sulle immagini. E’ un lavoro da artigiano in cui diventi un regista occulto, nel senso che con la musica puoi cambiare completamente l’effetto di una scena. Per ogni scena ho provato a fare musiche diverse tra loro proprio per centrare l’atmosfera più adatta alle immagini. Spesso e volentieri quando guardi un film non ti accorgi neanche della musica, ma alla fine invece è quella cosa che da un’emozione alla scena: pensa a un thriller senza musica, non si potrebbe fare!

Ascoltando la tua canzone “Senza rumore” si sente un Baccini completamente diverso.
Guarda, io mi sono autoprodotto tutto. Ho sempre fatto dischi con i musicisti, dove si suona e fine. Stavolta ho imparato ad usare la tecnologia fino ad arrivare a fare il lavoro in completa autonomia da casa.

Il film parla della violenza sulle donne. Come hai affrontato l’argomento?
Mah, guarda, chiaramente quando scrivi una musica per un film ti metti completamente al servizio della storia. Quando incontrai il regista (Guardabaccio, NdR) dovevamo organizzare tutto, ci sono voluti tre anni, è un film strutturato con attori bravissimi: da Massimo Bonetti, che fa il protagonista ad Anna Marcello, Flavio Bucci nella sua ultima apparizione prima di lasciarci, Luca Lionello, Francesca Cardinale la bravissima nipote di Claudia, Maddalena Ischiale, il cui nome di impatto potrebbe non dirti niente ma ha fatto per esempio un ruolo importante nel film Unbroken di Angelina Jolie…

Scusa ma se non sbaglio hai dimenticato un altro attore, tale Francesco Baccini…
Si ero io? Si vero. Mi diverto molto a recitare. Sai cosa? Io sono uno zodiacalmente Bilancia/Gemelli, se non ho tre o quattro cose differenti da fare non mi diverto, mi sento male. Aiuto! Credo si sia capito già da “Cartoons”, il mio primo disco dove ho fatto canzoni completamente diverse tra loro. In Italia paga di più identificarsi per “il cantante”, ma per me non è così. Nel nostro Paese solo se non sai far niente, sai far tutto. All’estero invece sta nella normalità che un artista si muova in più direzioni. Non mi piace essere uguale a me stesso, mi annoierei a fare “Le Donne di Modena tre”. Non fa per me. Pensa che negli anni 90 avevo diverse offerte per fare cinema che ho rifiutato perché non mi sentivo pronto, mi dicevano che “ho la faccia da attore”. Me ne sono un po’pentito. Ho rifiutato film che rifarei al volo. Ho detto di no a Bellocchio, a Giacomo Capriotti. Giacomo mi aveva offerto il ruolo di protagonista per il film “Come due coccodrilli” che poi fece la fortuna di Bentivoglio in quanto fu il suo primo film di un certo livello, anche perchè recitava a fianco di Giancarlo Giannini. Nella vita ho fatto tutto quello che ho desiderato e che rifarei, ma l’errore di rifiutare questa opportunità, ecco, non lo rifarei.

Non incidevi da tanto…
Mah, avevo fatto nel 2017 un album con Sergio Caputo, con cui tornerò in tour quest’estate. Per noi puro gioco e divertimento. Discograficamente ho smesso nel secolo scorso… ahahah… Nel senso che io ho iniziato con una major (la Cgd Warner, NdR), all’inizio tutto bene, grande successo. Ma dal 1988, anno in cui ho smesso di lavorare al porto, mi sono ripromesso di non seguire più imposizioni, perché sono uno spirito libero, e invece loro volevano che io producessi un disco all’anno. Tant’è vero che ho rescisso il contratto due anni prima della sua scadenza. Ho preferito un’etichetta indipendente che mi permettesse di fare dischi quando ne sentivo l’esigenza, ma onestamente piombare nel mondo delle etichette non multinazionali significa perdere visibilità e sparire dal mondo discografico anche se stai ancora facendo lavori nuovi. Ecco, anche questa scelta, probabilmente non la rifarei. Con una decisione di questo genere ti autoelimini da solo. Sono cresciuto in un periodo storico dove ci si andava a cercare le cose anticonvenzionali, per me dal 1975 al 1980 per dire Sanremo non esisteva. Si ascoltava musica che non passava da lì, un altro pianeta. Sono rimasto con questo modo di ragionare. In ogni caso, dopo 30 anni sono ancora qui che vivo di musica e faccio quello che mi piace. La libertà ha un prezzo, poi c’è il contesto in cui vivi. Avendo conosciuto personalmente Gaber, Jannacci, De Andrè… posso dirti che ragionavano come me. Oggi sarebbero degli alieni. Ma sai qual è la loro vera fortuna? Che sono morti! In Italia gli unici che hanno una certa autorevolezza sono i morti, perché non rompono più le palle. Ora c’è lo sport nazionale sui social in cui c’è la gara a fare il coccodrillo per venerare personaggi che sino al giorno prima si conoscevano appena. In ogni caso mi ritengo fortunato, pensa a come è morto Mozart, riconosciuto solo dopo secoli. Ma pensa a Rino Gaetano, la sua carriera mica è stata di uno che ha fatto successo. Non lo prendevano sul serio, perché in quel periodo storico uscire da Sanremo era già una macchia. Peraltro il consenso ottenuto era legato a Gianna, pezzo che lui odiava perché era l’unico pezzo veramente “non sense” che ha scritto. Oggi i ragazzi conoscono Rino Gaetano dai filmati in cui era in vita, solo oggi è emersa la sua modernità autorale che era certamente avanti, ma in un Paese con una cultura troppo retrò per poterli comprendere.

Il tuo disco di maggior impatto commerciale è stato “Nomi e Cognomi”, che ti ha però dato un sacco di grattacapi perché hai toccato persone importanti…
Ecco lo vedi? Citofonare Rino Gaetano! Sai quanti problemi ho avuto con la canzone su Andreotti? Per non dire di quella su Renato Curcio, non si parlava certo di frivolezze. Dopo quel disco ovviamente si è detto “Baccini è un gran rompicoglioni!”, ma già nei primi album ho toccato temi scottanti.

Prima hai detto che non guardavi Sanremo, ma mi racconti di quel 1997 in cui ci andasti?
Sai come mi hanno convinto? Io me ne volevo andare dalla casa discografica. Eravamo in anni in cui nessuno voleva andarci per non rischiare la carriera in tre minuti, perché gli ospiti erano solo stranieri e quindi il cast italiano era composto solo da partecipanti. Ecco, loro mi convinsero ad andarci come pegno per liberarmi dal contratto che avrei dovuto rispettare per almeno altri due dischi di cui ti parlavo prima, e io acconsentii presentando un brano che aveva l’intento di prendere in giro tutto, e in particolare la banalità del meccanismo del brano “alla Sanremo”. Non so in quanti l’abbiano capito. L’ironia non la capiscono tutti, se non la capisci ti arriva il messaggio contrario. La mia ironia è anche un po’ difficile, sempre costruita su un filo. Ed è un’arma tipica da cantautore. Vuoi che ti dica chi era per me il cantautore numero uno? Ti stupirò! Non era De André. E sai perché? De André, ed era lui stesso a confermarlo, non era in realtà un cantautore. Fabrizio si definiva un “mosaicista”. Quando andavo a casa sua, Fabrizio mi chiedeva come facessi a fare tutto da solo. Perché lui era abituato a incentrare il lavoro sulla traduzione e la composizione dei versi, ma poi collaborava con Pagani, piuttosto che, per esempio in “Storia di un impiegato” con Nicola Piovani. Lui leggeva un milione di libri, in realtà il novanta per cento della forza delle canzoni di Fabrizio era la sua voce. La cosa strana è che questo non lo dice mai nessuno. Nessuno può cantare le canzoni di Fabrizio come le cantava lui, nessuno ci riesce, nessuno ha la forza interpretativa che aveva lui. Con quella voce ti rendeva magica la canzone che aveva scritto. Ha creato un mondo. Poi era intelligente, umile e quindi si affidava ai giusti collaboratori per vestire musicalmente al meglio i suoi pezzi. Ti dicevo, detto questo di De André, sai chi era il numero uno? Beh, i numeri uno erano due. Uno, Luigi Tenco, al contrario di De André, musicista a tutto tondo, quello che ha scritto è talmente elaborato che fa impallidire i giri di do. E poi “Mi sono Innamorato di te” e “Vedrai Vedrai” erano grandi canzoni. Erano canzoni di Tenco, mica cover!

E l’altro numero uno?
Enzo Jannacci, signori miei. Enzo era un poeta. Lui non era una versione italiana di qualche fenomeno straniero, anzi è la versione straniera di Jannacci a non esistere! Sai cosa? Nell’immaginario collettivo lui era quello un po’buffo. Perché non veniva colta la profonda intelligenza ironica. E’ per questo che non mi piace quando in Italia l’ironia viene collocata in serie B per mettere in risalto “il prodotto”. Io sono polemico con la musica come prodotto. Quando la musica diventa industria, l’arte va a farsi benedire. Io invece penso che la musica sia arte, che può anche diventare un prodotto. Ma, non deve nascere come un prodotto.

Hai cantato e collaborato con tanti tuoi colleghi.
Eh sì, ho fatto anche un album dal titolo “Baccini and friends”, ho duettato con De André, Jannacci, Branduardi, ma anche Sabrina Ferilli, con la voce di Ferruccio Amendola in “Margherita Baldacci” che doppiava Stallone, De Niro, Al Pacino per dire… anche Alberto Fortis, di cui ero fan perché ha qualche anno più di me, e poi ho avuto il piacere di conoscerlo e canteremo insieme in un concerto a Domodossola in una particolare location il 21 agosto. Pensa che ero talmente fan di Alberto, che è un grande artista, che so a memoria tutti i pezzi dei suoi primi tre album. Canteremo un suo pezzo divertentissimo “Nuda e senza seno”. Pensa che questa canzone di Alberto la ascoltavo quando andavo al liceo.

In conclusione Francesco, visto che quest’estate farai un tour, raccontami con quale entusiasmo ti raffronti ancora con il tuo pubblico.
Vedi, io ho scelto questo mestiere da piccolo. Avevo l’alternativa se fare il calciatore (Francesco è sfegatato tifoso genoano, NdR) o il cantante, ma visto che la carriera del calciatore finisce a trent’anni e volevamo farmi giocare nella Sampdoria, ho scelto la musica. Pensavo che il musicista può fare questo lavoro senza limiti di età. Io ho l’entusiasmo di uno di 14 anni! Mi piacciono i social, un po’di tempo fa ho scoperto “Twitch” che molti giovani neanche conoscono. Faccio due programmi in streaming che vanno anche in tv, Io mi annoio a rifare le stesse cose, perciò volendo sorprendere me stesso mi metto sempre in gioco. In inglese “to play” significa suonare, ma anche giocare. Nella musica come nel cinema, dove recitare significare giocare con le interpretazioni. Così come cantare. Nel mondo siamo 8 miliardi, in 6 miliardi siamo intonati, ma essere intonati e interpretare una canzone è evidentemente diverso. Così io mi sento artista nell’interpretare, che per me significa coinvolgerti in quello che faccio. Quando canto metto in gioco tutto me stesso per portare il pubblico dentro la canzone, per viverla insieme. La stessa cosa nel cinema, dove recitare è limitativo e interpretare è invece la chiave comunicativa. Io sono qui, e spero ancora di fare cose per divertirmi e divertire!